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Regioni: Lombardia, Veneto, Emilia, dove porta la maggior autonomia

L’intesa raggiunta tra il Governo e le tre Regioni prevede maggior autonomia in cinque campi e spinge a ripensare tutto il rapporto tra Stato e Regioni su molte politiche, dal contrasto alla povertà alle politiche attive del lavoro e alla formazione dei giovani

L’intesa firmata tra lo Stato e tre Regioni a statuto ordinario (Lombardia, Veneto e Emilia Romagna) prevede la concessione di maggiore autonomia su cinque materie (Sanità, Ambiente, Istruzione, Lavoro e Rapporti con UE). Si parla di autonomia variabile per le singole Regioni (altre Regioni si apprestano a chiedere un analogo confronto con il Governo), e di un completamento dell’intesa nella prossima legislatura, attraverso una possibile “legge sull’autonomia”.

Dopo il fallimento del referendum del 4 dicembre che voleva una ri-centralizzazione di alcune competenze legislative, il pendolo si è nuovamente spostato verso le Regioni. Tuttavia per non ripetere gli errori del recente passato riguardo ad un federalismo senza regole, è opportuno un ripensamento del rapporto tra lo Stato e le Regioni a partire da molte politiche che sono state oggetto di riforme nazionali in questi ultimi tre anni e che ora devono trovare una applicazione di concerto con le competenze regionali.

Prima di tutte la legge sul contrasto alla povertà: l’Italia si è finalmente dotata di una misura universale contro la povertà – un assegno in denaro accompagnato da servizi per l’inclusione – che a luglio 2018 dovrebbe raggiungere 700 mila famiglie e quasi 2.5 milioni di individui. Questa misura va inevitabilmente a incrociare con misure e competenze regionali e locali, che hanno obiettivi simili, e sarà tanto più efficace se le Regioni si pongono il problema di fare politiche sinergiche e non concorrenziali rispetto a quelle statali.

Queste ultime infatti costituiscono inevitabilmente solo una base di partenza sia per quanto riguarda la platea sia per quanto riguarda il beneficio dell’assegno. Alcune Regioni hanno messo in sinergia le loro politiche ampliando le platee ovvero ampliando il beneficio e istituendo moduli unici per le domande di assistenza in caso di povertà. Altre Regioni o altri Comuni invece procedono per strade diverse da quelle nazionali disperdendo le misure su più fronti e confondendo i cittadini.

Un secondo esempio riguarda le politiche attive del lavoro: anche in questo caso dopo vent’anni di discussione sulla necessità di ricollocare i lavoratori piuttosto che di condannarli alla cassa integrazione finalmente l’Italia si è dotata di una agenzia nazionale delle politiche attive e di uno strumento unico come l’assegno di ricollocazione. Tutti i disoccupati dopo quattro mesi di sussidio hanno diritto ad un servizio aggiuntivo nella forma di un assegno di ricollocazione che verrà corrisposto (solo a ricollocamento avvenuto) all’intermediario pubblico-privato che ha provveduto a trovare loro un posto di lavoro.

Anche lo strumento dell’assegno di ricollocazione va ad incrociare con numerose e diverse politiche attive regionali. Anche in questo caso l’atteggiamento delle Regioni può essere antagonista o sinergico: se le Regioni si pongono in maniera complementare, riescono infatti a rendere le politiche statali molto più incisive ed efficaci.

A maggior ragione da quest’anno in cui l’assegno di ricollocazione può essere utilizzato anche nelle crisi d’azienda per aiutare i cassaintegrati a trovare un nuovo posto di lavoro. Come è noto la gestione delle politiche attive del lavoro e delle crisi d’azienda è una competenza regionale.

Da qualche anno a questa parte esiste un quadro nazionale di riferimento, uno strumento e dei finanziamenti a regime, ma la gestione è in mano alle Regioni e un minimo comun denominatore può essere notevolmente migliorato nelle mani di Regioni capaci di “costruire” sopra una base statale. In ultimo le politiche della formazione dei giovani tra cui spicca il tentativo di questi ultimi anni di introdurre un sistema duale di apprendistato e di ITS (Istituti Tecnici Superiori) anche in Italia.

L’apprendistato (professionalizzante) da noi è tendenzialmente un contratto di inserimento lavorativo separato dalla scuola, mentre in altri Paesi è un contratto duale che inizia quando i ragazzi sono ancora a scuola. Una recente norma statale ha sostanzialmente spostato risorse dall’apprendistato professionalizzante a quello duale, prima in termini di sperimentazione adesso a regime.

Un’altra norma ha potenziato gli ITS che ad oggi sono nel numero soltanto di 80 e hanno in carico circa 8000 studenti, ma costituiscono il nostro embrione di università professionalizzante. Con corsi post diploma di scuola superiore preparano i ragazzi a dei mestieri particolari con una domanda ben definita dalle aziende stesse che finanziano i corsi attraverso le fondazioni ITS. Anche in questo caso la collaborazione tra Stato e Regioni è fondamentale per avviare una più generale riforma del sistema di istruzione secondario e terziario italiano, che possa migliorare la corrispondenza tra l’offerta formativa e la domanda di lavoro.

Solo se le Regioni saranno capaci di implementare il sistema di apprendistato duale (ad oggi solo 8 Regioni su 20 lo hanno fatto) e di sviluppare il sistema degli ITS (che sono di competenza regionale), l’Italia intera avrà la possibilità di sviluppare un progetto di riforma nel sistema formativo tale da potersi avvicinare agli standard degli altri Paesi.

°°° L’autore è consigliere economico della Presidenza del Consiglio

 

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