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Filosofia e Impresa. L’ultimo libro di Emanuele Sacerdote

L’ultimo libro di Emanuele Sacerdote propone metodi filosofici per l’impresa al di là di discorsi sulla tecnologia, intelligenza artificiale e sostenibilità

Filosofia e Impresa. L’ultimo libro di Emanuele Sacerdote

In un momento storico dominato dai discorsi sulla tecnologia, dall’intelligenza artificiale e dalla sostenibilità, ri-focalizzare l’attenzione sul ragionamento e sul metodo filosofico potrebbe essere utile per riaffermare la centralità del capitale umano. Il nuovo saggio di Emanuele SacerdoteFilosofia per l’impresa – propone nuove argomentazioni di matrice filosofica che potrebbero fortificare la gestione strategia dell’impresa.

Siamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale in cui la massima attenzione è rivolta all’innovazione, alla tecnologia, all’intelligenza artificiale e parlare di filosofia mi sembra intrigante e in controtendenza. Come mai questo libro esce proprio adesso?

“Effettivamente avrei dovuto farlo uscire prima. Ho voluto cercare una nuova prospettiva per incoraggiare il “buon ragionamento”. Penso che, proprio in questo momento storico di grandi innovazioni, ma anche di grandi incertezze e di ampia focalizzazione sulle tematiche più esecutive dell’impresa, rinfrescare e recuperare approcci e metodi più umano-centrici e di puro-pensiero potrebbe essere vantaggioso. Il libro non è un testo di filosofia. È un saggio che propone il coinvolgimento di alcuni metodi filosofici in ambito imprenditoriale per facilitare e migliorare l’efficacia della strategia e del buon governo”.

Mi potrebbe fare degli esempi su questa commistione?

“Ho selezionato otto filosofi – Socrate, Aristotele, Bacone, Cartesio, Hegel, Schopenhauer, Husserl e Popper – che a mio giudizio possono contribuire a elevare l’azione strategica dell’organo di governo. Per esempio Socrate ci dice che è meglio essere sempre umili: sai di non sapere e, quindi, domanda. Oppure Aristotele ci consiglia che è doveroso dedurre se vuoi avere qualche certezza in più. Infine, Popper ci sprona alla ricerca dell’errore tramite la valutazione e la confutazione quali metodi per convalidare un concetto. Questi approcci mi sembrano molto indicati per stimolare le organizzazioni a evolversi e/o ripensarsi. La mia idea è che questi metodi filosofici – dubitare, domandare, dibattere, enunciare – potrebbero mediare e aumentare la comprensione della realtà circostante, della situazione, dei differenti punti di vista e, infine, auspicabilmente, potenziare le decisioni da intraprendere nel prossimo futuro”.

Non pensa che chiedere a un imprenditore di dubitare potrebbe essere un po’ azzardato?

“In tutta onestà spero di no. Parlo per esperienza vissuta. Dubitare per credere più fortemente. Lo scopo non è obiettare o contestare il lavoro fatto. La finalità è il miglioramento, l’efficacia, la piena soddisfazione. Onestamente ritengo che dubitare non sia un segno di debolezza. Anzi sia un segno di raziocinio e sapienza. Direi che avere paura e/o poco coraggio potrebbe essere parte del problema. Dubitare e farsi domande non può che rappresentare una normale attitudine e un buon comportamento che presume un ragionamento alla base delle decisioni e delle azioni. Fare per fare, agire senza ragionare, mi sembra temerario. Pensare troppo e non agire forse anche peggio. Inoltre, sul lungo periodo, il rischio di confrontarsi poco e male con la realtà circostante espone l’impresa a inconsapevoli derive rispetto alla rotta desiderata”.

Qual è il punto di partenza per cui un imprenditore dovrebbe prendere in considerazione di dubitare?

“La prima domanda del mio lungo inventario progressista chiede: attualmente qual è il livello di soddisfazione generale, diffuso e percepito all’interno dell’organo di governo? Se la risposta unanime non fosse solidamente affermativa allora varrebbe la pena di iniziare a pensare/ripensare che cosa cambiare e rinnovare, in quanto senza cambiamento dello status quo esistente sarà difficile auspicare a un miglioramento significativo. Pertanto la questione è come iniziare il cambiamento necessario. Filosofia a parte. Per esempio, ho trovato molte affinità e potenziali relazioni di questo metodo con i diversi temi sulla sostenibilità e sugli ESG. La tecnica della domanda ha apportato un contributo decisivo per identificare meglio le aree forti e le aree deboli”.

In questo senso è interessante la sua riflessione sulla maturità dell’impresa. Cosa ci può dire?

“Ritengo che la sottovalutazione della maturità di un progetto imprenditoriale sia il rischio strategico più pericoloso. In questa fase si rischia di alterare e di deteriorare lo status quo e la posizione reputazionale e competitiva consolidata nonché entrare nel tunnel dell’obsolescenza irreversibile. Quindi, l’invecchiamento precoce è tra i peggiori mali. Se poi ci aggiungiamo i pregiudizi cognitivi più frequenti connessi alle asimmetrie informative e alla mancanza di pensiero autocritico i rischi strategici da superare per non entrare in crisi sono parecchi. Certo molte imprese trovano uno stabile equilibrio che, però per cause esterne incontrollabili, rischia di essere compromesso”. 

Sicuramente si percepiscono le connessioni, ma, quali sono i reali benefici tra filosofia e gestione strategica?

“A mio avviso, il beneficio principale dell’utilizzo del metodo filosofico risiede nell’interiorizzare maggior realismo, coscienza e sintesi sulla propria effettiva condizione tramite una profonda indagine di autoconsapevolezza sui propri limiti e potenzialità e sulla propria realtà. Per comprendere l’essenza dell’impresa, bisogna decodificare lo scopo, i valori e le ragioni attraverso un’attenta indagine sulle attitudini, sui comportamenti e sulle prassi messe in atto dall’esecutivo che governa e che dirige la ventura verso il proprio avvenire. È mia opinione che siamo sempre parte corresponsabile delle nostre insoddisfazioni. Molto pragmaticamente tutto il succo del discorso propone come diventare maggiormente soddisfatti della propria ventura. La proposta per conseguire questa soddisfazione superiore consiste nel diventare maggiormente critici, assertivi e eventualmente saggi. La “via filosofica” prospetta un metodo improntato al realismo e alla consapevolezza, all’impegno e, naturalmente a perseguire il futuro. Molto pragmaticamente ai progetti sostanziali su cui investire per il futuro (ndr, tipo la sostenibilità)”.

Quindi, la soluzione proposta di innestare un ciclo prestrategico potrebbe essere la soluzione?

Considero la pianificazione strategica e i brillanti piani industriali un buon modo per cercare di intercettare il proprio avvenire. Però mi rendo conto che molte aziende fanno fatica a utilizzarle in modo costruttivo e continuativo. Mi sono anche reso conto più volte che il difetto di molta pianificazione strategica risiede negli errati presupposti e considerazioni iniziali. L’idea di un ciclo prestrategico, prima della stesura della strategia esecutiva, potrebbe servire per delineare meglio dove siamo e progettare dove andiamo. La mia proposta suggerisce di utilizzare il ragionamento deduttivo di matrice aristotelica. Il buon governo dovrebbe interrogarsi maggiormente sulla propria realtà consolidata e sulle opzioni future. Il buon governo dovrebbe fortificare il consenso interno tramite maggior dibattito. Il buon governo dovrebbe enunciare e deliberare sempre le premesse e le conclusioni prestrategiche su cui impostare le iniziative correttive e di cambiamento volte a stimolare la vocazione di progresso. Il beneficio pratico di questo lavoro prestrategico è che dovrebbe durare più a lungo, sempre che i risultati lo testimonino, e dovrebbe facilitare l’implementazione della strategia esecutiva. L’ho testato varie volte su alcuni progetti e ha dato i suoi risultati.  

Comprendo la complessità dell’argomento, ma potrebbe darci qualche dettaglio?

“Come detto, prima di tutto bisogna dubitare di poter e voler fare meglio e poi domandare, dibattere ed enunciare. Il metodo vuole indagare sui fatti, sulla produttività, sulle scelte, sui risultati, sulle ambizioni, sulle motivazioni, sui deadblock e poi provare a trovare delle nuove argomentazioni e opzioni più solide e robuste per aumentare la governabilità, la direzionalità e la vocazione di progresso. Investiga approfonditamente sugli agenti del progresso. 1) Vitalità (rappresenta la sfera dell’identità e l’area riferita al patrimonio consolidato, alla capacità esecutiva ed evocativa, alla grandezza della crescita). 2) Direzione (rappresenta le capacità e le abilità attuali e potenziali di governo, di processo decisionale, di pianificazione strategica, di gestione operativa ordinaria e straordinaria e di amministrazione nonché le sensibilità culturali, sociali, ambientali della proprietà, del consiglio di amministrazione e del gruppo di comando). 3) Rigenerazione (rappresenta le forze progressiste e innovative in grado di ammodernare, modernizzare, rinnovare, evolvere). 4) Appartenenza (rappresenta il capitale umano che partecipa, lavora ed esegue la strategia e indaga aspetti hardskill e softskill che creano un’organizzazione partecipe, coesa, efficace e efficiente in un ambiente consensuale). Queste quattro parole chiave vengono dimensionate tramite 466 domande progressiste semi-aperte che fanno parte della prima sezione del metodo. Poi si dibatte insieme per cercare le convergenze e la sintesi e, infine, si identificano e si enunciano le nuove premesse e conclusione prestrategiche che rappresentano le iniziative correttive su cui impostare la strategia del futuro”.

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