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DAL SITO INPIU’ – Def: elezioni regionali vicine, tagli veri più lontani

DAL SITO INPIU’ – L’avvicinarsi delle elezioni regionali non favorisce veri tagli di spesa, che infatti vengono rinviati – Il Governo ha tre carte da giocare (i tassi bassi, il rimpatrio dei capitali e la crescita) ma ci vorrebbe un colpo d’ala e non solo acrobazie

DAL SITO INPIU’ – Def: elezioni regionali vicine, tagli veri più lontani

È appena finito il cammino in Parlamento della Legge di stabilità per il 2015 e già si apre il percorso per la preparazione di quella per il 2016, con l’aggiornamento del documento di economia e finanza (DEF), che è il documento chiave di programmazione finanziaria per la politica economica. È presto per giudicare: quel che trapela non indica ancora una direzione. 

Pare certo che il governo voglia evitare nel 2016 (e nel 2017) l’aumento dell’IVA (la clausola di salvaguardia per 17 miliardi, altri 26 nel 2017); tra le frecce al suo arco vi sono il calo degli oneri d’interesse sul debito pubblico (forse 5 miliardi), le misure di autodenuncia dei capitali detenuti all’estero (ma una tantum, l’anno dopo vanno reperite altre risorse), il probabile aumento della crescita del Pil rispetto alle previsioni attuali, quest’anno e l’anno prossimo. 

Si sa che il premier vorrebbe più spazio negli obiettivi concordati con la Commissione europea (aumentando il disavanzo per il 2016 da 1,8% a 2,2% del Pil), ma quella è una strada in salita e senza molto respiro. Alla fine, non si scappa: serviranno nuovi sostanziosi tagli delle spese, almeno 10 miliardi per il 2016, molti di più per il 2017 (non si era detto 32-34 miliardi?), mentre ancora non sono del tutto definiti i tagli del 2015. 

Si annuncia di voler guardare anche alle cosiddette tax expenditures, cioè le molteplici esenzioni fiscali assicurate nel corso del tempo a destra e a manca, ma tornare indietro è difficile; inoltre, non c’è provvedimento del nuovo governo per spingere l’economia che non contenga nuovi crediti d’imposta. Invece di chiudere i buchi nel gruviera, per ora se ne sono scavati molti nuovi.

La spending review riparte, spostata a Palazzo Chigi (nelle mani di Yoram Gutgeld e Roberto Perotti), ma per ora senza una bussola politica. Una visione nuova del ruolo dello stato e del settore pubblico nell’economia non è emersa, di voglia di cambiare davvero le gestioni, usare i nuovi poteri per la mobilità del personale pubblico, privatizzare, bonificare le società pubbliche, finora si è visto poco. 

D’altra parte, incombono le elezioni regionali, un test politico di notevole importanza per il premier. Ricordando che il suo partito, il PD, resta il partito della spesa pubblica. Spero di sbagliarmi, ma mi sa che per una direzione chiara dovremo attendere ancora; per ora, continueremo con un po’ di acrobazie.

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