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Lavorare in Gran Bretagna: posti liberi per l’effetto-Brexit

La paura di una “Hard Brexit” ha fatto crollare l’immigrazione dall’Ue, creando problemi a molte aziende, che ora hanno difficoltà ad assumere – Il numero di candidature per offerta di lavoro è sceso in modo significativo a tutti i livelli

Lavorare in Gran Bretagna: posti liberi per l’effetto-Brexit

Per gli italiani, ma non solo, trovare lavoro in Gran Bretagna è meno difficile oggi rispetto a qualche anno fa. Il motivo? L’effetto Brexit. Sembra un paradosso, ma al momento nel Regno Unito si stanno combinando due fattori che possono aiutare chi sogna di lavorare oltremanica.

Innanzitutto, la data ufficiale della Brexit deve ancora arrivare. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea avverrà il 29 marzo 2019, perciò – almeno fino ad allora – il governo di Londra non potrà imporre i paletti all’immigrazione tanto vagheggiati dai fanatici della hard Brexit quanto invisi a Bruxelles.

Intanto, però, la concorrenza in UK diminuisce. Secondo il Chartered Institute of Personnel and Development (Cipd), associazione di professionisti delle risorse umane, quest’anno il numero di candidature per offerta di lavoro è sceso in modo significativo rispetto alla scorsa estate.

Un sondaggio del Cipd condotto fra 2mila imprenditori rivela che oggi per un lavoro non qualificato si registrano in media 20 candidature, contro le 24 dell’anno scorso. Nello stesso periodo, il dato relativo agli impieghi con qualifica di medio livello si è quasi dimezzato, passando da 19 a 10. Quanto ai posti che richiedono una specializzazione avanzata, i candidati sono scesi in media da otto a sei.

La ragione è semplice: la prospettiva di una Hard Brexit alle porte ha scoraggiato l’immigrazione verso la Gran Bretagna, al punto che, stando ai dati dell’Office for National Statistics, il numero di trasferimenti dall’Ue in UK è calato ai livelli più bassi dal 2013.

Risultato, il 40% delle aziende ha difficoltà ad assumere e fra queste il 50% ha reagito aumentando i salari d’ingresso.

“Con la Brexit che incombe, stiamo assistendo a una diminuzione dei talenti in circolazione – dice Alex Fleming, capo del personale di Adecco, che ha contribuito alla stesura del rapporto – In questo scenario, aumenta la pressione sui datori di lavoro, che devono garantire non solo stipendi più allettanti, ma anche una serie di benefit extra”.

La situazione cambierà probabilmente a partire dal marzo dell’anno prossimo, quando si capirà se davvero Londra chiuderà le porte ai lavoratori comunitari (e in che misura), oppure se i cambiamenti rispetto al passato saranno meno drammatici del previsto. Nel primo caso, trasferirsi in terra britannica diventerebbe tecnicamente più complesso, quando non impossibile. Nel secondo, è verosimile che l’emigrazione verso il Regno Unito torni ad aumentare, riportando la concorrenza fra lavoratori ai livelli proibitivi registrati fino all’anno scorso.

Su questo punto, le dichiarazioni del governo di Londra sembrano concilianti: “I cittadini comunitari danno un enorme contributo alla nostra economia – ha detto un portavoce – Fin dall’inizio della trattativa sulla Brexit abbiamo detto chiaramente che queste persone potranno restare, insieme alle loro famiglie”.

Ma la stretta sarà inevitabile: “Dopo l’uscita dall’Ue – ha aggiunto il portavoce – avremo un sistema di controllo dell’immigrazione e accoglieremo i migliori che vorranno dare il loro contributo lavorando sodo”.

Nel 2017 si sono trasferite dall’Ue in Gran Bretagna 101mila persone, il numero più basso in quattro anni. L’obiettivo di Londra è mantenere stabilmente gli immigrati a un livello ancora inferiore, sotto i 100mila l’anno.

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