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Il silenzio della Consob e la cecità della Confindustria

Cosa aspetti la Consob a sospendere la Borsa è incomprensibile nel suo silenzio. L’agitarsi dedlla Confindustria, che ritiene il diritto alla salute dei lavoratori negoziabile al pari di ogni altro diritto, ricorda invece il padrone delle ferriere dell’Ottocento – In entrambi i casi un tuffo nel passato di enorme gravità

Il silenzio della Consob e la cecità della Confindustria

Gli effetti presenti e attesi per il futuro della pandemia che sta colpendo severamente l’economia italiana hanno determinato comportamenti e reazioni assolutamente riprovevoli di autorità e gruppi dirigenti italiani, del tutto carenti anche dal punto di vista istituzionale della loro cultura politica economica, che trascura ogni segno di responsabilità istituzionale e sociale. È un regresso di responsabilità istituzionale, culturale e politico che non lascia intendere che abbiano compreso ciò che sta accadendo anche nel profondo della società e del tessuto produttivo, nei rapporti tra capitale e lavoro. Molti si limitano ad osservare che oggi si deve fronteggiare la crisi più grave, così come direbbe anche monsieur de La Palice.

Invero, eravamo abituati ad analizzare le crisi economiche dal lato della domanda, per cui si elaboravano le più stravaganti ricette per il suo rilancio. Oggi, dilagando il Coronavirus, siamo di fronte invece ad una crisi sul lato dell’offerta, che comporta il rischio della mancata produzione di beni e servizi. È un prezzo da pagare cui nessuno, famiglie e imprese, potrà sfuggire e che richiederà una profonda revisione dell’assetto industriale italiano da prevalentemente mercantile a industriale, oltre alla pervasiva mancanza di fiducia sulla possibilità di controllare il funzionamento dei mercati di beni e servizi.

Concorre a siffatta sfiducia sia il silenzio della Consob e l’atteggiamento da ottocentesco “padrone delle ferriere” di Confindustria. La prima tace dormendo a fronte di ciò che sta avvenendo sui mercati del capitale di rischio. La seconda si esprime con reiterate sgrammaticature politiche e culturali (richiamando i tempi dei romanzi di Dickens), non disgiunte da cecità programmatica, tesa a privilegiare il capitale rispetto al lavoro. La prima lascia irresponsabilmente aperta la Borsa di Milano ove furoreggiano speculazioni di brevissimo periodo, del tutto indifferenti alle politiche monetarie che inonderanno di liquidità le più diverse economie. Cosa aspetti la Consob a sospendere le negoziazioni è impossibile comprendere nel suo silenzio.

Invece Confindustria parla incessantemente, accecata dagli effetti potenziali sul tessuto industriale italiano, e ritiene senza alcuna remora di responsabilità sociale che il diritto alla salute dei lavoratori sia negoziabile al pari di ogni altro diritto e che siffatto diritto vada contrapposto al diritto di sopravvivenza della impresa.

In sintesi, tra Consob e Confindustria, si tratta di un salto politico culturale nell’Ottocento che non lascia ben sperare sulla capacità di confrontarsi con le enormi sfide culturali e politiche che la crisi di oggi lascerà alle classi dirigenti italiane.

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