Si fa presto a dire tassi Fed. E ancor più si fa presto a dire Fed. La banca centrale statunitense, che farà il suo primo debutto al suo simposio annuale di Jackson Hole con la guida del suo nuovo presidente Kevin Warsh arrivato in primavera, è una Fed del tutto diversa da quella a cui si era abituati e al momento non ancora del tutto manifesta nelle sue strategie.
Gli investitori sono confusi. Cercano di intuire da ultime azioni e messaggi di Warsh, dai dati, dall’andamento dei mercati, ma faticano a trovare un sentiero, cosa di cui avrebbero un gran bisogno. A rendere ancora più confusa la visuale sono stati gli interventi a sorpresa di questi ultimi giorni del segretario del Tesoro Scott Bessent che ha gettato scompiglio sul mercato obbligazionario a lungo termine, che tra l’altro condiziona direttamenti i tassi dei finanziamenti.
Warsh e Bessent stanno giocando a poliziotto buono e poliziotto cattivo? Warsh ha sostenuto la necessità di abbandonare alcune delle politiche di comunicazione consolidate della banca centrale, lasciando che siano i mercati a svolgere il lavoro più gravoso, mentre Bessent ha impiegato una serie di strumenti, alcuni dei quali insoliti, con l’obiettivo di favorire il funzionamento del mercato. Quanto possono essere distaccati i responsabili politici quando si tratta di stabilire il prezzo della moneta? La risposta potrebbe arrivare domani quando il discorso in programma di Warsh dovrebbe fornire qualche chiarimento. Intanto si può fare i conti le novità con cui Warsh, ma anche Bessent, si presenteranno.
La nuova task force di Warsh
Si inizia dalla nuova struttura della Fed. In vista del simposio di Jackson Hole, Warsh ha già avviato una revisione del funzionamento della banca centrale, con cinque task force con il compito di esaminare ogni aspetto: dalle comunicazioni e previsioni alla misurazione dell’inflazione, dalla qualità dei dati alla produttività e all’utilizzo del bilancio.
Gli analisti dicono che, molto probabilmente, gran parte della discussione al convegno nel Wyoming verterà proprio sulla stessa nuova struttura della Fed con le nuove task force. Warsh ha annunciato di aver scelto 15 persone esterne alla Fed, cinque delle quali nate all’estero, tra cui gli ex governatori delle banche centrali di Brasile, Inghilterra e India, e due ex funzionari nominati a incarichi di alto livello dal presidente Barack Obama, per guidare il suo programma di riforma, fiore all’occhiello della sua iniziativa. In particolare Warsh, ha nominato cinque task force per riconsiderare il funzionamento della Fed: modelli di inflazione, dati, produttività e occupazione, comunicazione e politica di bilancio. Nel loro insieme, rappresentano la revisione più significativa della politica monetaria statunitense almeno da quando il Federal Open Market Committee (il Fomc) ha adottato un obiettivo di inflazione formale nel 2012. Tale revisione era attesa da tempo: del resto cinque anni di inflazione superiore all’obiettivo stanno erodendo la credibilità che la Fed ha impiegato decenni a costruire. Warsh si è impegnato a mantenere l’obiettivo di inflazione del 2%, per ora, ma intende rivedere il quadro generale: ha ragione nell’affermare che i dati sui prezzi sono imperfetti, ma il Fomc si avvale già di dati privati e alternativi in tempo reale, oltre alle statistiche ufficiali, attraverso le indagini del Beige Book, i contatti con le imprese e le misurazioni basate sul mercato.
La svolta monetarista di Wash
Mentre la maggior parte degli osservatori guarda quasi esclusivamente all’andamento dell’inflazione per cercare di capire la traiettoria dei tassi della nuova Fed, c’è una novità non proprio evidente che non va sottovalutata: la svolta monetarista di Warsh. Pur negando di essere un “monetarista” in senso stretto, benché studioso del filosofo monetarista del XX secolo Milton Friedman, il mese scorso Warsh ha accennato alla sua preferenza per il reinserimento degli aggregati monetari nel quadro di controllo della Fed come parte di un “mosaico di informazioni”. Intervenire sulla quantità di moneta in circolazione era di gran moda durante i picchi inflazionistici degli anni ’70 e ’80, ma fu abbandonato dall’ex presidente della Fed Alan Greenspan già nel 1993, in quanto ritenuto inaffidabile a causa dell’innovazione finanziaria e dell’incapacità di cogliere la velocità di circolazione della moneta, ovvero la frequenza con cui ogni unità di moneta viene scambiata.
Ma riabilitando l’uso di aggregati monetari come M2, che misura la crescita del contante in circolazione, dei depositi e dei fondi di risparmio a prelievo libero, Warsh ha riaperto l’annosa controversia sulla loro applicabilità e sui potenziali pericoli. Solo il mese scorso, l’ex governatore della Fed e consigliere di Donald Trump Stephen Miran, ha sostenuto l’inclusione della moneta e del credito nelle deliberazioni della Fed, come ora sembra auspicare anche Warsh. Un argomento chiave è che l’esplosione della crescita dell’offerta di moneta M2 durante la ripresa dalla pandemia (in un contesto di sostegno governativo) ha innescato direttamente il successivo picco inflazionistico e avrebbe dovuto allertare la Fed sui pericoli prima. Il mese scorso la crescita annuale dell’M2 ha raggiunto il massimo degli ultimi quattro anni, attestandosi al 5,14%, quasi due punti percentuali in più rispetto al tasso di inflazione preferito dalla Fed.
Uno dei nuovi membri della task force di Warsh, William White, ex capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, ha sostenuto che era giunto il momento di porre fine al targeting di inflazione ristretto come ortodossia delle banche centrali perché elude gli eccessi del settore finanziario e la loro “prociclicità”, alimenta l’accumulo di debito e alla fine costringerà i governi alla repressione finanziaria e all’inflazione per ripagare il debito. E se le opinioni di White sono indicative di un cambiamento di mentalità all’interno della Fed, egli è irremovibile sul fatto che i tassi di interesse non dovrebbero essere abbassati nell’attuale contesto finanziario e degli investimenti caratterizzato da forte euforia. “Abbassare i tassi oggi, di fronte a uno shock simile (a quello del 2008), potrebbe essere ancora più pericoloso”, ha scritto, sottolineando l’enorme portata della spesa per l’intelligenza artificiale, che è “potenzialmente inflazionistica” e ha un ritorno in termini di produttività non dimostrato.
Molti di coloro che più probabilmente applaudiranno alla sua svolta monetarista sono anche quelli che più probabilmente vorrebbero tassi di interesse più alti, non più bassi.
Bessent vuole fare il poliziotto buono rispetto a Warsh?
In questo caldo mese di agosto, anche chi fosse stato sotto l’ombrellone, non ha potuto non accorgersi delle mosse a sorpresa del segretario del Tesoro Usa. Da settimanse si era notato un persistente rialzo dei rendimenti dei titoli di stato a lunga, i quali per altro influenzano anche i tassi dei finanziamenti di famiglie e società, soprattutto quelle tecnologiche che stanno chiedendo capitali stratosferici per l’intelligenza artificiale. I rendimenti dei titoli di Stato trentennali statunitensi, il mercato obbligazionario governativo più profondo e di maggiore importanza sistemica al mondo, hanno raggiunto il livello più alto dal 2007. Per cercare di mettere un freno Bessent è intervenuto sul mercato acquistando titoli a lunga scadenza e annunciando che lo avrebbe fatto ancora tra il 9 settembre e il 4 novembre (in coincidenza non casuale con le elezioni di midterm), in tranche ogni volta “almeno raddoppiate” a 4 miliardi.
Con quali fondi? In un rimo momento si era pensato che volesse farlo vendendo i titoli a breve (il che avrebbe provocato un rialzo dei loro rendimenti) ma poi è emersa l’intezione di attingere al Fondo Generale del dipartimento con la potenza di fuoco di quasi mille milari di dollari: con il corollario che ciò porterebbe molta liquidità e moneta nel sistema, fattore che, come detto, sta molto più a cuore ora alla Fed. Il dollaro era crollato in seguito alle azioni di Bessent. Poi i mercati si sono ripresi, ma i dubbi restano. Warsh ha affermato di non voler ricorrere a questi strumenti nella stessa misura in cui la Fed li ha utilizzati negli ultimi anni e ha a lungo criticato gli acquisti di asset su larga scala da parte della Fed, sostenendo che tali interventi dovrebbero essere riservati a reali disfunzioni del mercato, con la politica dei tassi di interesse che dovrebbe guidare gli obiettivi in materia di occupazione e inflazione.
In realtà se il mercato obbligazionario mostra rendimenti in rialzo, i motivi sono a monte e interventi sul mercato potrebbero essere solo palliativi.
Il tema dell’inflazione e del controllo del debito
E poi, certamente, c’è anche il tema dell’inflazione che si mantiene ostinatamente al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale. Oltre a un quadro fiscale in indebolimento, con il debito pubblico che ha superato i 40 trilioni di dollari.
Mentre gli ultimi dati sembra che l’inflazione stesse cedendo, nonostante l’aumento dei costi del’energia legati alla crisi in Medio Oriente, il dato di questa settiman, il più amato dalla Fed, ha mostrato un indice della spesa per consumi personali di luglio ha continuato a crescere a un ritmo annuo del 3,7% a luglio, quasi il doppio dell’obiettivo della banca centrale. Questi dati hanno indotto gli operatori di mercato ad attribuire una probabilità di circa il 40% a un aumento dei tassi il mese prossimo, con un incremento di un quarto di punto percentuale previsto entro dicembre. Nel corso dell’ultimo mese, i dati su inflazione, occupazione e vendite al dettaglio sono risultati in linea o inferiori alle aspettative del mercato, spingendo gli operatori a ridimensionare le previsioni di rialzi dei tassi a breve termine.
Il debito federale degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40.000 miliardi di dollari il che suscita nuovi allarmi sul fatto che si sta profilando una crisi fiscale, poiché i costi crescenti per i programmi di assistenza sociale e i pagamenti degli interessi superano di gran lunga le entrate trattenute dai tagli fiscali. Il debito pubblico è più che raddoppiato in meno di un decennio, passando da 19.950 miliardi di dollari al momento del primo insediamento del presidente Donald Trump nel gennaio 2017. Circa un terzo di tale aumento si è verificato durante i due anni di frenetici prestiti governativi per finanziare le misure di contrasto alla pandemia di Covid adottate da Trump e dall’ex presidente Joe Biden, mentre le scelte di politica fiscale di entrambi i presidenti, unite a squilibri di spesa e tassazione di lunga data, rappresentano la parte restante.
Le organizzazioni di controllo del bilancio prevedono da settimane il superamento di tale soglia e hanno lanciato avvertimenti perentori, affermando che una vera e propria crisi del debito potrebbe scoppiare a meno che i legislatori non affrontino una prospettiva fiscale insostenibile e aumentino le tasse, riducano la spesa o facciano entrambe le cose. Temi scottanti per il presidente Trump, che a breve dovrà confrontarsi con le elezioni di Midterm.
