Condividi

Banner FIRSTonline

Lavoro in Europa: Italia frenata da demografia e produttività, Spagna modello di crescita. Una nota di Congiuntura Ref

L’ultima Congiuntura Ref fotografa il mercato del lavoro europeo. Disoccupazione ai minimi, mentre in Italia pesano demografia, bassa produttività e salari reali ancora deboli

Lavoro in Europa: Italia frenata da demografia e produttività, Spagna modello di crescita. Una nota di Congiuntura Ref

Il mercato del lavoro europeo non è mai stato così solido nei numeri, ma dietro il calo della disoccupazione si nascondono quattro traiettorie sempre più diverse. È il quadro tracciato dall’ultimo numero di Congiuntura Ref, pubblicato il 24 agosto 2026 e dedicato alle trasformazioni del lavoro nelle principali economie dell’Eurozona. La disoccupazione resta poco sopra il 6%, vicino ai minimi storici, mentre le difficoltà delle imprese nel trovare personale si stanno attenuando. Ma il miglioramento non ha lo stesso significato ovunque.

Il confronto di Ref mette soprattutto in evidenza la distanza tra Spagna e Italia. Madrid ha ridotto la disoccupazione creando nuovi posti di lavoro e ampliando contemporaneamente la forza lavoro. In Italia, invece, l’occupazione è cresciuta molto meno e la discesa dei senza lavoro è stata favorita soprattutto dalla debolezza dell’offerta. A complicare il quadro italiano c’è poi la produttività, che resta sotto i livelli precedenti alla pandemia, con conseguenze che si riflettono anche sui salari reali.

Disoccupazione ai minimi, ma il mercato del lavoro europeo rallenta

Il punto di partenza dell’analisi di Ref è apparentemente positivo. Nonostante una crescita economica modesta, nella prima parte del 2026 il tasso di disoccupazione dell’area euro si è stabilizzato poco sopra il 6%. Allo stesso tempo sono diminuiti i posti vacanti e si sono ridotte le difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori. Secondo l’analisi, questi segnali sono compatibili con una riduzione strutturale della disoccupazione di equilibrio, cioè del livello di disoccupazione che può essere mantenuto senza provocare tensioni persistenti su salari e prezzi.

Un elemento significativo arriva proprio dall’inflazione. Dopo gli shock legati alla pandemia e all’energia, dal 2023 i prezzi hanno rallentato senza che la disoccupazione tornasse a salire. Un andamento che rafforza l’ipotesi di un mercato del lavoro diventato più efficiente rispetto al periodo precedente al Covid. Dietro questa tenuta, però, c’è anche il comportamento delle imprese. Negli ultimi anni molte aziende hanno preferito conservare i dipendenti anche nelle fasi di rallentamento, evitando di perdere competenze che sarebbe poi stato costoso e difficile ricostruire. È il fenomeno del labour hoarding, favorito anche dalla consapevolezza che il progressivo invecchiamento della popolazione renderà alcune professionalità sempre più difficili da reperire.

La situazione potrebbe però cambiare. Le aspettative delle imprese sull’occupazione sono peggiorate sia nell’industria sia nei servizi e REF definisce l’attuale configurazione un “equilibrio fragile”. Se le aziende hanno mantenuto personale in eccesso aspettando una ripresa, non è detto che possano continuare a farlo a lungo.

Italia, Spagna, Francia e Germania viaggiano ormai a velocità diverse

Il dato medio dell’Eurozona nasconde differenze profonde. Il calo della disoccupazione si è concentrato soprattutto in Grecia, Italia e Spagna, ma con dinamiche molto diverse. Nel caso italiano, la crescita degli occupati è stata relativamente contenuta e le forze di lavoro sono rimaste quasi ferme. La disoccupazione è quindi scesa anche perché l’offerta di lavoro non è riuscita a crescere allo stesso ritmo della domanda.

La situazione opposta è quella della Spagna. L’economia spagnola ha continuato a creare posti a un ritmo superiore alle altre grandi economie dell’area euro, mentre contemporaneamente sono aumentate anche le persone disponibili a lavorare. Per Ref, Madrid può essere considerata “l’unico caso di successo” nel confronto tra le maggiori economie europee, pur partendo da un livello di disoccupazione ancora elevato e con un problema significativo sul fronte giovanile. Sul risultato spagnolo pesa anche la riforma del lavoro del 2022, che ha ridotto il ricorso ai contratti a termine e favorito quelli permanenti, compresi i cosiddetti “fijos discontinuos”. La maggiore stabilità dei rapporti di lavoro non ha impedito all’occupazione di crescere rapidamente, mentre la disponibilità di nuova forza lavoro ha sostenuto anche il potenziale di crescita dell’economia.

Diverso ancora il caso della Germania, dove l’occupazione è cresciuta meno che nelle altre principali economie. Il problema si lega alla debolezza della crescita e alla perdita di competitività di una parte del manifatturiero, con un progressivo spostamento dell’occupazione dall’industria verso i servizi. Francia e Germania mostrano così segnali di deterioramento, mentre l’Italia deve fare i conti soprattutto con un’offerta di lavoro che fatica a espandersi.

Demografia e immigrazione diventano il vero spartiacque

Il problema destinato a pesare sempre di più nei prossimi anni è la demografia. La popolazione in età lavorativa sta entrando in una fase di contrazione e le economie europee dovranno compensarla aumentando la partecipazione al mercato del lavoro oppure attraverso l’ingresso di lavoratori dall’estero. Negli ultimi anni la partecipazione è cresciuta soprattutto nelle fasce di età più avanzate, anche per effetto delle riforme pensionistiche e di una maggiore presenza nel mercato del lavoro di generazioni con tassi di attività più elevati. Il miglioramento, però, non ha ridotto le distanze tra i Paesi e le economie mediterranee continuano a presentare livelli di partecipazione inferiori rispetto a quelle dell’Europa centrale.

L’altra leva è l’immigrazione. Spagna e Germania hanno registrato gli afflussi più consistenti, superando negli ultimi anni anche il milione di arrivi annuali. A Madrid le politiche hanno incluso facilitazioni per i permessi di lavoro e accordi con Paesi latinoamericani e con il Marocco per sostenere anche le attività stagionali. In Germania l’apporto dei lavoratori immigrati ha invece contribuito a compensare la riduzione della popolazione residente in età da lavoro. L’Italia si trova in una posizione più delicata. Nonostante l’aumento del tasso di occupazione, la crescita delle forze di lavoro è stata molto debole proprio per effetto della dinamica della popolazione. Secondo Ref, sta iniziando così a emergere un vero “vincolo demografico alla crescita dell’economia“. Senza un maggiore contributo dall’estero, l’offerta di lavoro europea farà sempre più fatica a espandersi.

Il problema non riguarda soltanto i lavori meno qualificati. I lavoratori stranieri sono molto presenti in agricoltura, edilizia, ristorazione e servizi domestici, ma contribuiscono anche alle professioni più qualificate e, in alcuni comparti come la sanità, hanno già un peso rilevante.

La grande debolezza italiana resta la produttività

Se l’offerta di lavoro è destinata a rallentare, la crescita europea dovrà passare sempre di più dalla produttività. Ed è proprio qui che emergono le maggiori fragilità. Tra il 2019 e il 2025 l’aumento del valore aggiunto per ora lavorata nell’area euro è stato nettamente inferiore sia al periodo precedente alla pandemia sia alle altre economie avanzate. Ref segnala inoltre il rischio che il minore coinvolgimento dell’Europa nei processi di innovazione legati all’intelligenza artificiale possa mantenere debole questa dinamica.

Nel confronto tra le quattro grandi economie dell’eurozona, la situazione italiana è particolarmente problematica. L’Italia è l’unico Paese in cui, nel periodo considerato, le ore lavorate sono aumentate più del Pil, con il risultato che la produttività non ha ancora recuperato i valori del 2019. Ha pesato anche la crescita di comparti ad alta intensità di lavoro come turismo e costruzioni.

Il divario si è trasferito sui redditi. In Francia i salari orari reali sono ancora sostanzialmente sui livelli precedenti alla pandemia, mentre in Italia risultano ancora inferiori. Anche la composizione della domanda racconta due modelli differenti. In Spagna crescita dell’occupazione e salari hanno sostenuto i consumi delle famiglie; in Italia gli incentivi alle ristrutturazioni prima e il Pnrr poi hanno invece spostato maggiormente la crescita verso gli investimenti, in particolare nelle costruzioni.
Sul finale del 2026, inoltre, il quadro si fa più incerto.

Ref individua nella crisi mediorientale e nelle politiche migratorie due rischi per i prossimi trimestri. Le nuove pressioni inflazionistiche legate alla crisi di Hormuz potrebbero rallentare ancora il recupero del potere d’acquisto, mentre eventuali restrizioni alla mobilità dei lavoratori rischiano di riaccendere le difficoltà delle imprese nel trovare personale. Inflazione più alta e minore disponibilità di lavoro potrebbero così tradursi in una nuova frenata della crescita.

In questo scenario assume un peso particolare anche la gestione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e delle tensioni tra Italia e Spagna dopo la pressione migratoria su Ceuta. Il paradosso evidenziato nell’analisi è che, proprio mentre la demografia rende l’Europa sempre più dipendente dalla disponibilità di nuova forza lavoro, le tensioni geopolitiche e politiche rischiano di limitarne la mobilità. Per Ref, la risposta richiederebbe soprattutto un maggiore coordinamento delle politiche europee, quello che nelle ultime settimane è invece mancato.

Commenta