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L’Ilva non è l’Enel: nazionalizzare, che follia

Sull’Ilva non è minimamente replicabile l’operazione di nazionalizzazione dell’energia elettrica compiuta nel 1962 agli albori del centrosinistra: ecco perché.

L’Ilva non è l’Enel: nazionalizzare, che follia

Chissà cosa hanno in mente i grillini e i loro garruli ministri quando accennano alla possibile nazionalizzazione dell’ex Ilva. Dalla lettura dei giornali pare che abbiano tra le mani un giocattolo cui cambiare rapidamente qualche pezzo invece che il colossale stabilimento siderurgico di Taranto. Evidente è la strumentalizzazione politica di brevissimo periodo di un problema da maneggiare con grave e responsabile cautela, la cui soluzione richiederà invece un lungo periodo di tempo, ben oltre anche alla durata di questo governo, a prescindere dai tempi richiesti per il dialogo con l’Unione Europea per gli aspetti relativi agli aiuti di Stato e alle norme sulla concorrenza. 

Per chi ha ancora un po’ di memoria storica il pensiero corre subito alla nazionalizzazione dell’energia elettrica attuata nel 1962. Può essere che anche tra i grillini qualcuno ricordi che allora furono presentate due ipotesi alternative: la nazionalizzazione delle società elettriche con veste di società per azioni quotate in Borsa, e nei cui asset figuravano gli impianti, oppure la sola nazionalizzazione degli impianti con relativo indennizzo alle società proprietarie degli stessi. Venne scelta la via della nazionalizzazione degli impianti elettrici onde evitare che le partecipazioni incrociate possedute dalle grandi famiglie italiane, che stavano lnella “pancia” delle società elettriche, finissero nel patrimonio dello Stato che a quel punto avrebbe avuto titolo per governare tali partecipazioni azionarie e di gran parte dell’industria italiana. 

Per quanto risulta dalle dichiarazioni del ministro grillino Patuanelli, deputato a trattare il dossier, l’ex Ilva di Taranto è una unità produttiva di ArcelorMittal Italia spa. Pertanto, non ha veste di società per azioni che possa essere nazionalizzata con l’acquisto delle azioni della stessa. Chi volesse perseguire questa strada dovrebbe accordarsi con Mittal per lo scorporo della unità produttiva e il suo conferimento in apposito veicolo speciale da nazionalizzare, dopo previa valutazione del valore della unità produttiva scorporata. In alternativa, prima la costituzione di una spa con oggetto sociale la gestione di impianti siderurgici, poi il conferimento alla stessa degli impianti nazionalizzati previa stima e pagamento degli indennizzi e costituzione di un consiglio di amministrazione adeguato allo scopo. Così come racconta il caso della nazionalizzazione degli impianti elettrici e la costituzione dell’Enel. 

Tutto ciò richiede gran tempo, in contrasto con il messaggio grillino del “presto e bene”, purtroppo assecondato da altri garruli politici. Ma nel frattempo chi si assume la responsabilità di gestire il colossale impianto siderurgico che, anche nella peggiore delle ipotesi, non può essere spento con il semplice uso di un interruttore? Se si ricorda che qualche tempo fa la magistratura considerò corpo del reato le laminature in acciaio depositate sui piazzali, impedendone la vendita, forse un qualche provvedimento esimente qualche responsabilità di chi deve gestire gli impianti va suggerito. Anche se potrebbe dispiacere al giustizialismo grillino e alla sua concezione silvopastorale dell’economia.  

In sintesi, la proposta della nazionalizzazione delinea un percorso di pura follia politico-istituzionale che ancora alberga nella testa di molti politici sondaggio-dipendenti come da una droga.

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