L’Islanda, che ha chiamato i residenti a esprimersi in un referendum sulla prospettiva anche solo di riaprire i negoziati con la Ue per un’eventuale adesione, ha risposto con un NO.
Il paese che guarda la Groenlandia, terra di fiordi e ghiacciai e soprattutto di pesca, il 62,87% ha indicato un parere negativo. Lo spoglio dei voti nel resto del Paese si è concluso nella notte, alle 4 e mezza circa: “La risposta è no”, titola il sito di informazione Visir. Mesi di dibattiti, tredici anni dalla sospensione dei negoziati con Bruxelles, e ieri il referendum tanto atteso. Il quesito era chiaro: “L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati per l’accesso all’Unione Europea?”. Già gli ultimi sondaggi davano in testa il No con il 51,6%, contro il 48,4% di Sì. Affluenza calata: a Reykjavik ha votato il 55% degli aventi diritto che su 400 mila abitanti sono 270 mila, 5 punti percentuali meno che negli anni scorsi.
Gli islandesi del “no”, che i media locali dipingono come balenieri e mandriani degli altipiani in opposizione alla gioventù cosmopolita ed europeista di Reykjavik, hanno bocciato non già l’adesione alla Ue, per quella sarebbe comunque questione di 18-24 mesi, ma l’ipotesi stessa di riprendere i colloqui con Bruxelles, avviati nel 2009 a valle della crisi finanziaria che bruciò venti miliardi di dollari nelle banche islandesi, e sospesi nel 2013.
Nel 2013 avevano vinto i giganti della pesca: aziende che producono il 5,6% del Pil e il 40% degli export, e che temono di dover sottostare a regolamenti europei stringenti e quote di pesca che non decidono loro. In questo senso dalla Ue, che a Reykjavik non ha mai chiuso la porta, arrivano messaggi di relativa elasticità: la commissaria all’Allargamento Marta Kos ha ribadito di recente che “le trattative riflettono la realtà dei Paesi candidati”. Ma sembra che quest’apertura non sia bastata.
A Bruxelles potrebbe esserci delusione: l’Islanda è un Paese dal Pil generoso, 39 milioni di dollari per 400 mila abitanti , e dai conti in ordine, una democrazia avanzata, già membro del libero mercato europeo e inclusa nello spazio Schengen, e quindi già in regola con moltissime norme della Ue. Insomma, sarebbe un membro modello, oltre che un eccellente contribuente al bilancio europeo. Forse anche un volano per una futura adesione della Norvegia. Di certo, agli occhi delle istituzioni Ue, un modo di riaffermare di fronte ai Paesi candidati che faticano con le riforme, come i Paesi balcanici e l’Ucraina, che nella Ue si entra (anche) per merito. Per Bloomberg il referendum è stato un “test di rilevanza” per l’Unione Europea: quanto conta ancora, come polo nel nuovo ordine mondiale, se un Paese prospero e libero come l’Islanda tituba tanto a entrarci?
