Fumata bianca sugli affitti brevi. Dopo mesi di polemiche, la maggioranza avrebbe trovato un’intesa su uno dei temi più caldi della Manovra, quello riguardante l’aumento dal 21% al 26% della cedolare secca per chi affitta una sola casa. Ebbene, in base all’accordo fuoriuscito dal vertice di Palazzo Chigi tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, tenutosi mercoledì, l’aliquota dovrebbe rimanere al 21% sulla prima casa, così come richiesto a gran voce dai due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ciò che invece potrebbe cambiare è il limite a partire dal quale scatta l’attività d’impresa: l’ipotesi in campo è quella di iniziare dal terzo appartamento.
Affitti brevi: come funziona oggi
Attualmente, chi affitta una sola casa usufruisce di un’aliquota agevolata al 21%. Chi ne affitta due o tre paga il 21% sul primo immobile e il 26% sugli altri. Se invece si affittano più di quattro appartamenti scatta la cosiddetta attività d’impresa.
Tra le ipotesi previste dalla Manovra c’era quella di aumentare l’aliquota al 26% già dal primo immobile allo scopo – come spiegato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – di convincere i proprietari a preferire l’affitto a lungo termine e tamponare l’emergenza abitativa che affligge le principali città italiane.
L’aumento è però stato criticato sin da subito da Lega e Forza Italia, fortemente contrarie alla misura. Tant’è che il provvedimento era già stato modificato nella versione bollinata dalla Ragioneria, stabilendo che l’aliquota sarebbe rimasta al 21% sulla prima casa destinata all’affitto breve, ma solo per i proprietari che non utilizzano intermediari e portali informatici (come Booking e AirBnb). Un correttivo considerato unanimemente troppo blando, dato che l’aumento avrebbe comunque colpito il 90% degli immobili in affitto breve.
Affitti brevi: si torna all’aliquota del 21% sulla prima casa
Nel corso del vertice di maggioranza tenutosi mercoledì sulla Manovra, i partiti al Governo sarebbero riusciti a trovare un compromesso. “Siamo tutti d’accordo sulla necessità di cancellare l’aumento dell’aliquota dal 21% al 26% per chi affitta una casa”, ha dichiarato il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri lasciando Palazzo Chigi, aggiungendo che per chi “affitta una seconda casa l’aliquota resta invariata rispetto alla legislazione vigente”.
Durante l’incontro sarebbe però emersa anche un’altra ipotesi, quella di far scattare l’attività d’impresa a partire dal terzo appartamento in affitto breve, obbligando dunque i proprietari ad aprire la partita Iva. “C’è chi diceva cinque, chi tre, vedremo. C’è una crescita forte di questa attività, quindi uno che ha tre case da affittare ne ha anche un’altra dove abita, quindi ne ha già quattro”, ha affermato Gasparri.
Il nodo coperture
Per sterilizzare l’aumento ci sarà bisogno di coperture. Il mantra rimane sempre lo stesso: per ogni modifica vanno trovate le risorse necessarie. Intaccare i saldi della manovra significherebbe infatti mettere a rischio il cammino intrapreso dall’Italia per mettersi alle spalle la procedura d’infrazione per deficit eccessivo proprio nel momento in cui la Commissione Ue ha deciso di sospenderla.
Bruxelles aveva stimato un disavanzo sotto il 3% del pil già nelle previsioni economiche d’autunno. Uno 0,02% in meno basterebbe per archiviare la pratica già nella primavera del 2026. E Giorgetti non è disposto a correre rischi. Per questo, nel caso in cui non si trovassero coperture sufficienti, l’ipotesi è quella di trovare un compromesso per una tassazione al 23%.