Lo scontro tra Stati Uniti e Iran è tornato a infiammare il Medio Oriente dopo settimane in cui sembrava possibile una nuova apertura diplomatica. Nella notte tra domenica e lunedì e ancora nella giornata di lunedì 31 agosto, Washington ha colpito nuovamente obiettivi iraniani, in particolare sistemi lanciarazzi sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. Secondo gli Stati Uniti, l’operazione è stata condotta dopo aver individuato preparativi iraniani per il posizionamento di mine nel tratto di mare strategico.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: l’Iran ha lanciato missili contro basi statunitensi in Giordania e ha minacciato di colpire gli interessi americani nella regione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre riferito di aver intercettato un drone proveniente dall’Iran, smentendo però le notizie secondo cui sarebbe stata attaccata la base di Al Minhad.
Trump minaccia: “Colpiremo duro”. E posta un attacco fake sui social
Donald Trump ha reagito con una nuova escalation verbale. Il presidente americano ha promesso che gli Stati Uniti risponderanno “forte” agli attacchi iraniani e ha definito l’Iran un Paese ormai in condizioni disastrose, anche sul piano economico. Trump ha parlato di un’inflazione iraniana arrivata al 300% e ha sostenuto che le capacità militari di Teheran siano state fortemente ridimensionate.
Nelle ultime ore Trump ha inoltre affermato che l’isola di Kharg, uno dei principali snodi petroliferi iraniani, sarebbe stata sottoposta a pesanti bombardamenti. La dichiarazione non è stata accompagnata, almeno per ora, da dettagli sufficienti a stabilire con precisione l’entità dell’attacco. Il linguaggio della Casa Bianca rimane dunque estremamente duro. Nei giorni scorsi Trump aveva anche dichiarato che gli Stati Uniti controllano lo Stretto di Hormuz e che il passaggio delle navi sarebbe sottoposto al controllo americano.
A rendere ancora più inquietante l’escalation è stato un video pubblicato da Donald Trump sui social. Le immagini mostrano enormi esplosioni sull’isola di Kharg, uno dei principali centri petroliferi iraniani, accompagnate dal messaggio del presidente americano secondo cui l’isola sarebbe stata “ridotta in mille pezzi”. Ma il filmato non documenta un attacco realmente avvenuto: Reuters ha verificato che il video è stato generato o manipolato con l’intelligenza artificiale e, nelle ore successive, non sono emerse prove di un bombardamento americano su Kharg.
Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro
È proprio Hormuz uno dei principali punti di tensione. Attraverso questo stretto passa una quota fondamentale del traffico petrolifero mondiale e qualsiasi blocco prolungato rischia di avere conseguenze immediate sull’economia internazionale. Le tensioni hanno già fatto salire il prezzo del petrolio: ieri il Brent ha superato i 90 dollari al barile, mentre il traffico marittimo resta molto al di sotto dei livelli precedenti alla guerra. Reuters segnala che le spedizioni di petrolio hanno recuperato parzialmente rispetto ai minimi di marzo, ma rimangono fortemente condizionate dall’instabilità della regione.
Washington accusa Teheran di utilizzare il controllo dello Stretto come arma economica e strategica, ma a dire il vero si potrebbe dire anche il contrario. E infatti l’Iran, dal canto suo, considera la presenza militare americana nella regione una minaccia diretta e continua a contestare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Dalla guerra alla diplomazia, e ritorno
L’attuale escalation arriva dopo una serie di tentativi diplomatici che avevano fatto sperare in una tregua. All’inizio di agosto Trump aveva annunciato la sospensione di un nuovo massiccio attacco contro l’Iran, sostenendo di voler concedere spazio a un possibile accordo sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Ma i negoziati non hanno prodotto una soluzione definitiva. Trump ha successivamente chiarito di non essere “di fretta” nel raggiungere un accordo, mentre Teheran ha contestato diverse ricostruzioni americane sui colloqui. Il conflitto, iniziato con i primi attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio, è ormai entrato nel suo settimo mese.
Nonostante gli attacchi, Teheran apre uno spiraglio
Nonostante i nuovi combattimenti, dall’Iran arrivano anche segnali apparentemente concilianti. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che la prosecuzione della guerra non è nell’interesse dell’Iran né della regione e ha manifestato disponibilità a tornare sulla strada della diplomazia.
È una contraddizione solo apparente: mentre sul campo proseguono gli attacchi, entrambe le parti sembrano utilizzare la pressione militare ed economica per arrivare a un eventuale negoziato da una posizione più forte. Washington punta soprattutto sulle sanzioni e sulla pressione sull’economia iraniana; Teheran cerca invece di mantenere la capacità di minacciare le forze americane e di condizionare il traffico attraverso Hormuz.
