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Ilva, in campo anche i medici ambientali

In un documento l’organizzazione ISDE chiede di valutare la riconversione degli impianti per tutelare e proteggere la salute dei tarantini. Gli esempi che vengono dall’estero

Ilva, in campo anche i medici ambientali

Sulla crisi dell’ex Ilva sperano di essere ascoltati anche medici per l’ambiente dell’organizzazione ISDE (International society of doctors for environment) di cui esce un documento di allarme sui danni alla salute dei cittadini di Taranto. Per il documento, la prosecuzione della produzione di acciaio a Taranto non è l’unica scelta possibile.

Tutti gli attori in campo possono pensare a qualcosa di diverso pur di non vedere aumentare patologie e disturbi gravissimi. Ma c’è ancora tempo per pensare di riconvertire Taranto? Hanno ragione i medici, il cui documento tra l’altro non cita agli accordi di ArcelorMittal con il governo? Chi può dirlo, soprattutto quando i tavoli negoziali sono aperti, le carte sono in Tribunale e la battaglia è per salvare posti di lavoro e continuare a produrre acciaio.



La priorità del Governo dovrebbe essere la necessità per l’area di Taranto e dei tarantini di favorire, invece, uno sviluppo sostenibile. I medici ricordano di aver già denunciato in passato la trasgressione dell’articolo 41 della Costituzione, dato che la scelta politica è stata la prosecuzione dell’attività del siderurgico come unica strada percorribile.

Un lungo arco di tempo nel quale per i medici ambientali la responsabilità della grave crisi sanitaria, economica e sociale di Taranto non è unicamente attribuibile ai privati che si sono succeduti nella gestione del siderurgico. Che l’ambiente di Taranto non sia affatto salubre è un dato di fatto, che alla luce del documento ISDE assume un rilievo particolare sulle intenzioni di ArcelorMittal.

La popolazione di Taranto sotto il profilo sanitario continua a pagare costi altissimi in termini di qualità di vita e di salute. La fascia maggiormente a rischio risulta essere quella infantile, spiegano i sanitari. A sostegno del loro allarme citano uno studio epidemiologico apparso sulla la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia. È dimostrato che nel quartiere Tamburi, c’è “un rischio inaccettabile nonostante uno scenario caratterizzato da una produzione pari a poco più della metà rispetto a quella autorizzata dall’AIA”.

Poi uno sguardo su cosa è stato fatto all’estero in realtà simili. Esempi? La Ruhr in Germania o l’ex Bethlehem Steel a Sparrow Point in USA. Lì hanno svoltato. Il lavoro precedentemente speso in attività inquinanti e insalubri può essere “riconvertito con successo in lavoro per la bonifica e per la realizzazione di attività più sostenibili, con guadagni non solo per i privati ma per tutti”. La soluzione per superare quello che i medici per l’ambiente definiscono il ricatto occupazionale. Un documento duro che entra nel pieno della battaglia per salvare l’ex Ilva, dove la salute non ha prezzo.

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