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L’autoriforma Bcc non decolla: che cosa succederà dopo il flop di Federcasse-Iccrea?

L’autoriforma delle Bcc è per ora un clamoroso fallimento: gli individualismi e i velleitarismi prevalgono sui fragili disegni di Federcasse e Iccrea – Governo, Banca d’Italia e Bce scrutano la situazione e preparano le prossime mosse – Non si esclude il terremoto al vertice – I progetti alternativi delle Bcc fuori da Federcasse

L’autoriforma Bcc non decolla: che cosa succederà dopo il flop di Federcasse-Iccrea?

Settimana all’insegna della confusione quella appena conclusasi relativamente alla tanto attesa riforma del credito cooperativo. Dopo gli annunci del movimento “ci siamo, è fatta!”, ovvero il “progetto di autoriforma va in Consiglio dei Ministri il giorno 11 per ricevere l’avallo del governo e la individuazione degli atti necessari al suo avvio”, si é passati alle precisazioni di fonte governativa che nulla sull’argomento figurava all’odg per quella data, per poi arrivare alla assemblea di Iccrea Holding nella quale il livello di disgregazione si è plasticamente manifestato. Siamo ancora in alto mare, le poche certezze si sono sciolte come neve al sole, il livello di conflittualità è esploso al grido “questa riforma non s’ha da fare per palese incostituzionalità!”.

Ma forse sono ancora più numerose (e insidiose) le posizioni critiche meno esplicite. Molte BCC, singole o unite in sub raggruppamenti ritengono di essere nella condizione di opporsi al disegno di portare in un gruppo unico, guidato da una Holding bancaria sotto forma di Società per Azioni, con poteri assoluti in materia di Governance, Strategie, Scelte Produttive e Tecnologiche, le 380 BCC sparse sul territorio italiano. E a nulla finora sono serviti i richiami ai principi del cooperativismo, alla storia pluricentenaria del Movimento e ai tentativi di dimostrare i benefici della reductio ad unum, razionalizzando un sistema contraddistinto da troppe ridondanze.



Si rafforzano invece le pretese autonomistiche, gli individualismi e anche i velleitarismi, si procede in ordine sparso, ovvero coltivando la speranza di una propria riforma, rivendicata come la migliore. Non intendo perdere tempo ad analizzare le differenze tra le varie proposte, semplicemente perché non ci sono differenze, dato che tutte, come ho già scritto, mancano di progetto industriale. Consideriamo invece gli effetti possibili dell’attuale fase di stallo, con qualche schematizzazione che speriamo non appaia eccessiva.

A) il Governo, preoccupato da un possibile contenzioso corroborato dai toni minacciosi di chi sventola rischi di incostituzionalità, molla la presa, esce dalla questione, lascia tutto come sta. Che si arrangino da sole le BCC, magari affidando la soluzione del problema a Banca d’Italia, e aspettiamo di vedere come andrà a finire. Conoscendo il decisionismo dell’attuale esecutivo e lo sforzo di buona volontà già fatto, accettando lo stralcio riguardante la riforma di questo segmento di banche rispetto alle modifiche introdotte per decreto relativamente alle “popolari”, mi sembra ipotesi invero poco probabile e comunque si legga anche il punto D) circa l’effettiva autonomia decisionale degli ordinamenti nazionali nel nuovo contesto europeo in materia di politiche bancarie.

B) il Movimento prende definitivamente atto del deficit di rappresentanza e delle responsabilità connesse con le presenti e gravi criticità del sistema bancario cooperativo, riferendole agli attuali vertici e ne promuove il ricambio. Ripristinare l’autorevolezza della Governance potrebbe rimettere in moto il processo di condivisione delle modifiche da introdurre. Questa ipotesi non sembra del tutto da escludere, stante anche le manifestazioni di disponibilità di alcuni esponenti a lasciare libere importanti posizioni apicali. Ma bisogna ancora aspettare. Viene da osservare che il rinnovamento degli organismi di vertice, per effetto di pronunciamento esterno, per intendersi dell’Authority, oltre a essere più efficace, sarebbe anche più coerente con le preoccupate e ripetute analisi sullo stato di salute del credito cooperativo, per il miglioramento del quale non si è finora riusciti a passare dalle parole ai fatti. Anzi la situazione si è progressivamente deteriorata, attirando verso l’Authority medesima la critica di “vox clamans in deserto”.

C) Rispetto al progetto unitario, si cominciano ad accettare compromessi di vario genere (più gruppi invece di un gruppo unico, deroghe individuali, way out verso il modello banca popolare o banca società per azioni in base a progetti alternativi privi di oggettive motivazioni). In tal caso, la riforma sostanzialmente fallirebbe, lasciando chi più chi meno soddisfatto per aver ottenuto qualche individuale riconoscimento. Insomma, una soluzione all’italiana, identificabile con il detto gattopardesco del “tutto cambi affinché nulla cambi”, nell’ennesimo, ma anche patetico, tentativo di comprare un po’ di tempo. Non sarebbe certo l’augurio da formulare per la buona sorte del movimento bancario cooperativo, dato che, così facendo, la situazione diventerebbe definitivamente ingovernabile, richiedendo con tutta probabilità l’intervento diretto della BCE.

D) A questo punto non resta infatti che parlare della non sostenibilità di questa situazione nella prospettiva europea. La riforma, che deve operare con l’obiettivo del rafforzamento patrimoniale e della ripartizione dei rischi degli aderenti, è del tutto integrata in questo contesto in quanto a) il gruppo Iccrea ha assunto natura di soggetto significant in termini di rischio sistemico per il mercato bancario europeo, b) le modalità di gestione delle crisi bancarie, così come attuate negli ultimi anni, sono prossime a essere sostituite da quelle previste dalle nuove direttive europee sulla risoluzione delle crisi e sul sistema di garanzia dei depositi. Entrata in vigore: 1 gennaio 2016. Tecnicalita’ sottostante: chiara individuazione delle situazioni di squilibrio strutturale, coinvolgimento di più portatori di interesse (azionisti, obbligazionisti, grandi depositanti) con ordine di priorità non derogabile per il sacrificio da subire in caso di default, operatività del Fondo di Garanzia limitata al rimborso massimo di 100.000 euro per deposito.

Come si può comprendere, il salvataggio dell’intermediario in crisi con i mezzi del Fondo non è l’obiettivo primario di questo schema; la liquidazione forzosa diventera’ la fattispecie più ricorrente per determinare l’uscita dal mercato della banca non più competitiva. Per il movimento, il rischio reputazionale diventerà molto concreto perché gli schemi ora in uso, basati sulla conservazione della specie anche in condizioni di antieconomicità, hanno sollevato da parte degli organismi europei preposti alla tutela della concorrenza l’accusa di aiuti di stato e vanno pertanto abbandonati. Occorre pur dirlo, ma a livello delle varie strutture dell’Unione, BCE compresa, non sembra esservi di questi tempi un sentiment molto positivo nei riguardi del nostro sistema bancario e delle nostre regole che spesso hanno tenuto artificiosamente in vita banche segnate da tempo da crisi non reversibili.

E) Bisognerebbe da ultimo ritornare sul tema di quelle BCC che intendono sottrarsi, presentando progetti credibili, alle maglie, più o meno strette, secondo le quali verrà articolata la riforma aggregativa. Tale credibilità si fonda, per chi scrive, sulla stretta interdipendenza tra Governance e Tecnologia, necessaria al reale rinnovamento del localismo bancario. Questi progetti sono complessi e richiedono capacità di investimento in innovazione bancaria. Non basta quindi la semplice volontà di trasformarsi in banca popolare o in società per azioni per formulare richieste di deroga, ma un’attenta valutazione di sostenibilità di percorsi alternativi che sono per definizione alla portata di pochi e ai quali l’aggregazione tra più BCC conferisce di per se’ profili di obiettiva robustezza.

Forse mi sbaglio, ma con le varie proposte finora tratteggiate, il tema del consolidamento sembra invece uscire definitivamente di scena. In conclusione, la (auto)riforma del credito cooperativo non è soltanto la ricerca di un nuovo assetto migliorativo delle condizioni di efficienza, ma il modello stesso per la sopravvivenza del sistema, dove ci sarà sempre meno spazio per soluzioni su misura, essendo le policy europee dedite soprattutto a unificare ordinamenti nazionali molto diversi tra loro. D’ora in poi la valutazione dell’effettiva situazione delle banche e l’azione conseguente da parte della vigilanza bancaria europea saranno sempre più nette: o bianco o nero e non le “cinquanta sfumature di grigio” con cui per troppo tempo si è mirato a salvaguardare le numerose e costose peculiarità italiane. Non basterebbe questo per promuovere rapidamente l’autoriforma necessaria alla messa in sicurezza del sistema?

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