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Paesaggio da tutelare e investimenti sostenibili alla prova del PNRR

Le Regioni chiedono al governo di sburocratizzare le norme sulla spesa per le infrastrutture del PNRR – L’obiettivo è conciliare tutela ambientale e un modello di sviluppo sostenibile

Paesaggio da tutelare e investimenti sostenibili alla prova del PNRR

In Italia, le infrastrutture, le energie pulite e il paesaggio camminano lungo una strada molto stretta. I soldi pubblici per riunire i tre capitoli in una sola strategia ci sono, ma come sempre – ce lo ricorda il governo in questi giorni – bisogna utilizzarli bene e in maniera equilibrata. Quale occasione migliore per allargare quella strada immaginaria, associandovi il mondo delle imprese e del lavoro? Con l’occhio politico ormai fisso sui fondi del Piano di Ripresa e Resilienza, i Presidenti di Regione si sono fatti avanti con il governo per tracciare un orizzonte meno nebuloso. Per infrastrutture, energie e paesaggio in gioco ci sono 62 miliardi di euro. Secondo il Ministro delle Infrastrutture delle mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, saranno tutti dati alle Regioni entro la fine del 2021.

La Conferenza Stato-Regioni è stata la sede scelta dai Presidenti per aggiornare il governo delle loro necessità e presentare proposte che si discostassero dalle consuete lamentele. Anche perché le contraddizioni Nord-Sud, le differenti performance nella spesa pubblica, l’uso dei Fondi europei, sono note e controllate dal governo. Nello specifico, se il Presidente della Campania Vincenzo De Luca sostiene che il problema non sono i finanziamenti o le opere da inserire nella programmazione del Pnrr, ma “un lavoro di sburocratizzazione radicale, perché fra pareri, contro pareri, palude burocratica, le cose finiscono per non essere realizzate”, c’è chi si arrovella tra leggi, regolamenti e istanze ambientaliste.



Il Presidente della Toscana, Eugenio Giani, per esempio, si dice su due fronti contrapposti. “Da un lato – spiega – l’Ambiente ci chiede fonti rinnovabili, ovvero fotovoltaico ed eolico. Dall’altro vediamo che, rapportandoci a quanto indicato dal Ministero, e cioè 25 km quadrati di pannelli fotovoltaici, l’ambiente toscano ci dice: ma dove? Nelle superfici coltivate?”.

Forse un po’ più di chiarezza, almeno dal Ministro Roberto Cingolani, andrebbe fatta. Per non passare come oppositori tout court delle energie pulite, a Palazzo Chigi arriva la richiesta di una legge nazionale per le aree adatte alle rinnovabili. Con un nuovo e più stringato metodo per individuare le superfici adatte al fotovoltaico e all’eolico, rispettando il paesaggio. Siamo proprio sicuri che con le norme che abbiamo tuteliamo il “paesaggio unico al mondo”? È la domanda che si pongono le Regioni, che – va detto – non sono senza colpe nel complicare i passaggi a un modello di sviluppo sostenibile.

I nodi sui territori sono interconnessi. Pensare di realizzare le infrastrutture in modo non invasivo creando lavoro, catturando anche capitali privati, contrastando le opposizioni di ambientalisti e comitati vuol dire partire dalle storture esistenti. La Sicilia, angustiata dall’eterno dibattito sul ponte sullo Stretto fa scuola. I costi del deficit dei trasporti dei collegamenti con la penisola sono tra i peggiori d’Europa. Gaetano Armao, Assessore all’Economia, spiega che essere isola, con le difficoltà collegate ai trasporti e ai collegamenti, costa ai siciliani tra i 6,04 e i 6,54 miliardi di euro l’anno. In pratica “gli stessi soldi che servirebbero a costruire il ponte sullo Stretto”.

Infine, le Regioni “marginali” spingono per un 2022 anno di svolta vera, con ambizioni praticabili. L’Abruzzo, che pure è impegnata con un progetto per la produzione di idrogeno, “ha sofferto per decenni di ritardo infrastrutturale e mancati investimenti per ferrovie, porti, autostrade”, dice il Presidente Marco Marsilio, . Ora, pur considerando tutte le opzioni ambientali ed energetiche l’Abruzzo (ma vale per tutto il Centro Italia) è in difficoltà con il resto del mondo, a cominciare dalle Regioni circostanti. Superare in avanti i ritardi, spendere presto i soldi, comunque, ha molto a che fare con le procedure e i diritti che le Regioni stesse rivendicano. Un tema che il governo non sottovaluta. Lavoriamo insieme, ha detto Giovannini, ma “poi spetterà alle stazioni appaltanti avviare i lavori”. E si torna, così all’inizio della strada di cui dicevamo sopra.

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