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Il caso Regeni e gli affari italiani in Egitto

Se le autorità del Cairo non faranno passi avanti sull’inchiesta relativa all’omicidio di Giulio Regeni, il governo Renzi potrebbe scegliere la strada delle sanzioni – Ecco quanto vale il business italiano in Egitto: Eni è in prima fila, ma le imprese coinvolte sono più di 100.

Il caso Regeni e gli affari italiani in Egitto

Il governo italiano potrebbe varare una serie di sanzioni contro l’Egitto se le autorità del Cairo non faranno chiarezza sull’omicidio di Giulio Regeni. Per il momento, sono stati sospesi i contatti avviati durante la missione dei 60 imprenditori italiani che, al seguito del ministro Guidi, si trovavano in Egitto proprio quando fu ritrovato il corpo del ricercatore. Non è però escluso che nelle prossime settimane arrivino misure ben più pesanti.

In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha detto che se dall’Egitto non arriveranno “risposte convincenti, compiremo i passi conseguenti”. Roma esige dal Cairo “la verità – ha aggiunto -, ossia l’individuazione dei responsabili”, ed è necessario un salto di qualità nella collaborazione investigativa, “perché non sono stati consegnati tutti i documenti e i materiali richiesti. Inoltre, occorre poter svolgere almeno una parte delle indagini insieme. La collaborazione non può essere solo formale. Lo stillicidio di piste improbabili moltiplica il dolore della famiglia e offende il Paese intero”.

In caso di sanzioni, lo scontro diplomatico rischia di trasformarsi in una partita economica di alto valore. L’Italia è oggi il secondo partner commerciale europeo dell’Egitto dopo la Germania, con un interscambio che vale complessivamente 5 miliardi di euro l’anno. Peraltro, i rapporti fra i due Paesi sono in crescita: secondo dati Istat, nel 2014 il giro d’affari è aumentato del 9,9% rispetto al 2013, mentre Sace prevede un incremento del 4,7% per l’export italiano in Egitto nel 2016 (a 3,1 miliardi), dopo il balzo del 7% registrato nel 2015. Le attese sono positive anche per il 2017 (+5,6%) e per il 2018 (+4,7%, a 3,4 miliardi). L’Italia esporta nel Paese nordafricano principalmente beni legati alla meccanica strumentale, alla raffinazione e alla metallurgia. Le importazioni riguardano invece idrocarburi, metalli di base e prodotti chimici.

Intanto, il Cairo sta incoraggiando l’afflusso di capitali esteri e Al Sisi ha annunciato un piano d’investimenti da 80/90 miliardi di dollari per una serie di grandi opere in diversi settori (energia, edilizia residenziale, infrastrutture, turismo, trasporti e logistica). Questi fondi interessano anche le oltre 100 imprese italiane che operano in Egitto e le cui attività spaziano dall’energia all’edilizia, dagli idrocarburi al tessile, dalla meccanica al credito.  

La capofila di questo gruppo d’imprese è l’Eni, il principale produttore di idrocarburi nel Paese con circa 200mila barili di olio equivalente al giorno. Sbarcato in Egitto nel 1954, lo scorso agosto il gruppo energetico ha scoperto nelle acque del Paese nordafricano il giacimento di gas Zohr, il più grande del Mediterraneo, con un potenziale di gas pari a 850 miliardi di metri cubi e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Negli ultimi tre anni, inoltre, Eni ha raddoppiato la produzione di olio nelle concessioni del Western Desert e di Abu Rudeis nel Golfo di Suez, dando anche nuovo impulso produttivo nell’onshore del Delta del Nilo in seguito alla scoperta di Nidoco NW 2 (Nooros prospect) già in produzione.

Proprio per lo sviluppo del giacimento nel Delta del Nilo, lo scorso luglio Eni ha firmato un accordo da 5 miliardi di dollari. Era questa una delle otto intese sottoscritte da aziende italiane a margine di un incontro a Roma fra il premier Matteo Renzi e il primo ministro egiziano Ibrahim Mahlab. Il valore complessivo dei contratti, tutti relativi al settore energetico, era di 8 miliardi e 488 milioni di dollari.

In particolare, Technip ha siglato un accordo che riguarda le due raffinerie di Midor (1,4 miliardi di dollari) e Assiut (1,6 miliardi di dollari), mentre Ansaldo ha firmato un’intesa da 218 milioni di euro con la Egyptian Electricity Holding Company. Edison, infine, ha sottoscritto con l’egiziana Qalaa Energy un contratto da circa 100 milioni di euro per la costruzione di una centrale termoelettrica da 180 MW che produrrà energia elettrica per il mercato egiziano.

Ora su tutti questi affari si allunga l’ombra della crisi diplomatica. A inizio febbraio proprio l’Eni aveva chiesto al governo egiziano risposte credibili e rapide sul caso Regeni: l’invito, però, è caduto nel nulla e le autorità del Cairo continuano a sostenere versioni poco credibili sull’omicidio del ricercatore.

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