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Lavoro, tre macigni contro la riforma

L’idea del lavoro come proprietà, i salari come “variabile indipendente”, la gestione del mercato del lavoro demandata solo allo Stato: ecco cosa ostacola il Jobs Act. La riforma dovrà essere accompagnata da una gestione attiva del lavoro, indispensabile la sinergia pubblico-privati

Lavoro, tre macigni contro la riforma

Tre grandi macigni ostacolano il cammino della riforma del mercato del lavoro. Tre macigni che rappresentano altrettanti totem della sinistra radicale e che costituiscono l’eredità negativa del 68, il suo lascito più avvelenato.

Il primo è la cosiddetta “job property”: l’idea, cioè, che il lavoratore non sia semplicemente titolare di un posto di lavoro, ma che ne sia in qualche modo il “proprietario”. Che , insomma, quel posto gli appartenga. L’articolo 18 si ispira esattamente a questo principio. Tanto è vero che affida ad un terzo (il giudice), che molto spesso di organizzazione d’impresa e di produzione sa poco, il compito di decidere se un eventuale licenziamento (la perdita cioè della proprietà del posto) sia legittimo o meno. Se il problema fosse, come si dice, quello di difendere i lavoratori dai licenziamenti discriminatori, l’articolo 18 non servirebbe. Basterebbe infatti il Codice Civile, al quale, nei paesi anglosassoni, i lavoratori che si ritengono discriminati fanno ricorso e molto spesso hanno successo.



La “Job property” ha avuto, però, anche un altro effetto perverso. Se, infatti, si pensa che il vero patrimonio del lavoratore non sia la sua professionalità ma il suo posto, che bisogno c’è di difendere, implementare e valorizzare quella professionalità? Nessuno! Non a caso in questi anni la contrattazione su questo punto è praticamente scomparsa. Le altisonanti affermazioni della Fiom (non firmeremo mai un licenziamento!) si sono accompagnate al pratico abbandono da parte del sindacato della contrattazione aziendale, la quale della professionalità e della produttività innanzitutto dovrebbe occuparsi e non di altro. Non si difende l’occupazione se non si difende e non si promuove la professionalità. Questa è l’unica vera garanzia che il lavoratore ha di conservare il suo posto. Altro che articolo 18.

Il secondo macigno è la teoria del “lavoro come variabile indipendente”. La teoria, cioè, secondo la quale il livello e la struttura del salario non si definiscono partendo dai contenuti concreti del lavoro (che sono: professionalità, responsabilità, fatica e produttività) ma dai bisogni dei lavoratori. Il salario non è più una mercede (il corrispettivo di un servizio reso) ma diventa un diritto. Questa teoria, che ha preso piede in Italia negli anni 70, ha avuto conseguenze molto gravi : ha portato ad un appiattimento dei salari e ad una loro tendenziale diminuzione; ha mortificato le diverse professionalità favorendo il dilagare dei fuori busta; ha provocato una caduta della produttività e, infine , ha praticamente annullato la contrattazione di secondo livello a vantaggio della Concertazione con i vertici della Confindustria e col Governo. 

Quest’ultima conseguenza è stata forse quella più grave di tutte perché ha impoverito il sistema delle relazioni industriali impedendone l’evoluzione verso forme più avanzate e responsabili di partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’impresa. Ci voleva Marchionne perché questa questione si riproponesse con forza. Ora non è più possibile rinviare la riforma della contrattazione. Si deve puntare con determinazione sulla contrattazione aziendale e non solo per ristabilire un nesso fra il salario e i contenuti del lavoro ma anche per ricostruire un sistema di relazioni industriali democratico ed efficiente che favorisca lo sviluppo di un sindacalismo capace di gestirlo.

Il terzo ed ultimo macigno è costituito dai residui di una concezione della gestione del mercato del lavoro che escludeva per legge l’intermediazione di mano d’opera da parte dei privati perché la considerava alla stregua del caporalato. Il risultato di quella scelta è sotto gli occhi di tutti. Lo Stato non si è dimostrato capace di svolgere con efficacia questa funzione ed è precisamente questa la ragione per la quale nel corso degli anni le categorie più sindacalizzate e forti si sono tutelate costruendo strumenti (Cassa Integrazione straordinaria, Cassa in Deroga, Mobilità, etc.) i quali non assicuravano il reimpiego del lavoratore che aveva perso il posto ma ne garantivano però l’accompagnamento alla pensione. Nel momento in cui il governo si accinge a rivedere questi strumenti si pone il problema delle politiche attive del lavoro che dovrebbero aiutare un giovane a trovare il suo primo lavoro e il disoccupato a ritrovarne uno nuovo. 

Chi le può gestire? Realisticamente non lo possono fare gli attuali centri per l’impiego ma neppure possono riuscirci da sole le agenzie private cui solo di recente si è aperto il mercato italiano e che proprio per questo sono praticamente assenti nel mezzogiorno. Da qui deriva l’esigenza di una forte sinergia fra pubblico e privato per costruire un sistema di collocamento efficiente. Il ritardo da recuperare è enorme perché collocare o ricollocare una persona non è una cosa facile e non bastano il sussidio o gli incentivi per poterlo fare. Ci vuole molta professionalità. 

Serve una puntuale conoscenza del mercato: della domanda e della potenziale offerta di lavoro. Si devono intervistare i richiedenti, motivarli e aiutarli a promuoversi. Si devono avere rapporti non burocratici con i potenziali datori di lavoro e farsi garanti della formazione professionale di coloro che si propongono per quel determinato posto . Non è una normale attività burocratica e d’ufficio. E’ una attività che richiede una specializzazione e una professionalità adeguate.

L’Agenzia Nazionale di cui si parla non potrà assicurare da sola tutto ciò. Ecco perché sarebbe saggio immaginarla innanzitutto come una task force, una struttura agile, molto professionale, capace di mettere in rete agenzie private e centri per l’impiego pubblici fornendo loro tutte le informazioni sul mercato del lavoro italiano ed europeo di cui si dispone. Una agenzia capace di suggerire al governo, sulla base delle esperienze che si fanno e delle necessità, le misure che possono essere utilmente prese per favorire il decollo del nuovo mercato del lavoro verso cui si deve andare.

Ci vorrà del tempo, ma in ogni caso non si deve dimenticare che gestire politiche attive del lavoro non vuol dire garantire un diritto ma garantire un servizio. Vuol dire, cioè, fare di tutto per non lasciare solo nessuno nel momento in cui ha davvero bisogno di aiuto e farlo cercando di offrire a ognuno una opportunità.

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