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Metalmeccanica in crisi, Fim-Cisl lancia l’allarme: oltre 115 mila lavoratori coinvolti. Auto e siderurgia i più colpiti

La metalmeccanica italiana chiude il 2025 in crisi: aumentano cassa integrazione e difficoltà per le imprese. Secondo la Fim-Cisl, caro energia e accesso limitato al credito rendono urgente l’adozione di politiche industriali mirate

Metalmeccanica in crisi, Fim-Cisl lancia l’allarme: oltre 115 mila lavoratori coinvolti. Auto e siderurgia i più colpiti

Il settore metalmeccanico italiano chiude il 2025 con il fiato corto. Secondo il report della Fim-Cisl, sono 115.397 i lavoratori coinvolti in crisi aziendali, con un incremento di quasi 12 mila unità rispetto all’anno precedente, quando il dato si attestava a 103.451. Il campione analizzato comprende 993 aziende, tra piccole imprese sotto i 50 dipendenti e grandi realtà sopra questa soglia.

Automotive, elettrodomestico e siderurgia: i tre moschettieri della crisi

Il settore automotive resta il più vulnerabile. Il calo produttivo del gruppo Stellantis ha toccato il -24,5% sulle autovetture, con effetti a cascata su piccole e medie imprese dell’indotto. Dai motori alle marmitte, dalle sospensioni alla selleria, oltre 256 mila lavoratori dipendono direttamente dalle performance del settore. “Le aziende più piccole pagano lo scotto della transizione green e digitale, con scarsa liquidità e minore capacità di reazione,” commenta il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano.

Anche l’elettrodomestico soffre. Marchi storici come Beko Europe ed Electrolux hanno ridimensionato o riconvertito siti produttivi: la produzione italiana è scesa sotto i 10 milioni di pezzi, lontana dai 30 milioni dei primi anni 2000. Piccole e medie imprese legate all’indotto – cablaggi, minuteria, stampaggio lamiere – faticano a reggere il passo con la concorrenza asiatica.

Il comparto siderurgico e dell’alluminio continua a subire il peso del costo dell’energia, superiore del 30% alla media Ue, e della crescita record delle materie prime. Vertenze storiche come ex-Ilva a Taranto, Sider Alloys (ex-Alcoa) in Sardegna e Piombino testimoniano la fragilità di un settore strategico alle prese con burocrazia, sostenibilità e instabilità geopolitica.

I numeri della cassa integrazione

I dati Istat sul secondo semestre 2025 parlano chiaro: le ore di cassa integrazione ordinaria e straordinaria nel settore metalmeccanico e siderurgico sono aumentate rispettivamente del +17% e +20%, per un totale di 261,7 milioni di ore autorizzate. Su 115.397 lavoratori in crisi, 83.998 sono coinvolti in crisi di settore, 19.630 in difficoltà finanziarie e 10.160 nell’indotto.

Le regioni più colpite restano quelle ad alta industrializzazione: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, con una crescita consistente delle ore di Cig, in particolare nei settori automotive, elettrodomestico, siderurgia e biciclette. Seguono regioni del Centro-Sud e isole, dove si aggiungono le criticità dei comparti microelettronica, semiconduttori e impiantistica industriale.

Transizione green, energia e credito: i nodi da sciogliere

“Servono investimenti e politiche industriali dal governo e dall’Europa,” osserva Uliano, sottolineando come il costo dell’energia e la carenza di credito siano tra le cause principali delle crisi. Le piccole e medie imprese italiane hanno infatti accesso limitato ai finanziamenti, con un calo dei prestiti del -3,8% nel 2025. Ciò riduce gli investimenti in macchinari e nella transizione tecnologica prevista dal programma Transizione 5.0.

Secondo Uliano, il Paese ha bisogno di interventi concreti per riportare la “questione industriale” al centro delle politiche economiche e creare strumenti di sostegno alle filiere in transizione. L’Europa, conclude, deve fare la sua parte per evitare una deindustrializzazione già in atto in comparti chiave come automotive e siderurgia.

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