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Riso: l’Italia domina in Europa, ma la beffa arriva da Cambogia e Myanmar

La produzione riparte e l’Italia si conferma leader assoluto nel mercato europeo: esportiamo in tutto il mondo, ma da noi arriva il riso di Cambogia e Myanmar, in qualche caso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti e senza etichette chiare.

Riso: l’Italia domina in Europa, ma la beffa arriva da Cambogia e Myanmar

Riparte la produzione di riso italiano dopo anni di recessione. Secondo i dati forniti dall’Ente Risi quest’anno ne sono stati seminati circa 220mila ettari. Questo equivale a dire che con tutta probabilità si potrà superare il dato di 1.240.000 di tonnellate di riso greggio prodotto negli scorsi anni. Notizia importante per la nostra economia agricola. L’Italia è infatti il primo produttore europeo di riso, il cereale più consumato al mondo e da sola produce oltre il 50% del riso coltivato in Europa, seguita dalla Spagna, a diverse lunghezze, che si attesta al 35 per cento. Nel nostro paese sono attive 4.100 aziende agricole che danno lavoro a circa 10mila addetti. Il valore alla produzione è di 450 milioni di euro e alla vendita del prodotto lavorato di circa 1 miliardo di euro. Del milione di tonnellate di riso lavorato il 35% viene assorbito dal mercato nazionale il resto prende la via dell’export sia europeo che extraeuropeo, soprattutto in Turchia, che apprezza molto la qualità italiana.

Ma accanto a questi dati, oltremodo positivi, emersi in occasione dell’inaugurazione del cluster del riso ad Expo va anche detto che da qualche tempo a questa parte il riso italiano deve fronteggiare l’insidia di importazioni di prodotto estero, soprattutto dalla Cambogia, e dalla repubblica di Myanmar che non offre le stesse garanzie del nostro riso e che vede i consumatori impossibilitati a tutelarsi perché a causa di regolamenti non trasparenti non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza del prodotto

Ne deriva che spesso gli italiani sono convinti di mangiare un genuino prodotto del made in Italy mente viene loro propinato un riso orientale in qualche caso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Europa per il loro alto grado di tossicità. Il fenomeno non è di poco conto e ha assunto in questi ultimi anni proporzioni rilevanti non solo dal punto di vista commerciale ma anche dal punto di vista della salvaguardia della salute.

Tutto nasce da “Everything but Arms” (EBA), il piano unilaterale Ue di solidarietà del 2009, in base al quale l’Europa ha liberalizzato le importazioni di tutti i prodotti – escluse le armi – in arrivo dai Paesi meno sviluppati. Una nobile causa per aiutare paesi flagellati da economie disastrate e in qualche caso governati da classi politiche corrotte e incompetenti. Gli effetti si sono rivelati viceversa disastrosi per la nostra risicoltura che non è in grado di contrastare la forte offensiva della concorrenza di Cambogia e Myanmar e sia pure in quantità più limitata di Laos e Bangladesh, a causa dei prezzi molto competitivi del prodotto importato. Il fenomeno, alla lunga, può comportare un serio danno alla nostra produzione e a tutto l’indotto che ruota attorno al mondo del riso italiano apprezzato in tutto il mondo.

Uno studio del Ministero dello sviluppo economico conferma che “l’evoluzione delle importazioni a dazio zero dalla Cambogia ha assunto proporzioni che compromettono il corretto funzionamento dell’organizzazione comune di mercato. La concorrenza cambogiana ha di fatto ridotto i prezzi di mercato del riso greggio di tipo “indica” prodotto nell’Unione europea al di sotto dei costi di produzione, provocando, di conseguenza, una prima sensibile contrazione delle superfici seminate nel 2014 (circa 22% in meno). Il persistente aumento delle importazioni dalla Cambogia, oltre che dal Myanmar, continua a creare pressione sul mercato UE con conseguente ulteriore riduzione dei prezzi del riso greggio e disincentivo a coltivare questo tipo di riso”.

Un danno grave che non trova però più giustificazione nelle ragioni di carattere umanitario da cui era partito il piano EBA, perché in questi anni è successo che all’ombra dell’accordo Everything But Arms alcune multinazionali, fiutando l’affare, si sono insediate in Paesi meno avanzati e facendo incetta di terreni hanno avviato coltivazioni di riso a costi ribassati, dal momento che in quei paesi le tutele del lavoro vengono spesso ignorate ed è diffuso l’utilizzo di prodotti chimici vietati da decenni nelle campagne italiane ed europee. 

E’ chiaro a questo punto che si rende indilazionabile l’adozione di misure a tutela del riso Made in Italy, apprezzato per qualità, tipicità e sostenibilità che va difeso, fra l’altro introducendo l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza, la pubblicità dei nomi delle industrie che utilizzano riso straniero cosicché il consumatore sia messo in condizione di fare acquisti consapevoli della genuinità del prodotto.  

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