Non sarà un nuovo Bolsonaro e nemmeno un nuovo Milei, scrive la stampa sudamericana, ma l’elezione di José Antonio Kast a nuovo presidente del Cile rappresenta pur sempre una netta virata a destra per il Paese andino, reduce da una presidenza, quella del giovane Gabriel Boric, fortemente orientata a sinistra. Boric, ex leader del movimento studentesco, fu eletto in scia alle proteste del 2018: aveva promesso di cambiare la Costituzione e ci ha provato per ben due volte, ma in entrambe le occasioni il testo è stato respinto nel referendum popolare. E così l’ex ministra del suo governo, la comunista Jeannette Jara, è stata sonoramente sconfitta nel ballottaggio di domenica 14 dicembre dall’avvocato 59 enne, padre di 9 figli e cattolico praticante: Kast ha vinto col 58,1% dei voti, con un’affluenza dell’85% (in Cile e in altri Paesi del Sudamerica presentarsi alle urne è obbligatorio).
Kast è il primo presidente post-Pinochet ad aver votato nel 1988 a favore della dittatura
Kast, scrive ancora la stampa locale, è il presidente più a destra del Cile dai tempi della dittatura di Pinochet (1973-1990), della quale lui stesso si è più volte dimostrato “nostalgico” proponendo soluzioni autoritarie sui temi della sicurezza e dell’immigrazione e auspicando l’indulto per i militari condannati per crimini contro l’umanità. Del resto il nuovo presidente, che entrerà in carica nel 2026, è il primo a non aver mai preso ufficialmente le distanze dal regime: nel referendum del 1988, aveva votato per la continuazione della dittatura. Tuttavia nelle ultime settimane Kast ha moderato i termini, dando prova di essere – a differenza di Bolsonaro e Milei – un politico dell’establishment e non un outsider anti-sistema. E comunque sarà costretto a mediare, visto che né alla Camera né al Senato la coalizione di destra ha ottenuto la maggioranza. Per lui questa era la terza candidatura consecutiva: nella prima, nel 2017, prese l’8% dei consensi ma la sua agenda politica era già chiara e spostata molto a destra.
Chi è davvero José Antonio Kast: si ispira a Trump, ma a molti ricorda Giorgia Meloni
Già all’epoca infatti parlava di blindare la frontiera con la Bolivia per limitare il narcotraffico (oggi invece vuole rispedire a casa 330.000 immigrati irregolari) e di inserire l’insegnamento obbligatorio della religione nelle scuole pubbliche. Kast è anche un ultrà anti-aborto: in Cile l’interruzione della gravidanza è consentita dal 2017 in tre casi (tra cui lo stupro), ma il nuovo presidente ha intenzione di abrogare questa legge e anche di eliminare il ministero della Donna e di conseguenza di accantonare tutte le politiche di genere. Insomma il Cile entra ufficialmente nella grande famiglia delle destre radicali internazionali, ma con uno stile più sobrio rispetto a quello di Donald Trump, al quale comunque Kast dice di ispirarsi e a cui farà sicuramente da sponda nei delicati equilibri sudamericani. “I suoi modelli però sembrano piuttosto il presidente ungherese Viktor Orban o ancora meglio la premier italiana Giorgia Meloni“, scrive la columnist della Folha de Sao Paulo Sylvia Colombo.
Soprattutto, Kast è stato abile in campagna elettorale ad enfatizzare il tema della sicurezza, spacciandolo per un’emergenza che in realtà non è: “La mia non è una vittoria personale – ha detto -, ma la vittoria dei cileni che lavorano e che vogliono una vita tranquilla”. E che tutto sommato già hanno, visto che il Cile è di gran lunga il Paese coi più bassi tassi di criminalità e di omicidi dell’intero Sudamerica. Però la narrazione di una grande crisi di sicurezza nazionale ha funzionato.