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Bestseller del passato: Oriana Fallaci, appuntamento con la storia

Siamo al nono episodio della nostra serie sugli scrittori e le scrittrici bestseller e il nostro appuntamento è con una scrittrice che ha senz’altro segnato una pagina importante della cultura e del costume del nostro paese: Oriana Fallaci.

Bestseller del passato: Oriana Fallaci, appuntamento con la storia

Difficilmente incasellable in ogni senso, la Fallaci è stata una grande intellettuale fuori dal coro, senza alcun problema a remare contro corrente. Anzi, vedere e parlare delle cose da un’altra angolatura rispetto a quella dominante è stata la sua cifra adi artista, di intellettuale e di donna. Oriana, con la sua indole cosmopolita, è uno degli italiani più conosciuti e apprezzati nel mondo, un’ambasciatrice dell’intelligenza, della pugnacia e della integrità degli italiani, ben oltre gli stereotipi triti e banali che alle volte li connotano.

Un talento formidabile e indomito

Se Liala ha rappresentato la scrittrice estranea ad ogni problematica sociale e politica, mai trattata nei suoi libri, nonostante avesse, come tutti, le sue preferenze, che andavano nella direzione della destra monarchica, la Fallaci ne è stata esattamente il contrario: una giornalista prima e una scrittrice dopo, sebbene nelle sue preferenze al primo posto ci fosse la scrittrice, sempre impegnata sui temi politici e sociali. Di questi ha fatto la cifra della sua vita e della sua arte, senza nessuna paura di dire quello che pensava, piacesse o no, e spesso proprio davanti ai potenti della terra, da lei tutti intervistati e in maniera tutt’altro che accomodante. Una scrittrice insomma che non ha avuto nulla in comune con Liala, tranne una cosa: lo straordinario successo di pubblico. Diverso, certamente, da quello di Liala, spalmato su decine e decine di romanzi, dai titoli che nessuno oggi ricorda più, mentre il suo è concentrato su pochi titoli indimenticabili, con i quali ha dominato a lungo le classifiche dei best seller: Un uomo, Lettera a un bambino mai nato, Intervista alla Storia, Insciallah, Se il sole muore, Niente e così sia, La forza della ragione, 1968, La luna di Oriana e pochi altri.

Donna sicuramente coraggiosa, con un carattere che di femminile non aveva molto, almeno dando all’aggettivo il senso col quale è comunemente considerato: rispettoso, remissivo, conciliante, pronto a mediare, a chiedere scusa, a non alzare mai la voce. Niente di tutto questo nella nostra Oriana. Anzi! Nella sua carriera ha evidenziato attributi maschili più di tanti colleghi… Il che non è poco per quella che si può designare come il prototipo della giornalista d’assalto, la mattatrice, nel vero senso della parola, dei potenti del tempo. Non solo, ma colei che aveva la vista lunga e sapeva cogliere forse meglio e prima di altri quello che stava avvenendo nel mondo, e descriverlo a modo suo, come è successo subito dopo l’attentato alle torri gemelle.

La vita

Una così non poteva nascere che a Firenze, città che quanto a caratterini è forse la patria d’elezione. Siamo nel 1929 e Oriana nasce da due genitori fiorentini, ma di lontane ascendenze romagnole da parte di padre e addirittura spagnole da parte di madre: un impasto genetico, insomma, che avrebbe dato vita a qualcosa di unico, “più fiorentino che italiano”, come amava ripetere lei stessa.

La famiglia è modesta, il padre è un artigiano che tira avanti abbastanza agiatamente, ha qualche dipendente, ma non c’è certo da scialare, anche perché Oriana è la prima di quattro figlie, alle quali fa talvolta da mamma. Edoardo Fallaci, il padre, è un fervente antifascista, è sorvegliato dalla polizia e non gli mancano le noie con il regime. Ama profondamente la cultura, i libri, la lettura, e trasmette pari pari alle figlie questa sua passione, tanto che anche Neera e Paola sceglieranno la stessa professione della sorella maggiore. Sin dalla più tenera età Oriana legge libri su libri, si fa incantare dalla letteratura e pensa a questa come al suo futuro. Il giornalismo verrà come necessità di lavoro, come ripiego in attesa della prima opzione.

Ha appena 14 anni che affianca il padre nella lotta al regime. Siamo nel 1943 e grazie al suo aspetto da bambina con le trecce, Oriana gira con la bicicletta e porta messaggi, fornisce indicazioni ai partigiani, aiuta prigionieri anglo americani a raggiungere le proprie linee. È una fondamentale pedina nella lotta partigiana. E di questo periodo le rimane un’immagine eroica, mitica, un ricordo struggente che le rimane impresso per tutta la vita, fino agli ultimi giorni. A

Firenze ricordano ancora la richiesta che la Fallaci fece nel 2006, a poche settimane dalla morte, di poter trascorrere l’ultimo periodo di vita nella casa torre all’imbocco del ponte vecchio, dove aveva combattuto a fianco del padre nella battaglia per la liberazione di Firenze dai nazi-fascisti nell’agosto del 1944. Non fu possibile e allora ripiegò, per l’estremo congedo dalla sua città e dalla vita, su una clinica in piazza Indipendenza, nel centro cittadino, in modo da poter vedere la cupola del Duomo. Ma il suo sogno, se così si può definire, sarebbe stato quello di trascorrere gli ultimi giorni nel ricordo del momento più epico e glorioso della sua vita, accanto al “babbo”.

Il rapido inizio come cronista

Subito dopo la guerra, ad appena 17 anni, inizia a collaborare a un quotidiano fiorentino, Il mattino dell’Italia centrale.È importante in questo senso la figura dello zio Bruno, fratello del padre, giornalista di vaglia e in seguito direttore di Epoca, che apre a lei e alle due sorelle la strada del giornalismo.

Inizialmente Oriana si occupa di cronaca nera e giudiziaria, va avanti e indietro tra questura, tribunale, commissariati, residenze e luoghi vari, cercando di arrivare sempre prima degli altri, di battere la concorrenza. È un lavoro duro e faticoso, che la impegna fino a notte inoltrata, e che mal si concilia con lo studio universitario. Infatti dopo il liceo si è iscritta a medicina. Ma si accorge ben presto che tutte e due le attività non le potrà seguire, che deve fare una scelta, e si convince che l’arte di Ippocrate non fa per lei. La abbandona e si concentra sulla sua vera passione, estendendo il suo settore giornalistico di pertinenza anche al costume, alla moda, alla cronaca, allo spettacolo.

Col quotidiano in cui scrive arriva però in tempi rapidi alla rottura: il giornale è democristiano, lei è di tendenze socialiste, e questo diverso orientamento inevitabilmente viene a galla e rende impossibile la convivenza.

Il passaggio alla stampa che conta

Passa allora a Epoca, il settimanale diretto dallo zio Bruno. Per paura di essere accusato di favorire la nipote, lo zio la relega alle attività di redazione, quelle più oscure e meno adatte a mettersi in mostra. Le fa apprendere fino in fondo tutto il lavoro che sta dietro agli articoli delle firme più note: un duro lavoro da mediano. Oriana è nata però per essere una punta, la prima donna, non accetta né di rimanere sotto l’ala protettiva dello zio, né di dover fare gavetta, e nel 1954, all’età di 25 anni passa al rivale l’Europeo.

Si trasferisce a Roma e si occupa di vicende della capitale. È qui, sotto la guida di Arrigo Benedetti, grande direttore e maestro di un’intera generazione di giornalisti, che affina il suo peculiare tipo di giornalismo, in particolare le interviste ai grandi, ai famosi, ai potenti. Vengono fuori articoli che si fanno subito notare e che fanno parlare. Sono il frutto di una lunga preparazione, di uno studio approfondito, di una cura attentissima ai dettagli, di un efficace sistema di tagli ed evidenziazioni, di una rilettura maniacale del pezzo decine di volte prima di congedarlo.

È un lavoro più difficile e impegnativo di quanto si pensi, ma che dà i suoi frutti e proietta la Fallaci ai vertici del giornalismo nazionale e in prospettiva mondiale. Le sue interviste lasciano una traccia profonda e inequivocabile nel mondo del giornalismo, sono un qualcosa da cui non si può prescindere.

Una carriera rapidissima

Le tappe della carriera da questo momento iniziano a farsi sempre più veloci: da Roma passa a Milano, da lì, nel 1955 arriva il primo incarico a New York, cui ne seguiranno molti altri negli anni successivi. Ad appena 26 anni è già una firma conosciuta e rispettata. Le interviste nella capitale americana fanno scalpore e nel 1958 vengono raccolte in volume: esce il suo primo libro: I sette peccati di Hollywood.

Poco dopo viene inviata in Oriente per affrontare un tema assai spinoso: il ruolo della donna nell’altra parte del mondo, dove la condizione femminile ha da percorrere ancora un lunghissimo cammino per la parità, peraltro ancora oggi ben lungi dall’essere concluso. Ne viene fuori il suo secondo libro, Il sesso inutile, uscito nel 1961 per Rizzoli, col quale inizia una lunga e proficua collaborazione che durerà tutta la vita.

Inizia la narrativa

Nel 1962 prende il via l’altra attività della Fallaci, quella sognata sin da bambina, e affine, ma non proprio identica a quella praticata sinora: la narrativa. È una narrativa che si alimenta delle sue interviste e della sua attività giornalistica per approdare a tematiche personali e nello stesso tempo universali. Penelope alla guerra è il suo primo libro di narrativa, in esso affronta la questione della donna e del ruolo che sta per assumere nell’immediato futuro.

Frattanto la Fallaci continua imperterrita la sua attività giornalistica, dando alle stampe dei libri che riportano le interviste già uscite nell’ Europeo. Nel 1965 esce Se il sole muore, il resoconto dei lunghi mesi trascorsi al centro della NASA per le missioni spaziali: un volume impreziosito da interviste ai massimi protagonisti della impresa, come von Braun e altri. Il successo è ovviamente mondiale e le copertine della rivista fanno il giro del mondo.

Reportage da zone calde, Niente e così sia

La Fallaci si colloca a livello planetario come una delle firme più prestigiose, ascoltate, riverite, ma anche temute. E questo lo si vedrà presto, allorché affronta un altro dei temi all’ordine del giorno, forse addirittura il più spinoso: quello della guerra. Dal 1967 al 1975 trascorre lunghi periodi nel teatro principale della guerra del Viet-Nam, e proprio nelle zone dove più intenso e rabbioso è lo scontro. I suoi numerosi reportage dalle zone di combattimento fanno centro ancora una volta, vengono acquistati, tradotti e ripubblicati nelle più autorevoli testate di tutto il pianeta, la rendono la cronista più ammirata del mondo. Nel 1969 sempre da Rizzoli esce Niente e così sia, un resoconto di quella terribile guerra, che sta lacerando anche il nostro occidente, a partire dagli stessi Stati Uniti, con le continue manifestazioni contro il conflitto. Il successo è ovviamente clamoroso. E non poteva che essere tale.

La capacità, l’intuito, il fiuto, chiamiamolo come vogliamo, di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto, la portano ad un altro importante evento: la rivolta degli studenti in Messico e la strage di piazza delle tre culture. È talmente vicina, anche lì, al centro della protesta, che viene raggiunta dagli spari della polizia messicana contro gli studenti. È ferita gravemente, viene addirittura ritenuta morta accanto alle decine o centinaia di caduti fra i manifestanti, ed è portata all’obitorio. Poi accortisi casualmente che ancora respira è trasportata all’ospedale, e lì si salva. Ma dal letto d’ospedale riesce a rappresentare per l’“Europeo” la cronaca dell’eccidio messicano come nessun altro giornalista al mondo.

Le grandi interviste ai potenti

Innumerevoli diventano gli scenari nei quali si sposta: vuole vedere, capire e raccontare quanto avviene, e non c’è evento di portata mondiale cui lei non presenzi e che non descriva ai suoi lettori, che di anno in anno crescono sempre più. Tutti i grandi della terra passano sotto la sua lente d’ingrandimento, e senza mai omettere particolari scomodi: da Indira Gandhi ad Ali Bhutto, da Haile Selassie a Golda Meir, da Yassir Arafat a Henry Kissinger, dal Reza Pahlevi a re Hussein di Giordania e molti altri. Dopo l’uscita su l’Europeo e sul Corriere della sera, al quale ha iniziato a collaborare, queste interviste diventano volume nel 1974 col titolo di Intervista con la storia.

Ma la nostra Oriana non si ferma lì, e negli anni successivi la sua penna si posa su altri potenti, sempre ritratti nei loro aspetti fondamentali e soprattutto nel ruolo che assumono, con lo scopo di capire e svelare i meccanismi del potere, come questo si articola, di quali uomini e mezzi dispone.

L’incontro con Panagoulis: Lettera a un bambino mai nato

A inizio anni Settanta risale anche l’incontro con l’uomo più importante della sua vita, Alekos Panagoulis, un eroe che ha lottato e combattuto contro la dittatura dei colonnelli in Grecia. Viene condannato a morte, per aver attentato al leader dei colonnelli, Papadopulos, ma l’immensa popolarità di cui gode induce il regime a mutargli la pena nel carcere.

Appena esce dal carcere nel 1973 la Fallaci lo intervista e inizia una relazione con lui. È un amore travolgente, anche se burrascoso. Oriana ammira l’eroe greco che si batte per la libertà e che nonostante abbia trascorso duri anni di prigionia, sottoposto a torture e privazioni terribili, ha ancora la forza di battersi e l’entusiasmo di ricominciare.

Concepisce anche un figlio con lui, che non vedrà però la luce. Da questa sua umana, appassionante ma anche drammatica esperienza, nasce Lettera a un bambino mai nato: un successo strepitoso, che la pone in testa alle classifiche editoriali in Italia per lungo tempo e che fa il giro del mondo. Sotto forma di monologo col piccolo che porta in grembo, la Fallaci approfondisce il tema dell’aborto nelle sue innumerevoli sfaccettature. Un tema di grande presa e attualità a metà anni Settanta, per il quale riceve anche delle critiche per la disinvolta e poco prudenziale gestione della sua gravidanza. Il medico le aveva infatti consigliato l’assoluta immobilità, ma la decisione dell’autrice di non interrompere il lavoro, sia pur con delle cautele, provocherà poi l’aborto.

Un uomo

Il primo maggio 1976 Panagulis muore ad Atene in un incidente d’auto mai chiarito con esattezza nella sua dinamica. Alla notizia della sua morte nella capitale greca sfilano milioni di persone al grido di “vive, vive, vive”.

È con queste parole che inizia un altro strepitoso successo, il suo maggiore in assoluto accanto alla Lettera, Un uomo, uscito nel 1979. E’ un libro sulla vita del suo compagno che incanta di nuovo milioni di lettori in tutto il mondo per la forza della narrazione, l’eroismo del protagonista, la sua dedizione alla lotta per la libertà.

Una stagione di grande popolarità

Fra gli anni Settanta e Ottanta la Fallaci attraversa il periodo di maggior gloria e popolarità. Non c’è rivista di pregio che non si onori di assicurarsi i suoi reportage, nelle università americane la si comincia a studiare sempre più, il mondo della cultura statunitense la apprezza fin quasi all’idolatria. Tutto ciò la spinge a sostare sempre più a lungo a New York, dove peraltro ha da tempo una sua residenza, e sempre meno in quella di Milano, prossima alla casa editrice Rizzoli e alle sue riviste, o addirittura nella sua tenuta di Greve in Chianti alle porte di Firenze. Ma quando la assale la nostalgia salta sul primo aereo e ritorna nella sua città natale.

Nel 1990 è la volta di un altro best seller che fa il giro del mondo, Insciallah, dedicato alla guerra in Libano, nel cui territorio trascorre lunghi periodi per informarsi, indagare, intervistare, cercare di capire e raccontare la immane tragedia del Medio Oriente, che sta producendo innumerevoli vittime in attacchi terroristici.

La malattia

Il clamore del libro e il suo successo internazionale non fanno in tempo a dispiegarsi completamente che Oriana viene colpita da un tumore al seno, che lei definirà l’alieno nella sua vita. Siamo fra il 1991 e il 1992, proprio nel periodo in cui sta elaborando un altro progetto editoriale di grande respiro: la storia della sua famiglia, dai suoi antenati fino a lei. Sono tre secoli di storia, che la impegnano giorno per giorno in un lunghissimo lavoro di ricerca e di documentazione in luoghi, città, archivi, centri della sua regione e di tutte le località che abbiano segnato una tappa importante nella sua famiglia.

Avverte che il tempo non sarà illimitato, la malattia, pur sotto controllo, non le può assicurare comunque tutto il tempo che occorrerebbe, e allora il lavoro diventa assillante e continuo, giorno dopo giorno. Trascura anche le cure mediche per non interromperlo, mentre con la sua Olivetti Lettera 32 scrive pagine su pagine e passa da una sigaretta all’altra, in continuazione, per sostenersi e concentrarsi al meglio. Sembra una gara a chi arriverà prima: il suo ultimo libro o la morte?

L’attacco alle torri gemelle

È in questa fase che la colgono gli eventi dell’attentato alle Torri gemelle. Ne rimane profondamente scossa, è un evento che ha ferito a morte la sua seconda patria, non lo può passare sotto silenzio, e allora abbandona per un po’ la saga della sua famiglia. In una quindicina di giorni stende un pamphlet, La Rabbia e l’Orgoglio, che fa di nuovo il giro del mondo, piazzandosi sempre al primo posto nelle classifiche editoriali dei paesi in cui viene tradotto.

Seguono altri interventi sulla questione dei rapporti con l’Islam che la vedono sostenere una posizione di netta chiusura nei suoi confronti, che le procurano numerosissime adesioni, ma anche molte critiche sul modo di rapportarsi con quel mondo. Da più parti si opta per un atteggiamento meno duro, più improntato al dialogo, del quale uno dei sostenitori più convinti e appassionati viene proprio dalla sua stessa terra, dalla sua stessa Firenze, Tiziano Terzani.

Segue un’intensa fase di interventi sulla questione; al primo pamphlet ne seguono altri, nei quali precisa e articola meglio la sua posizione, ma sempre negli stessi termini di chiusura già adombrati.

Oriana Fallaci  – scrittore

Il tempo continua a scorrere e il lavoro sulla sua famiglia rallenta, ma non si interrompe e Oriana va avanti, cercando di completarlo. Ma l’alieno alla fine vince, sia pur parzialmente, la gara. Nel 2006 all’età di 77 anni la Fallaci muore e viene sepolta nel cimitero degli Allori a Firenze. Nella sua lapide tre sole parole: Oriana Fallaci — scrittore.

Il lavoro sulla storia della sua famiglia, al quale aveva atteso per quindici anni, uscirà due anni dopo, nel 2008, col titolo di Un cappello pieno di ciliege. Non arriva sino alla sua giovinezza, come aveva progettato, ma si ferma al 1889, anno delle nozze dei suoi nonni paterni. Ma farà, ancora una volta, il pieno di successo. Secondo alcuni un’opera di una bellezza unica, la migliore prova narrativa della “maledetta fiorentina più che italiana”.

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