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Fiscal drag, è la nuova frontiera della Cgil: “Vorrei avere mille euro indietro”. Ma i conti di Landini hanno più di una lacuna

Una parte del fiscal drag che ha tartassato stipendi e pensioni è stata restituita sotto forma di riforma fiscale che ha favorito i lavoratori dipendenti sotto i 35 mila euro di reddito anno ma ha penalizzato chi guadagna appena di più. E dall’orizzonte di Landini il ruolo della contrattazione è sempre secondario

Fiscal drag, è la nuova frontiera della Cgil: “Vorrei avere mille euro indietro”. Ma i conti di Landini hanno più di una lacuna

Ecco la nuova frontiera della Cgil. “Tra il 2022 e il 2024 lavoratori e pensionati hanno versato 24 miliardi di Irpef in più, perché scaglioni e detrazioni non sono stati rivalutati all’inflazione”, ha tuonato Maurizio Landini in una intervista a Repubblica: “Per un reddito di 30mila euro significa circa mille euro persi. Quelle somme vanno restituite subito”. In termini tecnici si tratta della c.d. restituzione del fiscal drag che fu l’ossessione delle rivendicazioni sindacali degli anni ’80. E di motivi ce ne erano tanti. Il fiscal drag opera con il criterio della progressività delle aliquote su retribuzioni gonfiate dall’inflazione. Negli anni ’80 l’inflazione era piuttosto vivace (due cifre se non anche due decine) e i lavoratori e i pensionati subivano un maggior prelievo fiscale su di un reddito incrementato solo sul piano nominale.

Poi, lo sappiano, la bestia dell’inflazione è stata domata e la questione del fiscal drag è passato in secondo piano, fino all’impennata a cavallo tra il 2022 e 2023 in seguito agli eventi precipitati in quella fase. L’inflazione del biennio 2022-2023 ha prodotto infatti un duplice effetto: da un lato ha eroso il valore reale di stipendi e pensioni, dall’altro ha fatto salire il peso delle tasse sui redditi fissi attraverso la progressività dell’Irpef, che automaticamente innesca un aumento della pressione fiscale. Sul piano dei numeri Landini, però, tira l’acqua al suo mulino. L’economista Marco Leonardi, già direttore del Dipe della presidenza del Consiglio ai tempi del governo Draghi, in un articolo su Il Foglio ha messo ordine nei conti. È vero: in questi anni il governo ha beneficiato di circa 25 miliardi di gettito aggiuntivo arrivati grazie al fiscal drag. Ma 17 miliardi sono stati restituiti con la riforma fiscale che ha favorito i lavoratori dipendenti sotto i 35 mila euro di reddito annuo.

Il risultato è che una parte consistente di quei prelievi rimane incamerata ed utilizzata per finanziare una riforma il cui scopo non era certo quello di restituire il fiscal drag, ma semmai di aumentare il valore reale delle retribuzioni o in seconda battuta di compensare l’impatto che l’inflazione ha avuto su queste ultime. L’inflazione ha ridotto il valore reale del debito pubblico; il fiscal drag ha mantenuto la pressione fiscale più alta di prima. E i conti pubblici sono rimasti in equilibrio, ma a scapito dei redditi da lavoro, sia pure con significative differenze. Infatti, secondo i dati Inps, ai redditi più bassi manca ancora un 3% per tornare ai livelli reali del 2019, ai redditi appartenenti al decile la cui media è pari 32mila manca il 5,5%.

Sono anni ormai che si è deciso per legge che i percettori di redditi superiori a 35mia euro sono benestanti, tanto che negli ultimi anni – nonostante che siano i maggiori contribuenti del fisco – sono rimasti esclusi da tutti i benefici erogati nelle diverse circostanze, dai bonus alle agevolazioni fino alla decontribuzione. Sarebbe necessario – secondo Leonardi – sterilizzare il fiscal drag almeno per il futuro, indicizzando scaglioni e detrazioni all’inflazione e ammettere in modo trasparente, che la riforma per i ceti medio- bassi è stata in gran parte restituzione di fiscal drag, ovvero gettito non dovuto dai contribuenti. È comunque singolare – ad avviso di chi scrive – che il sindacato di Corso Italia porti avanti ormai da anni un linea di tutela dei redditi affidata alle politiche pubbliche ovvero alle misure di carattere fiscale (come la detassazione degli aumenti contrattuali) e contributivo, all’istituzione del salario minimo e quant’altro attiene al campo dell’assistenza.

Siamo ormai all’interno di una logica di ‘’nazionalizzazione’’ delle retribuzioni della cui inadeguatezza il sindacato ritiene di non portare una particolare responsabilità tanto da usare l’argomento nella polemica nei confronti del governo, nello stesso momento in cui la Cgil – come scelta politica di opposizione – boicotta dove le è possibile la stessa conclusione dei contratti pubblici. Landini parla sempre poco della contrattazione collettiva e del ruolo che può svolgere per implementare le retribuzioni. Allo scopo di presentare una realtà sociale in cui ‘’tutte le vacche sono nere’’ la Cgil finisce per non attribuirsi il merito di aver concorso ad invertire nel corso del 2024 e del primo semestre del 2025 una pesante situazione di ritardo, se non di blocco, nel rinnovo dei contratti esponendo le retribuzioni, a suo tempo convenute, all’offensiva di una impennate dell’inflazione non prevista. Nei giorni scorsi è stata la Cisl a provvedere, sulla base dei dati del Cnel, a questa ricognizione. I dati del Report semestrale Cnel rilevano una situazione significativa che riguarda l’aumento della percentuale di lavoratori del settore privato coperti da Ccnl rinnovati, che è passata dal 56% al 31 dicembre 2024 al 65% al 30 giugno

  1. Questo incremento di nove punti percentuali in soli sei mesi rappresenta – secondo la Confederazione di via Po, un progresso considerevole nella copertura di contratti rinnovati. I dati Istat divergono nelle quantità essendo la struttura del campione utilizzata diversa, ma coincidono nelle linee di tendenza.

Il Rapporto semestrale della Cisl , in coerenza con i dati del Cnel, smentisce la litania dei contratti pirata per contrastare il diffondersi dei quali la Cgil richiede il varo di una legge sulla rappresentanza. La realtà evidenzia che a 14.055.107 lavoratori si applica uno dei 214 contratti collettivi nazionali di lavoro nel settore privato sottoscritti da federazioni di categoria appartenenti a Cgil, Cisl e Uil pari al 96% dei lavoratori.

I 60 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da Ugl (di cui 28 per adesione a quelli di Cgil, Cisl e Uil) si applicano al 4% dei lavoratori tracciati dai flussi Uniemens, mentre i 150 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti e riconosciuti da Confsal (di cui 3 per adesione a quelli di Cgil, Cisl e Uil) riguardano il 5% dei lavoratori. 632 altri contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da organizzazioni di rappresentanza diverse non presenti al Cnel, il 62% del totale dei contratti collettivi nazionali in archivio, hanno una copertura complessiva molto marginale pari a 367.645 lavoratori.

Il primo semestre 2025 ha registrato una crescita media delle retribuzioni contrattuali del 3,5%, caratterizzata da una progressiva decelerazione: dal 4,0% tendenziale del primo trimestre al 2,7% del secondo trimestre. Questo andamento – secondo la Cisl – riflette il rientro delle pressioni inflattive e una normalizzazione delle dinamiche contrattuali dopo la forte fase di recupero post-pandemica. L’attività contrattuale – sostiene la Cisl – anche nel primo semestre 2025 ha dimostrato la capacità del sistema di relazioni industriali di adattarsi alle nuove condizioni economiche dando risposte coerenti con il recupero del potere di acquisto delle retribuzioni, pur mantenendo le specificità settoriali che caratterizzano il mercato del lavoro italiano. Nella scheda vengono evidenziate le residue discrepanze tra il reddito perso per effetto dell’inflazione e quello recuperato per effetto delle misure contrattuali e fiscali adottate

Scheda

I dati medi dell’emergenza salariale sono conosciuti ma questi dati medi nascondono una realtà complessa e diversificata per fasce di reddito per quanto riguarda le retribuzioni nette.

  • Gap inflazione-salari: 9 punti percentuali (inflazione +17,4% vs retribuzioni contrattuali +8,3%)
  • Perdita reale: le retribuzioni reali a marzo 2025 (non avendo Istat pubblicato dati del secondo semestre) restano inferiori del 8% rispetto al 2021 Il dato più straordinario emerso dall’analisi Inps riguarda il tendenziale e sostanziale recupero dell’inflazione per i redditi medio-bassi attraverso gli effetti di politiche contrattuali e fiscali. Analizzando le retribuzioni nette a fronte di un’inflazione cumulata del 17,4%, i dati sono i seguenti:
  • Redditi bassi: +14,5% – Gap residuo: solo 2,9 punti
  • Mediana (redditi medi): +16,9% – Recupero quasi completo, divario residuo: 0,5 punti
  • Redditi alti : +12,0% – Gap residuo: 5,4 punti.
    Il differenziale tra retribuzioni lorde e nette mostra l’efficacia redistributiva:
  • Redditi bassi: le politiche fiscali hanno aggiunto 7,4 punti percentuali di crescita
  • Redditi medi (mediana): le politiche fiscali hanno aggiunto 9,5 punti percentuali di crescita
  • Redditi alti: le politiche fiscali hanno aggiunto solo 0,8 punti percentuali di crescita
    Traducendo i dati in euro annui per un lavoratore full-time mediano:
  • 2019: €21.969 netti (€30.755 lordi)
  • 2024: €25.687 netti (€33.027 lordi)
  • Incremento nominale: +€3.718 annui (+€285 mensili)
  • Incremento reale: sostanzialmente in linea con l’inflazione
    Per i redditi bassi, il recupero è stato particolarmente efficace:
  • 2019: €17.217 netti (€21.571 lordi)
  • 2024: €19.720 netti (€23.103 lordi)
  • Incremento nominale: +€2.503 annui (+€192 mensili)
  • Gap inflazionistico residuo: meno di €500 annui

Per Istat – nel periodo considerato – l’elemento più significativo è stato il miglioramento del trend della copertura contrattuale che ha coinvolto 7,4 milioni di lavoratori. Un risultato che deriva dall’intensificazione dell’attività negoziale che ha prodotto una significativa riduzione del numero di dipendenti in attesa di rinnovo scesi dal 47,3% al 43,7%, con tempi medi di attesa ridotti da 29,0 a 24,9 mesi per i contratti scaduti.

La stagione di numerosi rinnovi dei maggiori contratti collettivi nazionali e le misure su cuneo fiscale e detrazioni non solo hanno sostenuto milioni di famiglie in difficoltà, ma hanno realizzato una redistribuzione progressiva efficace. Questo conferma, secondo la Cisl, che la strada maestra per far crescere le retribuzioni è l’integrazione tra contrattazione collettiva forte e politiche fiscali mirate.

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