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Borse 23 gennaio: svanisce l’effetto Davos sull’Europa. Argento record e oro a un soffio dai 5.000 dollari, corre il petrolio. Milano pesante con le banche

Piazza Affari perde oltre mezzo punto percentuale dopo il rally di giovedì ma chiudono bene i petroliferi grazie al balzo del greggio e riprendono fiato i titoli della Difesa. L’argento tocca i 100 dollari l’oncia

Borse 23 gennaio: svanisce l’effetto Davos sull’Europa. Argento record e oro a un soffio dai 5.000 dollari, corre il petrolio. Milano pesante con le banche

L’ultima seduta della settimana è all’insegna delle prese di beneficio per le Borse di Europa e Stati Uniti (Nasdaq a parte), al termine dell’ennesima settimana sulle montagne russe, in cui l’unica costante è stata ed è anche oggi il rally continuo delle materie prime rifugio come oro e argento a cui, dopo un break ieri, oggi si riaggiunge anche quel petrolio che sulle tensioni di Washington con Venezuela e Iran ha preso una piega tendenzialmente rialzista. Lo spot gold avanza ancora e intravede quella quota 5.000 dollari l’oncia pronosticata anche dal governatore di Bankitalia Fabio Panetta: oggi vale circa 4.960. L’argento manco a dirlo fa ancora meglio e festeggia l’ennesimo record toccando nel corso della seduta i 100 dollari l’oncia.

Petrolio in rialzo sulle tensioni Usa-Iran e a Piazza Affari ne beneficiano Eni e Saipem

A far balzare il petrolio in questo venerdì sono invece i nuovi venti di guerra tra Usa e Teheran: il presidente Donald Trump ha rinnovato le sue minacce al regime e questo ha aumentato i timori sulle scorte di greggio che quindi potrebbero diminuire nel caso in cui si arrivasse allo scontro aperto. Il dato di fatto è che oggi il Brent guadagna circa il 2,5% riavvicinando i 66 dollari al barile e pure il Wti crude ha riscavalcato quota 60 dollari e sfiora i 61 al barile. Non stupisce dunque che seppur in una giornata nera per Piazza Affari che cede lo 0,58% sotto i 45.000 punti, tra i titoli che si salvano ci sono immancabilmente i petroliferi: Eni +2%, Saipem +4,4%.

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A Milano risorge la Difesa ma male le banche. In rosso anche gli altri listini europei

A Milano sprofondano invece i finanziari, banche e non solo: Nexi la peggiore con perdite superiori al 4%, poi in ordine sparso Unipol -3,1%, Mps e Mediobanca che dopo l’interlocutorio cda di ieri della banca senese cedono rispettivamente il 2,8% e il 3,2%. E ancora Banco Bpm -1,4%, Intesa Sanpaolo -1%, Unicredit -1% dopo che ieri era stato il miglior bancario. Dopo il capitombolo delle ultime sedute, riprendono parzialmente fiato i grandi protagonisti di questa epoca storica e cioè i titoli della Difesa: Leonardo +2,1% e Fincantieri +1,3%. Rimanendo agli affari di casa nostra, dopo una settimana in cui ad un certo punto era pericolosamente schizzato verso l’altro, chiude serenamente lo spread Btp Bund che si ridimensiona verso quota 60 intorno ai 61 punti base poco prima della chiusura di Borsa, con il rendimento del nostro Bto 10 anni stabile sul 3,50%. In giro per l’Europa i listini non vanno molto meglio: Francoforte sotto la parità, Parigi e Londra intorno al -0,2%, Madrid la peggiore col -0,9%.

Wall Street contrastata: il Nasdaq sale trainato ancora da Nvidia

Ma tornando alla scena internazionale, la seduta a Wall Street è contrastata: il Dow Jones segue gli umori europei e perde lo 0,6%, mentre il Nasdaq viaggia in territorio positivo (+0,6%) grazie ai soliti titoli tech, in particolare Nvidia che in questa fase sta cavalcando l’onda e oggi mette a segno un ulteriore +1,65%. Dagli Usa arrivano anche dati macro: la fiducia dei consumatori del Michigan sale a gennaio a 56,4 punti, oltre la soglia della positività e più delle attese che indicavano 54 punti. L’indice Pmi manifatturiero invece è sostanzialmente in linea con le aspettative a 51,9 punti (52 il consensus), mentre l’attività nel settore servizi statunitense è rimasta stabile, a gennaio, contro attese per un rialzo. La lettura preliminare dell’indice servizi Pmi, redatto da Markit, è stata pari a 52,5 punti, con le stime fissate a 52,9 punti.

Euro-dollaro, ecco perché la valuta Usa resta debole

Un capitolo a parte oggi lo merita il cambio euro-dollaro. In questa settimana la moneta unica europea si è apprezzata parecchio su quella statunitense, portandosi oggi a 1,175 dagli 1,15 di inizio anno. Questo perché il dollaro sta cedendo di fronte ai continui ribaltoni del presidente Trump e dunque nonostante il clima di maggiore distensione sui mercati internazionali dopo il retromarcia sulla Groenlandia e sui Paesi europei, la valuta Usa resta debole.

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