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Confindustria, la diagnosi e la terapia di Squinzi non convincono: non viviamo in tempi normali

La relazione di Squinzi è adatta a tempi normali ma non alla situazione di oggi – L’analisi della crisi e la terapia indicata dal presidente della Confindustria non convincono: non è l’austerità che ha provocato la crisi, che c’era da prima, e senza innovazione e qualche colpo d’ala non supereremo l’emergenza – Troppa prudenza su classe politica e sindacati

Confindustria, la diagnosi e la terapia di Squinzi non convincono: non viviamo in tempi normali

Giorgio Squinzi ha detto in maniera ordinata tutte le cose che gli imprenditori suoi associati volevano sentire, ha esaltato il ruolo dell’impresa manifatturiera, ha chiesto al Governo i denari per il rilancio degli investimenti e per la riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese, ha ricordato la semplificazione della Pa, la necessità di attuare le liberalizzazioni (ma non ha citato le privatizzazioni), ha bacchettato le banche ed ha ricordato l’importanza  di una diversa e più aderente formazione ai fabbisogni delle imprese.

Tuttavia si ha l’impressione che la relazione di Squinzi all’assemblea della Confindustria non abbia messo bene a fuoco i veri mali dell’economia e della società italiana, e che quindi le ricette per uscire dalla crisi pur di buon senso e prese una ad una largamente condivisibili, non abbiamo quella forza dirompente, quella necessaria carica di innovazione che sole possono far uscire il nostro sistema dalla palude nella quale si trova.

In primo luogo appare carente l’analisi delle vere cause della crisi nella quale siamo precipitati. Dire che l’austerità non è la ricetta giusta non basta a spiegare le ragioni per le quali, come lo stesso Squinzi ricorda, la crescita dell’Italia si è fermata ben prima dell’esplosione della crisi o la ragione per la quale il costo del lavoro per unità di prodotto da noi sale da ben 15 anni mentre in Germania scende. E’ distorsivo pensare che in Italia ci siano in giro dei paladini dell’austerità ( si tratta di formule di propaganda politica che il presidente degli industriali avrebbe potuto evitare),e che ora invece bisogna puntare sulla crescita magari fatta attraverso un allargamento della spesa pubblica. 

In realtà la crescita non c’è da tanto tempo e gli effetti della crisi sono stati da noi assai più pesanti rispetto ad altri paesi europei, proprio perché la nostra spesa pubblica è troppo elevata e totalmente inefficiente, e quindi la nostra ripresa avrebbe dovuto essere affidata ad una riforma profonda dello Stato in tutte le sue articolazioni, ad un rilancio del mercato che da noi funziona male ed è distorto dal potere di troppe corporazioni e ad un buon funzionamento del sistema bancario che è ancora preda di assurdi vincoli come quelli riguardanti la Popolare di Milano.

In secondo luogo la terapia proposta dalla Confindustria non appare sufficientemente centrata sull’attacco al bandolo della matassa che stringe in una morsa l’economia italiana. Nella relazione ci sono importanti accenni alle cose da fare per cambiare il nostro sistema istituzionale a cominciare dalla revisione del Titolo V della Costituzione, alla riforma della Giustizia (ma in questo caso si è dimenticato di stigmatizzare il rinvio del riordino dei piccoli tribunali deciso all’unanimità dal Parlamento),allo snellimento delle procedure della Pa. 

Ma il problema centrale non viene toccato: nulla si dice infatti sulla necessità di affrontare il problema della riduzione del debito pubblico, e nessun accenno viene fatto alle carenze del sistema politico e dei partiti che preferiscono gingillarsi con un piccolo rinvio dell’IMU, spacciandolo per una grande vittoria, invece di impegnarsi seriamente a rimuovere i veri ostacoli che stanno portando l’Italia fuori dal contesto internazionale.

Così come mancano indicazioni veramente efficaci su come superare la stretta creditizia che sta soffocando le imprese. Forse sarebbe stato necessario avere il coraggio di andare contro il luogo comune di attribuire tutte le colpe alle banche e dire con chiarezza che bisogna trovare il modo di ricapitalizzarle o di alleggerirle dal fardello dei crediti in sofferenza in modo da metterle in condizione di riprendere ad erogare il denaro a famiglie ed aziende.

E’ mancato infine un richiamo più severo alle responsabilità della politica che negli anni passati ha dissipato il dividendo dell’Euro e cioè dei bassi tassi d’interesse e  quello del basso prezzo dell’energia aumentando a dismisura la spesa corrente per lo più clientelare. E anche  verso i sindacati Squinzi è apparso troppo morbido senza stigmatizzare i gravi ritardi con i quali si è arrivati ad un accordo ( ancora non sufficiente) per ampliare gli spazi dei contratti aziendali. Per quel che riguarda la rappresentanza si sta ancora discutendo, ma bisogna fare attenzione a non consegnare poteri di veto a piccole minoranze di lavoratori che hanno come obiettivo l’abbattimento del sistema e non la sua riforma.

In definitiva una relazione, quella di Squinzi, buona per tempi normali o con  crisi di tipo congiunturale, ma l’Italia si trova in una fase di estrema emergenza, che può essere superata solo con misure di grande innovazione e di grande impatto sulle organizzazioni e sui singoli cittadini.

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