La pasta italiana rischia di vedere frenato il suo export negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti dopo l’Europa. Dal 1° gennaio 2026, infatti, il governo americano potrebbe imporre un dazio record del 107%: alla tariffa già esistente del 15% si aggiungerebbe un ulteriore 91,74%, nell’ambito di un’indagine antidumping che coinvolge in particolare due marchi storici, La Molisana e Garofalo.
Questa misura minaccia uno dei simboli più forti del Made in Italy, un settore che produce oltre 4 milioni di tonnellate di pasta all’anno, di cui il 60% destinato all’export, con il solo mercato statunitense che vale quasi 700 milioni di dollari, su un giro d’affari complessivo di 8,7 miliardi di euro.
Pasta italiana e maxi dazio del 107%
Tutto nasce da un’indagine del Dipartimento del Commercio Usa (Doc), che ogni anno analizza le importazioni italiane su segnalazione dei cosiddetti petitioners, ovvero aziende concorrenti americane. Questa volta, però, il paradosso è evidente: le accuse di dumping arrivano anche da società americane controllate in larga parte da gruppi italiani, un vero e proprio “fuoco amico”. Tra queste c’è Winland Foods, recentemente fusa con La Doria nel colosso Windoria, con 4 miliardi di dollari di fatturato e 28 stabilimenti in Nord America.
Il Doc ha selezionato due aziende come mandatory respondents, sottoponendole a revisione completa dei dati di vendita e di costo: La Molisana e Garofalo. Secondo le autorità americane, le due aziende non avrebbero fornito informazioni che in passato erano state condivise con gli Usa, motivo per cui è stato deciso di applicare un dazio punitivo del 91,74%, esteso anche agli altri esportatori citati nell’indagine senza ulteriori verifiche individuali. La misura, che si somma alla tariffa già esistente del 15%, porterà l’onere complessivo vicino al 107% e riguarda produttori come Barilla, Rummo, Agritalia, Aldino, Antiche Tradizioni di Gragnano, Gruppo Milo, Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco, Pastificio Chiavenna, Pastificio Liguori, Pastificio Della Forma, Pastificio Sgambaro e Pastificio Tamma. Per chi produce direttamente negli Stati Uniti, come Barilla, l’impatto sarà più contenuto, mentre per chi esporta interamente dall’Italia le conseguenze potrebbero essere gravissime.
In passato, revisioni analoghe si erano chiuse con dazi minimi, intorno allo 0,5%, rendendo la nuova tariffa record un segnale di forte pressione commerciale.
Le reazioni
Le reazioni italiane alla minaccia del maxi dazio al 107% sulla pasta sono state immediate e unanimi, tra critiche politiche, allarmi delle associazioni di categoria e dichiarazioni dei vertici industriali. Filiera Italia, con l’ad Luigi Scordamaglia, ha definito la decisione “inaccettabile” e “una forzatura intervenuta in un momento delicato”, sottolineando che favorirà chi produce pasta negli Stati Uniti penalizzando gli esportatori italiani e auspicando il ritiro immediato del provvedimento. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha denunciato un “meccanismo iper-protezionistico senza alcuna giustificazione” e confermato l’impegno del governo e della Farnesina a tutelare l’export italiano anche su altri prodotti simbolo del Made in Italy, come vino, olio e pecorino romano. Dal fronte associativo, Coldiretti parla di un “colpo mortale” per il Made in Italy, con effetti inflattivi sui consumatori americani e apertura alla concorrenza sleale dell’Italian sounding, mentre Unione Italiana Food definisce il dazio un “insulto al prodotto italiano per eccellenza, decisione più politica che tecnica”.
Anche sul piano politico le critiche sono nette: la senatrice di Italia Viva, Silvia Fregolent, denuncia la mancanza di azioni concrete per proteggere le imprese italiane, mentre il presidente del Pd, Stefano Bonaccini, sottolinea che “Trump ha fatto ciò che gli conveniva, ma quando Meloni è andata a Washington quali interessi ha difeso per l’Italia?”. Complessivamente, la vicenda mette in luce un fronte compatto di opposizione all’iniziativa americana, con richieste di interventi urgenti per salvaguardare l’export e la reputazione del Made in Italy.