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La Cgil in altalena di fronte ai referendum: dalla consultazione su monarchia e repubblica a quella sulla giustizia lo stile non è sempre stato lo stesso

In occasione del referendum la Cgil si è schierata apertamente ma non è sempre stato così: ecco come si è comportato il maggior sindacato italiano in occasione delle consultazioni referendario dal 1946 ad oggi e quali sono gli effetti

La Cgil in altalena di fronte ai referendum: dalla consultazione su monarchia e repubblica a quella sulla giustizia lo stile non è sempre stato lo stesso

Nel fortunato romanzo di Alexander Dumas padre i Tre Moschettieri erano quattro: Athos, Porthos, Aramis; a loro si aggiunge D’Artagnan. Anche i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse del Campo largo in fieri in realtà sono cinque: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e… Maurizio Landini. LaCgil – il più importante sindacato italiano – non si limita a ‘’fare politica’’ (come è normale che avvenga, senza limitazioni, su temi che interessano l’economia, il lavoro e le politiche fiscali e del welfare) ma si caratterizza sempre più come un soggetto in transizione verso un’inedita forma di partito. E snatura in questo modo la sua funzione di rappresentanza, in quanto è protagonista di una offerta politica giustapposta a quella dei partiti. Un cittadino, in una società democratica ed aperta, ha diverse opzioni per partecipare alla vita pubblica: il partito politico gli offre una ideologia, una visione e un programma; ilsindacato gli assicura una tutela nella sua identità di lavoratore, con un’apertura che abbraccia altre tematiche generali. Tuttavia, se l’offerta è la stessa viene a mancare l’articolazione di una società pluralista e si ripete – magari in sedicesimo – il modello sovietico, laddove il partito e il sindacato perseguivano i medesimi obiettivi. 

Cgil e la presa di posizione sul referendum sulla giustizia

Prendiamo il caso del referendum sulla giustizia: dei cittadini l’interlocutore naturale sarebbe il partito o comunque la politica in senso stretto; anche i lavoratori, in quanto cittadini, hanno l’interesse di poter contare su di una magistratura indipendente e autonoma, ma non hanno bisogno che anche il sindacato a cui sono iscritti concentri il suo impegno in questa battaglia, magari trascurando funzioni ed iniziative specifiche per il suo ruolo. 

Alla fine dei conti, come hanno scritto Roberto Mania e Andrea Garnero nel saggio ‘’La questione salariale’’ (Egea editrice): quando il sindacato confederale fa politica in senso proprio, si muove, nello stesso campo dei partiti politici, li sfida, si allea, li sostiene, compie un’azione che non aiuta molto l’attività più strettamente sindacale che continua ad essere svolta dalle categorie, che firmano i contratti, ‘’spesso in ritardo’’ ma costituiscono un altro profilo di sindacato, espressione della tradizione e delle ragioni per cui i lavoratori vi aderiscono. 

Se guardiamo alle esperienze che hanno connotato lo svolgersi di quello strumento di democrazia diretta che è appunto il referendum, solo nella consultazione istituzionale del 2 giugno 1946, la Cgil (allora unitaria e guidata da Giuseppe Di Vittorio) si schierò apertamente a favore della Repubblica. Il sindacato vedeva nel cambio di regime la possibilità di costruire un’Italia nuova, fondata sui diritti dei lavoratori e sulla democrazia, superando definitivamente l’eredità del fascismo e della monarchia che lo aveva assecondato. Ma quel sindacato era stato creato attraverso un accordo dei partiti di massa antifascisti. Peraltro, è un conto dare delle indicazioni di voto ai propri iscritti e ai cittadini, mentre è un altro paio di maniche diventare protagonisti diretti di una campagna elettorale come è avvenuto in occasione del referendum sulla giustizia. 

In passato la Cgil non è mai andata oltre un appello

Nel referendum sul lavoro dell’anno scorso, la Cgil aveva in ballo norme attinenti alla propria funzione anche se sembrò singolare il ricorso al referendum abrogativo. Andando indietro nelle consultazioni che hanno cambiato la storia del Paese, la Confederazione (ora guidata da Landini) non è mai andata oltre un appello e un’indicazione al voto. Nel referendum sul divorzio del 1974, la Cgil inquadrò la battaglia in difesa della legge non solo come una questione di civiltà, volta a riconoscere la libertà delle persone di difendere le proprie scelte individuali (un’esigenza avvertita anche dai c.d. cattolici democratici, tra cui molti sindacalisti della Cisl); ma, proprio per questi motivi, si intravedeva anche una questione sociale a cui un sindacato non poteva sottrarsi. Tuttavia, in Piazza del Popolo, il comizio di chiusura della campagna elettorale fu tenuto da tutti i leader dei partiti laici, dai liberali ai comunisti. Lama non c’era sul palco. 

Nel caso del referendum sulla scala mobile nel 1985 non ci fu una presa di posizione ufficiale della Confederazione di Corso d’Italia, anche se i suoi militanti combatterono su fronti opposti quella  battaglia referendaria ora in difesa ora per l’abrogazione di quella legge. Anzi l’anno prima durante la fase di conversione del decreto del 14 febbraio si scatenò il finimondo, ma la componente comunista della Cgil non volle mai avvalersi della maggioranza di cui disponeva negli organi dirigenti per proclamare scioperi o organizzare manifestazioni. Il compito fu delegato ad un gruppo di consigli dei delegati di importanti aziende, allo scopo di non mettere in discussione – come accadde nel 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti – l’unità dell’organizzazione. 

Con Landini la Cgil torna al movimentismo

Con la direzione di Maurizio Landini la Cgil è ritornata indietro di decenni: al movimentismo, al pacifismo a senso unico. Abbiamo assistito ad un’escalation pro Pal che sta per essere scalzata da venti di guerra che spirano sempre più impietosi. Ma la mistificazione della realtà diventa sempre più difficile e rischiosa. Se nel secolo scorso per molti decenni fu facile identificare l’Urss con la causa della pace, accettandone la retorica (con i Partigiani della pace a senso unico) per cui la nazione guida del socialismo era costretta ad armarsi per difendersi dall’imperialismo, oggi i compagni di strada sono sempre più impresentabili, tanto che le masse si possono mobilitare non per solidarietà nei loro confronti ma per il rigurgito di un odio atavico verso ciò che rappresenta l’Occidente. Il riemergere dei vecchi vizi conducono la Cgil al di fuori del seminato del sindacalismo confederale tradizionale e la collocano, insieme al vecchio arnese dell’Anpi, nell’area del sindacalismo radicale di base che è affetto di tutte le malattie esantematiche del corporativismo nelle politiche rivendicative e del massimalismo sui problemi economici, sociali e politici più generali. Tra poche ore, il responso dei cittadini ci dirà se questa linea paga. 

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