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Lanzillotta: “Macron e il coraggio delle riforme: l’Ena non è più un tabù”

INTERVISTA a LINDA LANZILLOTTA, già ministro e vicepresidente del Senato. “L’Ena è diventata il simbolo della casta, per questo Macron vuole abolirla e avvicinare l’amministrazione ai cittadini” – “E’ necessario reagire alla demolizione progressiva della democrazia rappresentativa” – “In Italia no al referendum propositivo” – “E per la classe media via il cuneo fiscale, altro che flat tax”

Lanzillotta: “Macron e il coraggio delle riforme: l’Ena non è più un tabù”

Emmanuel Macron vuole abolire l’Ena, la leggendaria Ecole nationale de l’Administration, voluta da Charles De Gaulle nel 1945, la fucina degli alti dirigenti e di tutti i presidenti della Repubblica francesi da Valéry Giscard d’Estaing in poi. Sole eccezioni: François Mitterrand che però veniva da Sciences Po e Nicolas Sarkozy, lui sì, effettivamente, un outsider. Macron vuole anche chiudere con successo il suo mandato, realizzare gli obiettivi che lo hanno portato all’Eliseo, difendere la costruzione europea.

Ed è anche per questo che il 25 aprile non ha sostanzialmente modificato l’asse strategico della sua politica pur concedendo alla classe media qualche ristoro in termini di alleggerimento fiscale, pensioni minime più soddisfacenti e una riforma dell’amministrazione più flessibile e decentrata. Per capire la portata di questo aggiornamento di metà mandato ne abbiamo parlato con Linda Lanzillotta, profonda conoscitrice del sistema francese, della sua e della nostra amministrazione, ex ministro nel governo Prodi e vice presidente Pd del Senato nella passata legislatura.



Con le elezioni europee alle porte, la contestazione dei gilets jaunes ancora incandescente e Marine Le Pen che recupera nei sondaggi, il presidente francese vuole chiudere l’Ena da cui lui stesso proviene. Sembra quasi un paradosso o non lo è? Macron strizza l’occhio al populismo o la decisione di mettere mano alla formazione dell’élite parte da più lontano ed era ormai matura?

“L’Ena è il luogo in cui per oltre sessant’anni si è formata l’alta dirigenza francese: non solo  per la pubblica amministrazione ma anche più in generale per l’industria e la finanza. In origine ha garantito quella mobilità sociale e quei corsi di alta formazione a cui tutti i meritevoli potevano accedere. Con il passare degli anni, tuttavia, è diventata nell’immaginario collettivo una sorta di recinto che garantiva l’autoriproduzione della “casta”, distante dalle esigenze della società attraversata da complessi cambiamenti.

Credo che la scelta di Emmanuel Macron vada dunque nelle due direzioni: da un lato quella di smontare il luogo-simbolo di una classe dirigente considerata insensibile alla sofferenza sociale; dall’altro però va inquadrata nel disegno più ampio di riforma della funzione pubblica e dei cosiddetti “grandi corpi” dello Stato in una chiave più decentrata, più a contatto con il territorio. Il problema piuttosto è che si afferma questa necessità di avvicinarsi alle istanze della cittadinanza ma non sappiamo ancora come ciò avverrà. Un progetto così ampio avrebbe forse avuto bisogno di una maggiore partecipazione”.

Non si rischia così di perdere una fabbrica di eccellenze?

“Non bisogna essere nostalgici. I temi sollevati da Emmanuel Macron sono reali: ha dato linee di indirizzo che tendono a smontare le rendite di posizione e ha rilanciato un ruolo dei dirigenti che devono essere stimolati e messi alla prova, non garantiti per sempre. A ben pensarci anche in Italia abbiamo affrontato questi temi, rendendo più flessibile la dirigenza pubblica anche con forme di spoils system. E’ vero che in Italia lo spoils system non sempre è servito a reclutare i migliori ma semmai i più fedeli, tuttavia anche da noi si è ragionato su come attribuire le funzioni in relazione alle capacità dimostrate, a come introdurre flessibilità.

La differenza è che da noi si è operato senza che ci fosse un terreno comune che assicurasse la qualità mentre in Francia il livello della formazione è comunque molto alto. Vedremo se la transizione, il decentramento, la sostituzione con un sistema più aperto e diffuso sul territorio consentiranno di mantenere un livello di qualità così alto ma il tentativo di adeguarsi alle nuove esigenze dell’amministrazione pubblica per dare ai cittadini le risposte che attendono, è assolutamente condivisibile. Uno dei canali individuati da Macron è anche lo “sportello unico” per la Pa su base territoriale”.

Lo sportello unico è stato più volte annunciato anche in Italia senza che mai si sia realizzato. E in Francia si tratterebbe di passare da circa 1300 uffici ad almeno 4 mila, uno in ogni cantone, con una spesa non indifferente. Non rischia di restare un sogno sulla carta? Quanto all’Ena, in molti hanno proposto di riformarla, nessuno finora è riuscito a ottenere risultati concreti…

“Ricordo la sfida di Nicolas Sarkozy che proprio facendo leva sulla sua immagine di eletto dal popolo voleva riformare l’Ena. Se guardiamo a Macron, sicuramente vuole dare il segnale che il messaggio lanciato dalle proteste contro una classe dirigente chiusa e autoreferenziale, è stato ricevuto. Se cedere ai populismi significa dare un segno di ascolto reale, questo mi sembra positivo. Complessivamente il piano per la seconda parte del mandato punta su alcuni pilastri, di cui uno è la riforma dell’amministrazione, punto chiave del sistema delle classi dirigenti. Se comporterà un indebolimento della formazione non sono in grado di dirlo al momento”.

Il problema delle élite non riguarda solo la Francia. Quali analogie o differenze vede con la situazione politica italiana?

“La politica in Francia è concepita come una professione che richiede alta qualificazione e competenza anche se non sempre questa “aristocrazia” è riuscita a leggere le richieste e i bisogni che arrivano dalla società. E questo ci colpisce perché effettivamente c’è, tra i nostri Paesi, un gap di preparazione e di conoscenza che attiene a come viene concepito in Francia il ruolo delle istituzioni. Nemmeno i gilets jaunes più agitati potrebbero concepire percorsi come quelli che hanno portato in Parlamento e al governo persone con il livello di preparazione di Luigi Di Maio”.

Macron ha usato un’espressione particolare, ha parlato di elitismo repubblicano… 

Significa che se vogliamo mantenere il sistema democratico repubblicano occorre dare a tutti la possibilità di acquisire competenze. Uno vale uno ma solo alla partenza: siamo molto lontani dal momento che attraversiamo in Italia in cui la competenza diventa un disvalore in quanto fai parte di un’élite. Macron non dice affatto che vuole azzerare la formazione o che la competenza non conta. La sua è una sfida difficile ma se vogliamo mantenere il sistema democratico occorre riformare con coraggio le istituzioni, dando risposte del tutto diverse da quelle che danno Marine Le Pen, Matteo Salvini o Luigi Di Maio”.

Per esempio, come?

“Siamo appena usciti da un 25 aprile celebrato con convinzione da tutte le forze costituzionali. Ma ripeto, non dobbiamo essere solo nostalgici e commemorativi. E non possiamo restare fermi ad assistere alla demolizione progressiva  del sistema rappresentativo. Penso per esempio alla proposta insensata di referendum propositivo. Il nostro modello attraversa un momento acuto e grave che richiede un’evoluzione che risponda all’evoluzione sociale altrimenti non resta altro che la deriva autoritaria: la “democratura” modello Putin che piacerebbe tanto anche a Trump, frenato dal Congresso. In Francia, Emmanuel Macron sta cercando di dare risposte nuove. Anche in Italia si possono trovare soluzioni che interpretino i bisogni sociali in modo democratico”.

La sua proposta?

Anziché rincorrere questa inutile flat tax, bisognerebbe ridurre il cuneo fiscale, aumentando così gli stipendi della classe media, e sostenere le imprese. Per concludere e non perdere il filo del discorso, torniamo a Macron: ha annunciato riforme coraggiose che richiedono tempo. Purtroppo non ne ha molto e rischia di trovarsi a metà del guado alla scadenza del mandato nel 2022”.

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