Liquidata l’Europa come un partner sempre più debole e sempre meno degno di interesse, il presidente statunitense Donald Trump ha fatto capire in tutti i modi che Washington dedicherà sempre più energie e attenzioni a quelle parti di mondo dove risiedono più persone, che diventeranno potenze economiche da qui a pochi decenni e soprattutto dove la sua influenza è messa a rischio da Cina e Russia. Quindi i documenti ufficiali della Casa Bianca parlano inevitabilmente di concentrarsi sull’area dell’Indo-Pacifico, quella cioè in cui nel 2045 sorgeranno tre delle prime quattro potenze economiche globali: oltre alla Cina, l’India e l’Indonesia. Ma anche il Sudamerica, ex “cortile di casa” degli Stati Uniti secondo la nota dottrina Monroe, non scherza. Tanto più in tempo di elezioni e di lotta al narcotraffico.
Mentre Trump ha da un lato aperto le ostilità contro Colombia e Venezuela schierando l’esercito nel Mar dei Caraibi per intercettare i narcos e anche per dare da un momento all’altro la spallata al regime di Nicolas Maduro, dall’altro continua a farsi alleati in un’area che negli ultimi anni è passata di fatto sotto il controllo economico della Cina. Perso il Brasile, che è la prima economia dell’area e appunto il primo partner globale di Pechino per le materie prime, ma dove l’alleato Jair Bolsonaro è addirittura in carcere, restano però in orbita tycoon l’Argentina di Javier Milei, l’Ecuador di Daniel Noboa, il Paraguay di Santiago Pena e da ultima la Bolivia che ha chiuso il ventennio socialista contrassegnato dall’epopea del leader indigeno Evo Morales.
Alla lista dei Paesi amici di Washington si è appena aggiunto l’Honduras: ecco perché è strategico
Si tratta di Paesi piccoli ma strategici per l’approvvigionamento di materie prime (la Bolivia detiene ad esempio le maggiori riserve mondiali di litio) o per ottenere sponde politico-militari, come ha tentato di offrire l’Ecuador con il referendum, però bocciato dagli elettori, per autorizzare le basi militari Usa sul proprio territorio. Alla lista si stanno per aggiungere altri due Paesi. In Honduras, pedina importante per la lotta alla criminalità e il transito di migranti in America centrale, è ormai quasi ufficiale la vittoria del candidato “endorsato” da Trump, il conservatore Nasry Asfura che ha promesso un duro contrasto della criminalità. Il presidente Usa aveva per così dire “invitato” gli elettori honduregni a votare per l’ex sindaco della capitale Tegucigalpa sotto minaccia di tagliare gli aiuti che ogni anno arrivano da Washington per sostenere un Paese in bancarotta, che sopravvive di fatto grazie alle rimesse dei migranti che vivono proprio negli Stati Uniti. Il risultato è contestato con l’accusa di brogli dall’altro candidato, Salvador Nasralla, peraltro pure lui di destra e incline a compiacere Trump.
Domenica 14 dicembre il ballottaggio in Cile: favorito l’estremista di destra José Antonio Kast
Domenica 14 dicembre si decide invece la partita in Cile, dove è previsto il ballottaggio presidenziale tra la comunista Jeannette Jara e un altro “uomo di Trump”, l’estremista di destra José Antonio Kast che non a caso ha nel suo programma l’espulsione di circa 330.000 immigrati irregolari dal Paese: “Gli darò tre mesi, fino al mio insediamento: dopo questi 92 giorni, dovranno uscire”, ha detto martedì nell’ultimo dibattito televisivo. Non solo: il beniamino del tycoon ha anche lanciato la proposta di indulto per i condannati per violazione dei diritti umani durante la dittatura di Pinochet. Anche grazie a queste discutibili ricette, Kast è nettamente avanti nei sondaggi con il 57% delle intenzioni di voti, mentre Jara è ferma al 35% e anche convincendo gli indecisi sembra destinata alla sconfitta.
A succedere al socialista Gabriel Boric dovrebbe essere dunque un governo “amico” degli Usa e a questo punto inizierebbero ad essere la maggioranza nel continente sudamericano, fatta eccezione per il Brasile di Lula, per l’Uruguay di Yamandù Orsi, oltre che per i nemici dichiarati Gustavo Petro della Colombia e Nicolas Maduro del Venezuela. Su quest’ultimo pende peraltro una taglia di 50 milioni di dollari e non può essere un caso, essendo Caracas non solo tra i maggiori produttori mondiali di petrolio, ma anche legata a doppio filo a Paesi come Cina, Russia e Iran. Per quanto riguarda il Cile invece per gli Usa si tratta comunque di un discreto colpo: gli andini sono pur sempre una potenza mineraria, in particolare nel rame, di cui sono i primi produttori mondiali col 25% dell’offerta globale, e del litio, di cui sono i secondi. Però il Cile, secondo uno studio dell’economista francese Thomas Piketty, è anche il quarto Paese al mondo con più disuguaglianze.