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Coronavirus in tv: informare non è solo contare morti e contagi

Raccontare correttamente l’emergenza sanitaria provocata dall’epidemia cinese non richiede di alimentare la paura e fare allarmismo e non può basarsi unicamente sulla contabilità dei morti e dei contagi al di fuori di un contesto comprensibile

Coronavirus in tv: informare non è solo contare morti e contagi

Sono in corso due crisi: la prima, drammatica, riguarda la diffusione del coronavirus e la seconda interessa il sistema mediatico, in particolare quello della televisione. La prima si dimensiona su fatti reali, le persone infette e quelle a rischio di contagio, la seconda si riferisce a come la prima viene “raccontata” dai telegiornali. Si può riproporre lo stesso interrogativo che si era posto Umberto Eco nel 1972: “Quante notizie dà il telegiornale? Come le dà? In che misura e in che modo le manipola?”. 

Il Censis ha pubblicato proprio nei giorni scorsi il 16° Rapporto su «I media e la costruzione dell’identità» dove sono emersi dati di particolare interesse utili a riflettere su quanto sta avvenendo nell’emergenza sanitaria in corso nel Paese. Il 59% degli italiani si informa attraverso la televisione, in particolare con i telegiornali. Le diverse testate giornalistiche in diverse edizioni della giornata riescono a soddisfare la maggior parte della richiesta di informazioni e aggiornamenti.

La composizione del pubblico che segue i notiziari in tv vede al primo posto la fascia di età superiore ai 65 anni. Sono gli anziani ad essere maggiormente “incollati” di fronte allo schermo mentre le altre fasce di età distribuiscono le loro scelte verso la carta stampata, il web e la radio. Anche i notiziari allnews24 sono in ottima posizione: seguite dal 19% del pubblico. 

I numeri ci confermano quanto noto da tempo: la televisione concorre in modo rilevante a influenzare, formare e consolidare la percezione della realtà. Il tema di cui si dibatte in questi giorni, durante la crisi sanitaria più importante che il nostro Paese ha attraversato da molti decenni, è esattamente comprendere se, come e quanto il flusso di notizie, la quantità e la qualità dell’informazione televisiva è in grado di aiutare i cittadini a sapere esattamente cosa accade e, di conseguenza, essere in grado di valutare e determinare i propri comportamenti.  

La parola più usata, non solo in televisione, in queste ore è “paura” ed ha iniziato ad avere un significativo rilievo e enfasi a partire dai tg serali e, in particolare, dalla lunga edizione del Tg di La7, condotto da Enrico Mentana, dello scorso venerdì, quando ancora le notizie sulla diffusione del virus in Italia erano scarse ed incomplete. Rispetto alla settimana precedente, il 14 febbraio, i telespettatori dei tg della sera sono aumentati di circa un milione. I giornali solo il giorno successivo, sabato 22, hanno titolato a tutta pagina l’esplosione del fenomeno. Il primo problema è stato l’individuazione delle fonti attendibili dalle quali attingere notizie certe e verificabili da mandare in video.

In assenza di un quadro completo sulla diffusione del contagio (emerso solo con i dati forniti dal capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, nella conferenza stampa di sabato notte), la corsa dei telegiornali è stata tutta nel fornire una quantificazione della crisi, un racconto “numerico” esattamente sul modello seguito per quanto sta avvenendo in Cina: buona parte della composizione dei notiziari si è  tutta concentrata sulle “cifre”. Quanti sono i contagiati, quante le persone ricoverate, quanti i deceduti? Questi gli interrogativi che, già dai primi giorni della crisi hanno costituito lo schema narrativo di pressoché tutti i media.

Il “bollettino di guerra” è stato, ed è tuttora, concentrato sui numeri che raramente sono stati contestualizzati rispetto al peso reale delle altre epidemie o pandemie che hanno interessato non solo il nostro Paese negli ultimi decenni. Le “buone notizie” che pure ci sono state (persone guarite o dimesse perché immuni o non infette) sono state invece spesso collocate in coda ai servizi. Il “racconto televisivo” per la parte giornalistica si è concentrato prevalentemente su queste linee ed ha demandato alle trasmissioni di informazione/intrattenimento  nelle diverse collocazioni di palinsesto i successivi approfondimenti.  

L’interrogativo che è lecito porsi in queste circostanze si riferisce al rapporto tra quantità/qualità delle notizie diffuse e come queste invece possono alimentare fenomeni sociali non meno pericolosi dei fatti raccontati. Allarmismo, fake news, teorie complottiste e, in ultimo panico e psicosi, corrono il rischio di dilagare fuori controllo. La paura, come ha scritto Ilvo Diamanti, che da anni si è occupato di questo tema “… è diffusa, sul territorio. Influenzata da fattori che, in parte, trascendono l’esperienza personale…”.

Come affrontare correttamente questo problema? Il primo modo è di semplice deontologia professionale: informare correttamente, in modo equilibrato e completo al netto di enfatizzazioni eccessive, magari finalizzate a conquistare qualche punto di share. Il secondo si riferisce alla formazione dei colleghi, spesso, impreparati a gestire, a “raccontare” una crisi nella quale ci siamo trovati tutti sorpresi e incompetenti. 

2 thoughts on “Coronavirus in tv: informare non è solo contare morti e contagi

  1. Il commento del Criminologo Ezio Denti

    #AIUTATECI A RESTARE A CASA
    Mi rivolgo a tutti gli italiani che come me …pensano come me, ed è per questo che ho deciso di eliminare definitivamente tutti i miei profili facebook ed instagram, a causa di quanto sta accadendo nel nostro paese, e nel rispetto di ciò, in quanto pubblicare la mia vita, la mie attività, i miei vezzi, le mie presenze televisive, i miei divertimenti, ecc…ecc…sarebbero state informazioni “umilianti” per coloro che stanno vivendo questo periodo di tragedia.
    I social e i media (ed è risaputo) danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.
    Quante volte abbiamo dato dello stupido a una persona che non capiva le nostre parole e i nostri ragionamenti o che, semplicemente, aveva idee e visioni diverse delle nostre?
    Come tante volte accade, la “stupidità” può avere declinazioni diverse e assume diverse sfumature a seconda del contesto in cui è utilizzato. Uno stupido può essere, infatti, una persona che ha capacità e sensibilità limitate: in questo caso, la stupidità è legata a una sfera che è quella della comprensione e della possibilità di vivere una vita normale, in rispetto alle più comuni regole del vivere associato. In altri casi, invece, la stupidità può essere una condizione dolosa e indotta: c’è chi si comporta da stupido, pur non essendolo, e lo fa per attirare l’attenzione su di sé o per sfuggire, volontariamente o no, ai doveri imposti dalle relazioni. È in questo caso che la stupidità è aggravata da una componente volontaria (fare gli stupidi, non esserlo) che la rende ancora più indesiderabile e ripugnante.
    Nonostante un’accezione chiaramente negativa, la stupidità sembra affascinare da sempre di più giornalisti, attori, influencer, soubrette, filosofi, pensatori, parolieri e chi più ne ha più ne metta. Tanto che qualcuno è arrivato, addirittura, a considerarla una condizione pregiata.
    Ora mi chiedo, in un periodo catastrofico come quello che stiamo vivendo è ammissibile che anziché prendere in considerazione lo stato delle singole persone si pensi a far presenziare in tv personaggi pubblici che si arrogano del diritto di presentare una coppa di un reggiseno come mascherina utile alla protezione a discapito di quelle migliaia di persone che sono in terapia intensiva, sedati da settimane ed intubate, delle migliaia di persone che hanno perso la vita. Interviste a coppie di artisti tranquillamente agiati sul letto che sorridono e raccontano la loro vita giornaliera ed ovvero cosa hanno cucinato, i loro impegni nel pulire casa, chi legge un libro, e che si lamentano di non poter portare a termine il loro film, ecc…ecc… Attenzione: queste persone, vivono di rendita: artisti che pur stando a casa prendono i loro cachè, i loro diritti d’autore e/o emolumenti enpals, musicisti garantiti dalle entrate quali i diritti Siae, giornalisti che  seppur impegnati nel loro lavoro continuano a prendere il loro stipendio, imprenditori che hanno comunque accumulato riserve economiche tali da poter sopravvivere per molto tempo ancora, dipendenti statali che in qualunque caso percepiranno il loro stipendio, italiani garantiti dal mitico reddito di cittadinanza di cui è accertato con oltre il 50% non lo meriterebbe,  ecc… ecc… Per non parlare poi di quei soggetti seduti su di un divano, che criticano la chiusura delle chiese o la mancanza di sacramenti. Ecco…queste sono le persone che oggi vengono intervistate.
    Quelli che non hanno capito che la vita è una cosa seria li riconosci subito: ridono.
    E voilà, accendo la televisione alle ore 17:15 e chi c’è? Gigi D’Alessio che ci canterà una canzone. Ma che vergogna!!!
    Ma perché non intervistano i nostri nonni, quelle persone anziane che hanno vissuto la guerra, le epidemie, le carestie…perché solo loro possono esserci di conforto e consigliarci al meglio.
    Ricordiamo che ai nostri nonni fu ordinato di andare in guerra, a noi stanno chiedendo di stare sul divano. Non siamo padroni del tempo, siamo solo padroni di rendere il tempo speciale, ma non siamo più padroni di sopravvivere.
    E tutte quelle persone che vivono del loro stipendio maturato dalle loro attività non garantite? Immaginate un muratore che vive da anni del proprio mestiere, che guadagna si e no al massimo 1500/2000 euro al mese, che deve pagare un affitto di casa, che deve mantenere la propria famiglia con moglie e figli a carico e che verosimilmente potrebbe essere anche nella condizione di assistere i propri vecchi malati e domiciliati con loro che a mala pena prendono una pensione 700,00 /800,00 euro al mese per il loro sostentamento. Bene…questo muratore che fine farà? Il primo mese di affitto è saltato, il secondo mese di affitto è saltato ora salterà anche il terzo, il soldi sul proprio conto personale probabilmente non supera qualche centinaia di euro. Allora chiediamoci, a differenza dei soggetti di cui sopra, come potrà costui sopravvivere?
     
    Il ministro Di Maio, in una trasmissione ha dichiarato: “la scienza non è al servizio del governo…ma è il governo che è al servizio della scienza”. Allora Ministro Di Maio, vogliamo ricordarti che gli italiani si sono messi al servizio della scienza, restando a casa, applicando tutte le restrizioni e le norme che sono a loro state imposte, perché gli italiani credono alla scienza; ma tu governo, devi essere al servizio di quei italiani che hanno bisogno di vivere e non continuando ad umiliarli con inutili decreti ed assurde promesse del tipo “stanzieremo circa 600,00 euro mensili a famiglia”. Mentre alcune persone deludono…fortunatamente altre persone sorprendono.
    Questa epidemia è la forza della natura che più di tutte costringe l’essere umano a interrogarsi sul senso e sul valore della vita. Ma c’è in giro un’altra epidemia, l’ignoranza, e a questa epidemia non c’è e non ci sarà mai cura e vaccino.
    Chi non riesce a far luce è pregato di non fare ombra.

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  2. Più che paura sul bombardamento mediatico ( chiamiamolo se vuoi terrorismo di sistema ) è soprattuttol’eversione mediatica trasmessa per celare tutte le incompetenze e anomalie nell’ operare in una crisi ” senza precedenti per l’Italia ” che snobba ( sbagliando alla grande ) tutti i suggerimenti di operosità di chi ha già avuto a che fare con codeste situazioni !

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