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Milei, Lula e un accordo con l’Europa ancora da firmare: il Mercosur è al bivio

Il neo presidente argentino mette in discussione l’alleanza commerciale sudamericana mentre il brasiliano, presidente di turno del Mercosur, prende tempo e domenica vola a Berlino da Scholz. Per molti economisti sudamericani il testo proposto da Von der Leyen è una trappola

Milei, Lula e un accordo con l’Europa ancora da firmare: il Mercosur è al bivio

Dopo l’elezione di Lula un anno fa e quella di Javier Milei da poche settimane, il Sudamerica si trova ad un bivio, soprattutto nel ridefinire i rapporti di forza all’interno del continente e le relazioni internazionali. Le prime due economie dell’area, Brasile e Argentina, hanno infatti eletto due presidenti completamente opposti, ma che dovranno per forza parlarsi per consolidare innanzitutto i rapporti commerciali (Brasilia è il primo partner di Buenos Aires, e Buenos Aires è il terzo di Brasilia, dietro solo a Usa e Cina) e poi per decidere sulle strategie geopolitiche comuni: rilanciare il Mercosur, l’accordo di libero scambio latinoamericano costituito nel 1991 ma che Milei vorrebbe mettere in discussione, o consegnarsi bilateralmente alle grandi potenze globali? E nel secondo caso, è meglio confermare lo storico asse col mondo occidentale o seguire l’onda dei Brics e in particolare della Cina, che già da un po’ di tempo ha una corsia preferenziale con il Sudamerica per le materie prime, offrendo in cambio investimenti e infrastrutture?

Milei vuole salutare Mercosur e Cina

Il nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, vorrebbe dire addio sia al Mercosur che alla Cina, dollarizzando l’economia del suo Paese come già fatto, nell’area, da El Salvador, Panama e Ecuador. Sui suoi propositi aleggia però il veto del più moderato Mauricio Macri, ex presidente e leader dei liberali che sono stati decisivi, alle urne e in Parlamento, per la vittoria dell’outsider sovranista.

Lula da parte sua si trova in una situazione ancora più complicata: da un lato sta vedendo svanire l’onda “rossa” che aveva visto eleggere, negli ultimi anni, governi di centrosinistra e dunque “amici” in praticamente tutti i Paesi dell’America Latina; dall’altro è da luglio di quest’anno presidente di turno proprio del Mercosur, all’interno del quale tuttavia ognuno – e non solo l’Argentina – sembra voler andare per conto suo, proprio quando sarebbe arrivato il momento di ratificare uno storico e impegnativo accordo commerciale con l’Unione europea. La recente vittoria di Milei ha decisamente dato una ridimensionata all’onda “rossa”: ora sono ben quattro i Paesi governati dal centrodestra dopo le vittorie, tutte nel 2023, di Santiago Pena in Paraguay, di Daniel Noboa in Ecuador e appunto di Milei in Argentina.

L’Uruguay (e non solo) guarda a Pechino

In Uruguay invece è già presidente dal 2020 il liberale Luis Lacalle Pou, che ha messo fine alla lunga era del socialismo di Pepe Mujica. Proprio l’Uruguay è uno di quei Paesi che più insiste per stringere una alleanza sempre più esplicita con Pechino, dopo che il presidente ha fatto visita all’omologo Xi Jinping e i due sono persino apparsi insieme, immortalati mentre si stringono la mano, sulla copertina della popolare rivista Renmin Ribao. Secondo la stampa cinese, Lacalle Pou avrebbe “apparecchiato la tavola per accordi commerciali con altri Paesi del Mercosur”. Di fatto queste relazioni esistono da tempo, basti pensare che negli ultimi mesi le imprese argentine hanno iniziato ad usare gli yuan invece dei dollari per le transazioni con la Cina, e che il Brasile è da un paio di anni il primo partner commerciale del gigante asiatico (soprattutto per le materie prime, a partire da soia e carne bovina) e il primo Paese dove vengono destinati gli investimenti esteri del Dragone.

Tuttavia, ufficializzare e ratificare tali partnership avrebbe un certo peso, soprattutto di fronte alla comunità internazionale e agli Stati Uniti, che da sempre considerano l’America del Sud il loro “giardino” e che proprio con Joe Biden stanno puntando tutto sul reshoring, cioè sul riavvicinamento dei loro affari dall’Asia al confinante Messico, e di conseguenza al blocco latinoamericano.

I dubbi sull’accordo di libero scambio con l’UE

In questo scenario, mentre Milei prenderà il potere solo il 10 dicembre, il brasiliano Lula è il presidente di turno del Mercosur, che proprio in queste settimane dovrebbe ratificare il discusso accordo di libero commercio con l’Unione europea. In Sudamerica il dibattito è apertissimo: secondo molti esperti Lula dovrebbe ragionarci ancora un po’, magari proponendo delle modifiche. L’economista dell’università di San Paolo André Roncaglia addirittura parla di un accordo “con Dna bolsonarista”, che andrebbe rispedito al mittente (cioè a Bruxelles) anche in virtù del flop di altri documenti analoghi proposti in passato dall’Europa a Nuova Zelanda e Australia.

Secondo Roncaglia e altri esperti il testo già firmato da Ursula Von der Leyen, che tra l’altro prevede di limitare ulteriormente le importazioni di materie prime derivanti dal disboscamento dell’Amazzonia, è asimmetrico. In poche parole, conviene all’Europa molto più che al Brasile e al Sudamerica.

Intanto, perché oltre la metà dell’export brasiliano verso l’Ue è costituito da materie prime, mentre queste rappresentano il 3% degli scambi in direzione contraria. La situazione si rovescia sui beni di capitali e di consumo: l’Europa ne esporta per il 54% del totale, il Brasile solo per il 16%.

Rischio rinuncia alla reindustrializzazione

Stringere un vincolo con l’Europa significa dunque consolidare questo schema, che per il Brasile e per il Sudamerica può voler dire rinunciare definitivamente alla reindustrializzazione e al progresso tecnologico indipendente, confermandosi principalmente fornitore di materie prime. Peraltro sempre più preziose: si pensi non solo al petrolio e alla soia ma anche a tutti quei metalli rari, ad incominciare dal litio, fondamentali per l’economia globale della transizione energetica.

L’asimmetria sui dazi

Un altro aspetto è poi quello dei dazi, che da noi sono mediamente molto più bassi di quelli adottati in Sudamerica (1,8% contro 15%), e quindi uniformarli al ribasso conviene più a noi. Infine e non da meno c’è la questione della quota minima di import dall’America Latina che l’Europa si impegna a garantire: secondo le stime, questa quota così come è fissata oggi è inferiore al volume attualmente esportato. Praticamente Bruxelles vorrebbe consolidare il Sudamerica come mercato di sbocco della sua industria e continuare ad avere agile accesso alle commodities, ma tenendo le mani relativamente libere. Questa “asimmetria tecnologica” si sta vedendo anche nell’accordo Ue-Nuova Zelanda, che entra in vigore nel 2024, mentre non a caso l’Australia, in trattativa con Bruxelles dal 2018, ha deciso che non se ne farà nulla.

Domenica 3 dicembre, dopo la COP28 di Dubai, Lula vola a Berlino da Olaf Scholz: si parlerà soprattutto di questo.

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