Nike chiude il terzo trimestre 2025 con ricavi sostanzialmente stabili, ma con utili in forte contrazione e prospettive che hanno gelato il mercato. Il gruppo di Beaverton ha archiviato il periodo chiuso a febbraio con vendite per quasi 11,3 miliardi di dollari, in linea con l’anno precedente, mentre l’utile netto si è fermato a 520 milioni di dollari, in calo del 35%. A far scattare le vendite sul titolo (-9,4% nell’after hours), però, sono state soprattutto le indicazioni per i prossimi mesi, giudicate più deboli delle attese.
Nike: il trimestre regge ma i margini si assottigliano
A uno sguardo superficiale, i conti di Nike sembrano tenere. Il fatturato resta stabile e si muove in linea con il consensus, ma la qualità della performance appare più fragile. Il margine lordo è sceso di 130 punti base al 40,2%, zavorrato in particolare dall’impatto dei dazi in Nord America, mentre l’utile per azione diluito si è attestato a 0,35 dollari.
Dentro i numeri emergono anche due velocità diverse del business. Le entrate wholesale sono salite del 5% a 6,5 miliardi di dollari, segnale di un recupero del canale all’ingrosso, mentre le vendite dirette sono diminuite del 4% a 4,5 miliardi.
Nike, insomma, mostra segnali di tenuta commerciale, ma continua a pagare una transizione ancora incompleta e una pressione evidente sulla redditività.
Cina in frenata, Nord America resiste
La geografia dei risultati mostra una Nike spaccata in due. Da una parte il Nord America, che continua a rappresentare il principale argine alla debolezza globale e nel trimestre ha segnato una progressione del 9%. Dall’altra la Cina, sempre più problematica, con vendite in forte discesa e una previsione di contrazione intorno al 20% nel trimestre in corso.
A complicare il quadro ci sono inoltre le criticità in Europa e Medio Oriente, tra livelli elevati di scorte e possibili effetti delle tensioni geopolitiche e delle interruzioni del traffico commerciale. Anche la divisione sportswear continua a mostrare debolezza, tra sconti elevati e cali a doppia cifra, proprio in un segmento che Nike considera decisivo per tornare a crescere con continuità.
La guidance 2026 delude e il mercato presenta il conto
Il vero punto critico è arrivato con l’outlook. Per il trimestre in corso il gruppo prevede un calo dei ricavi tra il 2% e il 4%, mentre fino alla fine dell’esercizio 2026 si attende una flessione “low single digit”. Un quadro più debole rispetto alle attese degli analisti, che scommettevano su un recupero più rapido.
E il mercato di fronte a questa guidance debole non ha lasciato scampo. Dopo la diffusione dei risultati, il titolo è arrivato a perdere oltre il 9% nell’after hours e più del 10% nel pre-market a Wall Street.
Il ceo Elliott Hill ha ammesso che la ricostruzione richiederà più tempo del previsto. “Si tratta di un lavoro complesso e alcune componenti stanno richiedendo più tempo del previsto”, ha spiegato durante la conference call.
Il management insiste sul fatto che la direzione resta quella giusta. “In questo trimestre abbiamo intrapreso azioni significative per migliorare la salute e la qualità del nostro business”, ha detto Hill, aggiungendo che “il lavoro non è finito, ma la direzione è chiara“. Il ceo ha ribadito anche che i team stanno procedendo “con concentrazione e urgenza” e che le fondamenta del gruppo si stanno rafforzando.
Il messaggio, però, per ora non basta a dissipare i dubbi del mercato. Nike continua a difendere il fatturato, mantiene una solida politica di remunerazione degli azionisti, con 24 anni consecutivi di aumento del dividendo e circa 609 milioni di dollari distribuiti nel trimestre, ma il nodo resta tutto nella capacità di trasformare il riassetto in crescita profittevole. Il recupero c’è, ma procede a rilento. E Wall Street, almeno per ora, non è più disposta ad aspettare sulla fiducia.