Gli Stati Uniti aprono un nuovo fronte contro l’Iran: non un’operazione militare, ma una campagna di pressione finanziaria definita dal segretario al Tesoro Scott Bessent come un vero “Economic D-Day”. L’obiettivo dichiarato di Washington è recidere le principali fonti di finanziamento di Teheran, colpendo le reti che consentono al Paese di esportare petrolio, movimentare capitali e aggirare le precedenti restrizioni. Il messaggio politicamente più rilevante è intatti rivolto agli operatori internazionali: il tempo per restare nella zona grigia si sta esaurendo.
L’iniziativa, battezzata “Operation Economic Outcast”, amplia dunque il ricorso alle cosiddette secondary sanctions: non solo aziende iraniane, ma anche soggetti stranieri che continuano a facilitare il commercio con Teheran potranno essere esclusi dall’accesso al sistema finanziario statunitense. Secondo il Tesoro americano, il nuovo pacchetto riguarda cinque aree strategiche: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Sono state inoltre inserite nelle liste di sanzioni oltre 60 entità, individui e navi accusati di sostenere attività legate ai ricavi petroliferi iraniani, ai programmi tecnologici e alle reti finanziarie del regime.
Asset digitali: chiudere le nuove vie del denaro
Il primo fronte del piano Bessent riguarda il mondo degli asset digitali. L’obiettivo è impedire che criptovalute e altri strumenti finanziari digitali diventino un canale alternativo per trasferire fondi, aggirando il sistema bancario tradizionale e le sanzioni. La logica di Washington è semplice: se Teheran perde progressivamente l’accesso ai circuiti finanziari internazionali, deve essere impedito che possa ricostruire una rete parallela attraverso intermediari digitali, società schermo e operatori collocati in giurisdizioni estere.
Tecnologia: colpire le infrastrutture economiche
Il secondo pilastro è la tecnologia. Le nuove misure prendono di mira soggetti che contribuiscono alle capacità tecnologiche iraniane o che facilitano l’accesso di Teheran a beni e servizi soggetti a restrizioni. Il punto non riguarda soltanto il settore militare. La strategia americana mira più in generale a rendere sempre più costoso per l’Iran procurarsi componenti, software, servizi e tecnologie attraverso reti di intermediari internazionali. È una forma di pressione sulla capacità produttiva del Paese: meno accesso a tecnologia e componentistica significa maggiore difficoltà nel mantenere operative le filiere industriali e nel sostituire le importazioni.
Oro: colpire il principale bene-rifugio
Il terzo settore è quello dell’oro, tradizionalmente utilizzato dai Paesi sottoposti a forti sanzioni come strumento per conservare valore e regolare transazioni al di fuori dei circuiti finanziari occidentali. Washington vuole impedire che l’oro diventi una porta d’ingresso per capitali iraniani nel sistema finanziario internazionale. Il bersaglio è quindi la rete di intermediari che permette di acquistare, vendere, trasferire o monetizzare il metallo prezioso. L’inserimento dell’oro nella strategia è significativo perché mostra come il piano Bessent non si limiti al petrolio: l’obiettivo è chiudere contemporaneamente più canali di finanziamento.
Aviazione: restringere i collegamenti con l’estero
Il quarto fronte è l’aviazione. Le sanzioni riguardano soggetti e reti che contribuiscono alla capacità iraniana di mantenere collegamenti e attività nel settore. L’aviazione è particolarmente importante in una strategia di isolamento economico perché consente di intervenire su società, operatori, servizi e infrastrutture che possono essere utilizzati per trasferire persone, beni e risorse. Anche in questo caso il principio è quello della massima pressione: non colpire soltanto il soggetto iraniano finale, ma l’intera catena internazionale che ne rende possibile l’operatività.
Shipping: il nodo centrale del petrolio
Il quinto e probabilmente più importante pilastro è quello dello shipping. Le autorità americane stanno intervenendo contro società di navigazione, navi e intermediari collegati alle reti commerciali iraniane. È qui che la strategia finanziaria incontra direttamente il mercato dell’energia. Una parte fondamentale delle entrate di Teheran dipende infatti dalla capacità di esportare petrolio e di incassarne i proventi.
Colpire la flotta, gli operatori logistici, gli intermediari e i canali finanziari significa rendere più difficile vendere il greggio e, soprattutto, incassare i ricavi. Il Tesoro ha incluso nel nuovo pacchetto decine di soggetti e imbarcazioni. L’operazione punta quindi a rendere sempre più costosa la cosiddetta shadow fleet, la rete di navi, società e intermediari utilizzata per aggirare le restrizioni americane.
La vera arma: le sanzioni secondarie
Il salto di qualità del piano Bessent è nelle sanzioni secondarie. Washington sta mettendo sotto pressione non soltanto l’Iran, ma chiunque continui a consentire a Teheran di commerciare e movimentare denaro. Per ora l’amministrazione americana ha scelto una strategia graduale: agli operatori internazionali viene lasciato un periodo per interrompere i rapporti con l’Iran prima dell’applicazione delle misure più dure. È quindi una minaccia credibile di esclusione dal sistema finanziario statunitense più che un embargo globale immediato.
La Cina è il banco di prova
Il punto più delicato resta la Cina, principale acquirente del petrolio iraniano. Washington ha aumentato la pressione sui rapporti commerciali con Teheran, ma non ha per ora colpito le grandi banche cinesi. È una scelta importante. Una sanzione diretta contro grandi istituti finanziari cinesi trasformerebbe infatti la campagna contro l’Iran in un confronto economico molto più ampio tra Washington e Pechino.
Per questo il piano Bessent va letto come una strategia a più livelli: prima si restringono i canali finanziari e commerciali dell’Iran, poi si osserva quali Paesi continueranno a sostenerli. Le sanzioni secondarie diventano così una leva per costringere gli operatori internazionali a scegliere tra l’accesso al sistema finanziario americano e i rapporti con Teheran.
Un’offensiva finanziaria, non soltanto nuove sanzioni. E Washington ha già pronta una seconda ondata
La novità dell’Economic D-Day è dunque nella dimensione sistemica. Asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e shipping rappresentano cinque porte attraverso cui l’Iran può continuare a generare, trasferire o utilizzare risorse. Bessent punta a chiuderle contemporaneamente. Il risultato dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di far rispettare le nuove regole fuori dai propri confini e, soprattutto, dalla disponibilità dei principali partner commerciali dell’Iran a rinunciare ai rapporti con Teheran.
La partita non si gioca quindi soltanto a Washington. Si gioca nelle banche, nei porti, nelle compagnie di navigazione, nelle raffinerie e nei circuiti finanziari internazionali. Ed è proprio questa rete globale che il piano Bessent vuole mettere sotto pressione, tant’è vero che il segretario ha annunciato importanti novità entro venerdì: “Entro la fine della settimana dovrebbe arrivare un annuncio importante riguardante un’istituzione finanziaria”, ha detto, lasciando intendere che il piano annunciato ieri non è necessariamente il punto finale: Washington sta preparando una seconda ondata.
“Stiamo usando una quiet diplomacy”, cioè una diplomazia silenziosa, per comunicare ai governi quali siano le aspettative americane prima di applicare le sanzioni secondarie, ha aggiunto Bessent. “L’obiettivo è recidere ogni linfa economica che sostiene il regime. Nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane“.
