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Scuola italiana, Ocse: poche luci e tante ombre soprattutto per gli istituti tecnici

La fotografia dell’Ocse sulla scuola italiana conferma i nodi storici: classi troppo affollate, insegnanti sottopagati e investimenti ancora bassi

Scuola italiana, Ocse: poche luci e tante ombre soprattutto per gli istituti tecnici

L’Italia continua a spendere poco e male per la scuola, gli insegnanti sono sottopagati e troppo anziani. Per non parlare dello scarso livello di investimento. Sono i principali risultati del rapporto OcseEducation at a Glance 2023” presentati a Parigi lo scorso 12 settembre. Fra i paesi coinvolti Argentina, Brasile, Bulgaria, Cina, Croazia, India, Indonesia, Perù, Arabia Saudita e Sud Africa. Il focus del rapporto 2023 è l’istruzione tecnico professionale e il finanziamento e l’organizzazione del sistema scolastico.

Scuola: un divario da colmare

Nel nostro paese la quota di giovani adulti (25/34 anni) senza un’istruzione secondaria superiore è scesa dal 26% al 22%, ma il rapporto osserva che in Italia le differenze regionali sono importanti ed infatti al Sud la percentuale sale al 25%. Rimane comunque alta rispetto a quelle degli altri Paesi analizzati. Dei diplomati italiani, oltre un terzo consegue una qualifica tecnico professionale; si tratta di un settore chiave nel nostro sistema di istruzione, soprattutto nel Nord del paese. Dai dati risulta però che la componente maschile è prevalente; insieme con i risultati inferiori in matematica delle ragazze attestata dalle indagini Invalsi ne risulta uno squilibrio di genere negli studi e pertanto nelle professionalità successive  che pesa in modo molto significativo sul nostro sistema.

Conviene fare l’istituto tecnico in Italia?

L’Italia continua ad avere molti più iscritti ai percorsi tecnici e professionali degli altri Paesi: il 40% dei 15-19enni contro una media Ocse del 23%. Ma andando a fondo emergono dati allarmanti. Innanzitutto, gli studenti che arrivano alla maturità senza bocciature sono poco più della metà (55% contro il 79% dei liceali). Se si considerano anche quelli che ci arrivano con uno o due anni di ritardo, la quota sale al 70% contro il 90% dei liceali. Gli altri mollano prima, mentre ormai – osservano gli esperti dell’Ocse – “un diploma di scuola superiore è il livello minimo di istruzione richiesto per partecipare con successo al mercato del lavoro”.

Sbocchi lavorativi: istituti tecnici e laureti a confronto

Quanto agli sbocchi lavorativi, risulta che nella maggior parte dei paesi i tassi di occupazione dei giovani adulti con una qualifica di istruzione secondaria superiore tecnico professionale sono più alti rispetto a chi si laurea. Prevedibilmente i guadagni sulla lunga distanza sono inferiori. Ed altrettanto prevedibilmente il rischio di diventare Neet (chi non studia né lavora) è più alto tra i 25-29enni diplomati che tra i laureati, visto che comunque il conseguimento di un titolo di studio terziario richiede un impegno più duraturo. Le cose migliorano sensibilmente per chi è nel mondo del lavoro da più tempo, visto che la fascia 45-54 anni che possiede un diploma tecnico ha uno stipendio che è quasi una volta e mezza quello dei non diplomati, mentre in media negli altri Paesi Ocse la differenza è del 23%.

I fondi per la scuola

Per quanto riguarda i fondi destinati alla scuola, su periodi più lunghi gli investimenti, in tutti i Paesi Ocse, crescono con la stessa velocità del Pil mentre la spesa pubblica italiana per l’istruzione dal 2008 al 2020 è diminuita, sebbene il numero di studenti sia rimasto stabile. Anche per la formazione tecnico-professionale si conferma il generale e cronico sottofinanziamento dell’istruzione in Italia: spendiamo per tutto il comparto il 4,2% del Pil contro il 5,1 della media Ocse. Questo perché nel nostro Paese si spende di più nei livelli inferiori di istruzione: negli ultimi anni infatti la secondaria e soprattutto la terziaria sono stati penalizzati, al contrario di ciò che avviene in un numero significativo di altri paesi. Ed infatti la spesa per ogni bambino della scuola per l’infanzia è aumentata dal 2015 al 2020. Anche se il Rapporto ricorda che in Italia si ha un tasso di bambini di 3 anni iscritti a scuola minore rispetto ad altri paesi, che in alcuni casi raggiungono una percentuale del 100%.

La qualità dell’istruzione in Italia

Quanto alla quantità di istruzione il rapporto ribadisce che in Italia si fa lo stesso numero di ore di scuola dell’obbligo della media dei paesi Ocse. La differenza sta nel numero di vacanze/interruzioni scolastiche poiché in Italia le vacanze estive sono le più lunghe in assoluto, con 13 settimane di durata. Nei decenni passati questo dato è stato oggetto di lunghe discussioni e la autonomia data a Regioni e scuole nel merito si pensava potesse portare a significative variazioni. In realtà i cambiamenti non superano ad oggi la settimana e vengono utilizzati per allargare leggermente i periodi di vacanza soprattutto in relazione ai possibili ponti.

I problemi della scuola italiana: stipendi bassi e classi-pollaio

In generale Ocse osserva che a parità di spesa i paesi tendono a seguire diverse linee di condotta: c’è chi punta su un rapporto alunni-docenti più alto, orari di lavoro più lunghi, ma stipendi più alti ed in progressione e chi invece su più personale con una riduzione del numero di allievi, ma anche stipendi più bassi e livellati. Non è difficile collocare l’Italia fra queste due alternative: la polemica sulle cosiddette classi-pollaio evita sempre di dare i numeri reali e tace delle classi con numeri inferiori ai 15 tutt’altro che rare.

Ma il report ci dice anche che il salario basso degli insegnanti è diventato un problema diffuso che ha portato in alcuni paesi europei ad una carenza soprattutto nelle aree tecnico-scientifiche. Si tratta di un tema complesso e dalle molte sfaccettature che non si può affrontare senza tenere conto degli aspetti culturali dei cambiamenti in corso, soprattutto nei paesi cosiddetti avanzati e di cui forse tale situazione è l’effetto. Per quanto riguarda peraltro la situazione italiana c’è da ricordare che nel nostro paese il rapporto fra il numero allievi e numero docenti è fra i più bassi e che perciò si è data la precedenza alla quantità.

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