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“Per la pasta italiana una doppia tegola tra dazi di Trump e dollaro debole. L’Europa è disarmata, non resta che trattare”: parla Vincenzo Divella

Intervista a Vincenzo Divella, alla guida – insieme al cugino Francesco . del’omonima azienda alimentare conosciuta nel mondo. Dal 1° gennaio 2026 dazi Usa al 107% sulla pasta italiana: “Trump è un pazzo intelligente e fa gli interessi degli Stati Uniti ma è inaffidabile e per noi questo scenario è ingestibile. Dobbiamo trattare e sperare che le forze della democrazia non abbiano abbandonato l’America”

“Per la pasta italiana una doppia tegola tra dazi di Trump e dollaro debole. L’Europa è disarmata, non resta che trattare”: parla Vincenzo Divella

Vincenzo Divella, amministratore delegato, insieme al cugino Francesco, della notissima azienda alimentare, non si è mai perso d’animo nella sua vita, nemmeno quando il genitore, già affermato pastaio di Rutigliano, cittadina a 24 km a sud-est di Bari, lo cacciò dall’azienda perché aveva osato chiedere qualcosa in più rispetto alla posizione infima in cui era entrato. “Dovevo, anzi dovevamo, perché ero sempre con mio cugino, dimostrare prima se avevamo la stoffa degli imprenditori e poi si vedeva”, come ha raccontato recentemente nella trasmissione “Storie” condotta su Telenorba dallo storico ex direttore Enzo Magistà.

Accadde così che i due giovani poco più che ventenni si misero ad allevare polli e a vendere uova. “Un po’ le rifilavamo anche ai nostri dipendenti”, ha raccontato divertito. I genitori, pur di metterli alla prova, li avevano aiutati con un prestito a lanciare l’attività e quando dopo un anno i ragazzi tornarono in azienda per restituirlo, ecco che si sentirono dire che avevano superato l’esame e che potevano tornare.

“Altri tempi”, sospira l’imprenditore che se non ha cacciato la prole dall’azienda, certo non l’ha avvantaggiata in maniera diseducativa.

Tutto questo preambolo per dire che Vincenzo Divella è abituato a guardare in faccia la realtà, senza timori e tremori. Come questa roba dei dazi americani che rischiano di mettere in ginocchio la sua azienda, i pastai tutti e l’intero settore alimentare. La pasta è l’orgoglio degli italiani che oggi la celebrano nel World Pasta Day ricordando che la pasta italiana, con 4,2 tonnellate prodotte nel 2024, è la leader nel mondo. Ma sentiamo Divella.

Divella, lei non è nella lista dei cattivi che ha stilato la commissione anti dumping Usa…

“Non mi illudo, è solo questione di tempo. Per caso, o per un’altra parola che comincia sempre per la “c”, non ci troviamo nella lista. Non penso proprio che dal 1° gennaio a noi sarà permesso vendere senza dazi e agli altri con i dazi. Dobbiamo solo sperare che, come è accaduto spesso, Trump non metta in pratica le sue minacce…”.

Ricapitoliamo per chi ha perso qualche puntata.

Agli inizi di ottobre l’amministrazione Usa ha annunciato che dal primo gennaio del 2026 sarebbe stato imposto un dazio sulla pasta italiana del 107%, un totale arrotondato e risultato della somma fra il 15% già in atto e il 91,74%, da aggiungersi a quelle aziende accusate di vendere negli Stati Uniti a prezzi più bassi del previsto, il cosiddetto dumping. Due aziende italiane, Molisana e Garofalo, sarebbero già sotto indagine da parte del Dipartimento del Commercio americano; altre 11 sono in attesa di subire la stessa sorte. Perché proprio il 91,74%? Sarebbe la cifra riscontrata dal Dipartimento verificando i margini del dumping delle due aziende sotto accusa nel periodo 1° luglio 2023 e il 30 giugno 2024.

Perché accade questo e in questo momento? Divella nell’ultima conversazione con FIRSTonline, nel marzo scorso, quando erano appena stati approvati i dazi al 15%, era stato piuttosto ottimista, sostenendo che dopotutto, con un po’ di alchimia contabile, i conti sarebbero tornati lo stesso. Nemmeno stavolta Divella si lascia andare a facili commenti e tuttavia l’ottimismo si è molto diluito.

“Trump, che io chiamo un pazzo intelligente, sta facendo il suo lavoro, cioè fa gli interessi degli Stati Uniti. Con i dazi vuole diminuire il debito pubblico oltre a proteggere l’economia del Paese. Se è questa la strada giusta non lo so, si vedrà e comunque dovranno pensarci gli americani. Per noi tuttavia se veramente fosse attuato il dazio al 107% sarebbe un disastro. Non stiamo parlando di una cifra ragionevole come quella che stiamo subendo, e cioè il 15% , che noi abbiamo sterilizzato dividendola con gli importatori americani. Questa è una cosa ingestibile. L’unica è sperare che si possa trattare con Trump arrivando a cifre più ragionevoli. Ma in attesa voglio sottolineare che sulla testa ci è caduta l’altra tegola, che io considero più pesante, e intendo la svalutazione del dollaro che aggiunta ai dazi rischia sul serio di annientare le nostre esportazioni. Con un dollaro debole tutti i prodotti export soffrono e i nostri non lo sono da meno. Perché noi esportiamo in dollari non solo in America, ma anche in altri Paesi, tipo Filippine, Emirati Arabi, Iran, Irak e via dicendo, poiché il marchio Divella si vende in 120 Paesi, pari al 40% del totale del prodotto. D’altronde la Confindustria ha già dato un numero che riguarda il calo di tutto l’export italiano per questo anno: con i dazi di Trump abbiamo già perso il 21% . E siamo solo agli inizi”.

Che dovrebbe fare l’Italia? Che dovrebbe fare l’Europa?

“Mi pare che non siamo in grado di trattare con questo presidente americano né come Europa né come Italia. Da questo punto di vista sono ancora più pessimista. E come se si parlassero lingue differenti, sono saltate tutte le regole note. Non credo neppure che la nostra premier sia preferita rispetto ad altri capi di governo. Trump deve dirlo a tutti quando li incontra che è il migliore e via dicendo, fa parte della sua personalità. Insomma tutti, Europa in primis, appaiono disarmati di fronte a un presidente alleato e amico che ti prende a cazzotti”.

Quindi?

“D’altra parte che Trump sia inaffidabile ne abbiamo avuto più prove sul fronte internazionale. La Russia si è ringalluzzita pretendendo quello che non è riuscita a ottenere sul campo di battaglia, e cioè pezzi di un altro Paese, l’Ucraina . Mentre i comici russi fanno sbellicare dal ridere i telespettatori, come ho letto recentemente, quando lo chiamano “il Grande fesso”. E stiamo vedendo che anche a Gaza le cose sono molto più complicate di come sono state presentate dalla propaganda dei primi giorni. Per tornare ai dazi, non è tanto il mio problema: in America io esporto per 7-8 milioni di euro, non è granché. E se le cose si mettono veramente male, potrei pure abbandonare quel mercato. Ma Il fatto è che stiamo vivendo un tempo senza regole e per questo molto pericoloso, tempo che Trump ha sdoganato”.

Quindi lei dice: o accade qualcosa in America che costringa il presidente a cambiare la strada “muscolare”, oppure…?

“Oppure sui dazi non ci resta che trattare trattare trattare. Sperando di ottenere meno danni possibili. E per il resto sperare che le forze della democrazia non abbiano abbandonato del tutto l’America”.

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