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Brexit, ecco il piano B di Tria: l’Italia si prepara al peggio

L’Unione Europea attende il voto di fiducia del Parlamento britannico sulla May – Il No all’accordo è reale e il ministro Tria prepara le contromisure necessarie ad evitare shock economico-finanziari che coinvolgerebbero il nostro Paese – Ecco le novità

Brexit, ecco il piano B di Tria: l’Italia si prepara al peggio

Lo spettro del No deal diventa di ora in ora più reale dopo il voto del Parlamento britannico che ha bocciato l’accordo su Brexit contrattato tra il Regno Unito e la Ue e stipulato con Bruxelles da Theresa May.

L’ipotesi  della bocciatura, che solo ieri è stata definita come una “catastrofe” da Downing Street, è una certezza. Proprio per questo motivo non solo il Regno Unito, ma anche gli altri Paesi Ue stanno prendendo le giuste contromisure. L’obiettivo è chiaro: prepararsi al peggio. Tra questi Paesi c’è anche l’Italia, che segue a ruota Germania, Francia e Olanda nel tentativo di varare misure volte a guadagnare tempo e a piantare i semi di norme bilaterali sui rapporti con il Regno Unito extra-europeo.



Brexit: le previsioni sul voto Uk

Paradossalmente, l’intesa di Theresa May è riuscita a mettere d’accordo sia coloro che il 23 gennaio del 2016 hanno votato per il Remain che i Brexiters duri e puri che due anni fa promossero il referendum sulla fuoriuscita di Londra dall’Unione europea e adesso si sentono traditi da un’intesa per loro “troppo morbida”. Per l’opposizione, hanno votato contro l’accordo i laburisti guidati da Jeremy Corbyn – ad eccezione di 4 deputati che hanno annunciato l’intenzione di dire Sì – i verdi, i liberali e gli scozzesi di SNP. Il No però è riuscito a conquistarsi anche il voto di vari deputati appartenenti alla maggioranza, vale a dire ai Tories di Theresa May, ma soprattutto al DUP, il partito della destra nazionalista nordirlandese alleato di governo di May e tuttavia fortemente contrario al backstop sull’Irlanda del Nord.

May, dopo l’ecatombe, che l’ha vista sconfitta per oltre 200 voti, rischia di uscire di scena se non prenderà la fiducia. Quella di ieri è stata una sconfitta epocale. Negli ultimi 100 anni, solo tre volte un governo britannico è stato battuto con più di 100 voti di scarto: era il 1924 e a guidare il Regno Unito c’era un governo di minoranza di stampo laburista.

I numeri del No sembrano essere fondamentali per capire cosa accadrà “dopo”. May rischia di diventare “un’anatra zoppa”, soggetta alle imposizioni del Parlamento, o di ritirarsi definitivamente dalla scena politica britannica.

Brexit: le contromosse italiane

Il piano B dell’Italia, da attuarsi in caso di “No deal” passa attraverso un decreto legge che sarà approvato prima del 29 marzo 2019, vale a dire prima che la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione europea diventi ufficiale.

Secondo quanto rivelato dal Sole 24 Ore il ministro Tria starebbe lavorando con Bankitalia, Consob, Ivass per le assicurazioni e Covip per i fondi pensione a un insieme di norme volte a proteggere il nostro Paese dagli smottamenti finanziari derivanti dalla cosiddetta hard Brexit.

Data l’unicità dello scenario, rimane difficilissimo per tutti prevedere quali siano i veri rischi e varare le contromisure opportune. Ma una cosa è certa: da un lato all’altro dell’Unione è meglio non farsi trovare impreparati.

Considerando anche il rallentamento dell’economia già in atto, il decreto dovrebbe prevedere un ponte di 21 mesi durante il quale si garantirebbe da un lato l’operatività italiana di intermediari e imprese d’investimento con sede nel Regno Unito, dall’altra quella degli operatori Uk che aderiscono ai mercati italiani di azioni e obbligazioni.

Attraverso questo provvedimento, l’Italia non solo recepirebbe le raccomandazioni sulla gestione del periodo di transizione fatte a dicembre dalla Commissione UE, ma potrebbe fare in modo di rallentare i meccanismi di separazione, mettendosi al riparo da “shock” finanziari ed economici.

In base a quanto riferito dal quotidiano economico diretto da Fabio Tamburini, il decreto coinvolgerebbe l’attività delle 70 banche britanniche che operano in Italia, i 233 istituti di pagamento inglesi e i 100 emittenti di moneta elettronica attivi nel nostro Paese. Coinvolte anche: 58 assicurazioni e 21 fondi pensione. Regole “ponte” saranno stabilite per i derivati, su cui saranno varate delle norme transitorie volte a mantenere l’attuale status quo in vista della definizione di provvedimenti definitivi.

In questo contesto si inserisce anche l’allarme lanciato da Confagricoltura, secondo cui “Il recesso senza regole del Regno Unito dall’UE avrebbe conseguenze pesanti per il settore agroalimentare. Rischiamo un forte rallentamento delle vendite del “Made in Italy” sul mercato britannico”. Proprio per evitare il peggio, nelle scorse settimane, la Commissione europea ha varato un piano di emergenza per far fronte all’eventualità di una “hard Brexit”, con una serie di misure che riguardano, tra l’altro, le dogane e i controlli fitosanitari, ma i rischi rimangono comunque alti. Il motivo risiede ancora una volta nei numeri: le vendite del “Made in Italy” agroalimentare sul mercato del Regno Unito sfiorano i 3,5 miliardi di euro l’anno. E i prodotti a denominazione d’origine e di qualità incidono per il 30 per cento sul valore totale. Senza regole e accordi volti a salvaguardare il settore, il pericolo è quello di un vero e proprio tracollo.

Ma le conseguenze dell’addio brusco del Regno Unito alla Ue non riguarderanno solo la finanza. Non a caso, nei giorni scorsi, la Farnesina ha assicurato che sia in caso di soft che di hard Brexit, che i 60mila cittadini britannici residenti in Italia “potranno continuare a essere legalmente residenti mantenendo il diritto di lavorare”. Una decisione che ha fatto dell’Italia il primo Paese della Ue ad aver preso una decisione in merito.

Per quanto riguarda invece l’altro lato della medaglia, quello relativo ai cittadini italiani (e di tutta l’Unione Europea) residenti nel Regno Unito, bisognerà attendere l’esito della votazione. In caso di Sì del Parlamento all’accordo, i diritti dei 3 milioni e mezzo di cittadini italiani residenti in UK saranno tutelati dal patto. In caso di vittoria del No la questione diventerebbe più spinosa, anche perché il Governo britannico potrebbe decidere di utilizzare questo tema come moneta di scambio per cercare di spuntare nuove concessioni.

Ciò che è certo è che il 15 gennaio resterà nella storia del Regno Unito e di tutta l’Unione Europea.

(Ultimo aggiornamento: ore 10 del 16 gennaio)

 

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