Condividi

De Felice (Intesa): “Si respira fiducia, la ripresa c’è e la Borsa può decollare”

INTERVISTA DEL WEEKEND a GREGORIO DE FELICE, Head of research e chief economist di Intesa Sanpaolo – Dall’economia arrivano segnali positivi, la fiducia delle imprese e delle famiglie cresce e il risparmio degli italiano “è una grande ricchezza che si misura in trilioni”: ci sono tutte le condizioni per un vero salto di qualità della Borsa italiana

De Felice (Intesa): “Si respira fiducia, la ripresa c’è e la Borsa può decollare”

“Se non ora quando?”, si chiede Gregorio De Felice, prudente ma non pavido Head of research e chief economist di Intesa San Paolo, di fronte ad una congiuntura che, finalmente, offre l’occasione per un sensibile passo in avanti su più fronti, dall’afflusso di capitale di rischio nelle imprese ad un ciclo più virtuoso del debito pubblico. Intendiamoci: non è l’ora per interventi “rivoluzionari”, ma di mettere a frutto con coerenza il lavoro fatto in questi anni difficili, quando molti (ma non De Felice), disperavano che l’Italia potesse risalire la china. Al contrario, di questi tempi non passa giorno senza una qualche nota positiva sull’economia italiana: produzione, industriale, crescita del pil, calo delle sofferenze in banca e così via. 

Tutto bello, forse troppo, dottor De Felice. Non c’è il rischio che qualcosa possa andare storto? 

“Partiamo dai rischi. Il più insidioso riguarda una possibile bolla cinese innescata dalla crescita molto forte del credito. Un fenomeno analogo è stato all’origine della bolla thailandese sfociata nella crisi asiatica, così come è accaduto in Usa con i subprime o per gli eccessi del mercato immobiliare spagnolo. Se pensiamo alla crescita degli investimenti in Occidente, che non si sono certo limitati all’acquisto delle squadre di calcio milanesi, l’impatto potrebbe essere rilevante, ma non dimentichiamo che il capitalismo cinese ha caratteristiche particolari. La forte presenza dell’impronta pubblica rende più gestibili le fasi di crisi”.

A parte la Cina? 

“L’altra possibile fonte di preoccupazione è la politica commerciale americana. Se Donald Trump confermerà nei fatti l’impostazione protezionistica promessa in campagna e mai rinnegata, diventerà tangibile il rischio di reazioni a catena perché il protezionismo non è mai unilaterale. Come il mondo ha già sperimentato negli Anni Trenta, in quel caso ci rimettono tutti. Infine, non possiamo dimenticare le tensioni geopolitiche che possono introdurre elementi di instabilità”. 

Esauriti i fattori di rischio si ha però la sensazione che in questo momento l’elenco degli elementi positivi sia lungo. E’ così? 

“Stiamo vivendo un ciclo espansivo insolitamente lungo, il secondo dal dopoguerra in termini di durata. Ma per la prima volta la crescita si accompagna a valori molto contenuti dei tassi di inflazione. La normalizzazione del costo del denaro è destinata a procedere ovunque con molta gradualità”. 

Anche negli Stati Uniti? 

“Secondo le nostre previsioni di qui alla fine del 2018 la Fed alzerà i tassi, con molta gradualità, tre volte”. 

E che farà la Bce?  

“La Banca Centrale Europea non ci pensa proprio ad alzare i tassi. Forse ci sarà un piccolo ritocco nel 2019, ma non prima. Mario Draghi è troppo condizionato dalla pressione al rialzo sull’euro. O forse si lascia condizionare senza troppi rimpianti”. 

Già si levano, però, i primi lamenti sull’impatto dell’euro forte sull’export. Merita preoccuparsi? 

“Le nostre esportazioni verso l’area dollaro rappresentano il 13% circa del totale contro il 50% circa verso i partner dell’Eurozona. L’impatto sul Pil della pressione sul cambio potrebbe aggirarsi intorno allo 0,1%-0,2%. Una percentuale non trascurabile, visto che la crescita oscilla attorno all’1,4%, ma sostenibile”. 

Lo scenario, insomma, si presenta positivo. E’ così? 

“I fattori esteri sono favorevoli. Ma questo si combina con un atteggiamento positivo della congiuntura interna, moderatamente espansiva. Il sistema ha reagito: lo dimostrano i segnali sulla ripresa dell’occupazione. Ho appena visto un’indagine di Manpower che rileva un aumento del 3% della domanda di personale da parte delle imprese. Intanto sale la fiducia, sia quella delle famiglie che delle imprese. E sono ripartiti gli investimenti. Non solo nei trasporti. Presto vedremo il ritorno del Piano Industria 4.0, dai super ammortamenti agli sgravi su ricerca e sviluppo. Un pacchetto di interventi che vale 15 miliardi in due anni”. 

C’è di che esser fiduciosi sul prossimo futuro, dunque? 

“Il sistema industriale può contare sugli incentivi ad investire, sia sui tassi bassi e, non ultimo, sulla necessità di rimuovere l’obsolescenza dei macchinari che hanno una vita media di 13 anni. Senza dimenticare che il sistema registra già oggi un buon avanzo commerciale”. 

E non pesa più, almeno nelle dimensioni passate, la spada di Damocle della crisi del credito. E’ archiviata? 

“Diciamo che dopo il salvataggio delle banche venete non si parla più di rischio sistemico per le banche italiane. Esiste ancora un rischio rilevante che condividiamo con il resto del sistema europeo: i margini di redditività restano bassi così come il rendimento della gestione del denaro. Soprattutto, però, occorre prezzare gli ingenti investimenti in tecnologia necessari anche per rispondere alle richieste dei regolatori”. 

In questa cornice sembrano inevitabili le concentrazioni. Si faranno? 

“Mi auguro vivamente dì sì. E’ l’unica strada per fronteggiare l’aumento dei costi”. 

Anche a livello europeo? 

“E’ altamente auspicabile e ragionevole a fronte di una maggior integrazione. Ma prima bisogna risolvere il nodo delle garanzie sui depositi ed altri aspetti, oggi sottoposti a legislazioni diverse”. 

Intanto, come dimostra la recente indagine sul risparmio del Centro Einaudi presentata da Intesa Sanpaolo nei giorni scorsi gli italiani non cessano di risparmiare. Anzi… 

“E’ una nostra grande ricchezza che si misura in trilioni che dobbiamo difendere con la massima attenzione”. 

Si aspettava il boom dei Pir? 

“In tutta onestà ha superato le mie aspettative. E’ la conferma dell’appeal sul risparmio del trattamento fiscale. Ora è necessario non disperdere questa risorsa: per far funzionare a dovere il sistema occorre adeguare l’offerta di aziende quotate alla domanda”. 

Sarà la volta buona? 

“Ho la sensazione, anzi qualcosa in più di una sensazione, che nel 2018 crescerà in maniera sensibile l’offerta di nuove aziende sul mercato aiutando così a rimuovere un’anomalia italiana, un Paese dove si è fatto ricorso solo al credito bancario. Ma i manuali di testo ci insegnano che la banca va utilizzata per finanziare l’attività commerciale. Per tutto il resto bisogna far conto sul capitale di rischio e sulle obbligazioni a medio-lungo”. 

Sarà la volta buona? 

“Se non ora quando? Le premesse sono favorevoli”. 

Il rischio è politico. Ci stiamo avviando verso una stagione elettorale complicata che potrebbe pesare in maniera determinante sul debito. Andrà così? Oppure, come è accaduto in Spagna, la ripresa economica andrà avanti comunque? 

“Non faccio previsioni politiche ma posso notare che la situazione è ben più solida che nel 2011/12. L’esposizione delle banche alla raccolta estera è scesa al 20 % dal 50% di allora. La quota di debito pubblico in mano alle banche è scesa da 430 a 70 miliardi. Altri dati dimostrano che la situazione finanziaria è oggi ben più solida di cinque anni fa. L’incertezza elettorale può rappresentare un’insidia. Ma, tutto, sommato, l’Olanda è in attesa di un nuovo governo da marzo”. 

Al di là della cronaca elettorale però gli interventi urgenti, se non le emergenze, non mancano. 

“Sarebbe molto utile lanciare ai mercati un segnale di buona volontà sul fronte del debito pubblico: bisogna far ripartire le privatizzazioni e la valorizzazione di una parte del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti locali, qualcosa che vale sui 3-400 miliardi secondo le stime. Non pretendo tanto, ma cessioni per 10-15 miliardi all’anno avrebbero un enorme effetto. Non meno importante accelerare la riforma della Pubblica amministrazione”.

E in materia di occupazione? 

“Il ciclo virtuoso innescato dal programma 4.0 e dagli altri interventi produrrà i suoi effetti nel tempo. In condizioni normali suggerirei di non interferire in questo processo in cui le agevolazioni sono al servizio dell’intera collettività. Ma, vista la condizione disastrosa dell’occupazione giovanile, si possono dirottare risorse mirate verso quest’obiettivo”.  

Oggi, perché se non ora quando? Finalmente, è tornato un ingrediente essenziale, “Siamo tornati a respirare un clima di fiducia” conclude De Felice.

Commenta