Il tempo sarà anche digitale, ma il conto che Swatch presenta a Samsung è decisamente reale: circa 170 milioni di dollari. Secondo il Financial Times, il gruppo svizzero chiede questa somma davanti alla High Court di Londra per una serie di quadranti digitali destinati agli smartwatch Samsung, accusati di trasformare i dispositivi Galaxy in imitazioni da polso di alcuni tra i marchi più celebri dell’orologeria svizzera.
Al centro della causa ci sono 26 “watch faces”, grafiche scaricabili per personalizzare gli smartwatch. Per Swatch, però, non si trattava di semplici quadranti ispirati al mondo degli orologi, ma di copie capaci di richiamare modelli e marchi prestigiosi dl gruppo come Omega, Breguet, Longines, Tissot e Swatch. La responsabilità di Samsung è già stata riconosciuta nei precedenti giudizi inglesi. Ora la partita si è spostata sulla cifra. Quanto vale, in tribunale, l’uso non autorizzato del prestigio di un marchio storico?
La richiesta di Swatch e il peso dei marchi svizzeri
La causa riguarda 26 quadranti digitali scaricabili sugli smartwatch Samsung. Per Swatch, quelle app non erano semplici grafiche ispirate al mondo dell’orologeria, ma riproduzioni capaci di sfruttare indebitamente il prestigio costruito dai suoi marchi nel tempo. Secondo il gruppo di Bienne, i quadranti contestati sarebbero stati scaricati circa 160.000 volte nel Regno Unito e nell’Unione Europea. Swatch li considera “copie a basso costo” di modelli esclusivi e sostiene che la violazione dei diritti di proprietà intellettuale sia avvenuta tra ottobre 2015 e febbraio 2019.
Dietro la richiesta economica c’è una questione di identità industriale. Swatch difende l’idea che un marchio dell’orologeria svizzera non possa essere trasformato in un accessorio digitale di massa senza intaccarne valore, esclusività e reputazione. Sylvain Dolla, ceo di Tissot, ha spiegato che il gruppo non concede in licenza i propri marchi a terzi, “men che meno ad altre aziende produttrici di orologi e figurarsi a quelle che producono smartwatch”. Secondo Dolla, permettere l’uso di marchi di alta gamma su orologi digitali “di massa” finirebbe per “uccidere” il valore dei segnatempo svizzeri.
Perché Samsung contesta il maxi-risarcimento
Samsung respinge con forza la cifra richiesta. I suoi legali hanno definito la domanda di Swatch “esagerata” e “non conforme alla realtà”, sostenendo che il gruppo svizzero non avrebbe subito un danno concreto e che Samsung non avrebbe tratto alcun vantaggio significativo dalla vicenda.
La difesa del colosso sudcoreano insiste su alcuni punti chiave. Le app sarebbero state realizzate da sviluppatori terzi, non sarebbero state promosse direttamente da Samsung e sarebbero state rimosse una volta emerse le contestazioni. Inoltre, quasi tutte le applicazioni contestate sarebbero state gratuite. Per gli avvocati di Samsung, la richiesta è considerata “esorbitante” e basata su un metodo di calcolo “fondamentalmente errato” e non proporzionato al presunto danno. Secondo la ricostruzione della difesa, il ricavo complessivo generato dai download nel periodo contestato sarebbe stato di poco superiore a 1.000 dollari, con appena circa 300 dollari finiti nelle casse di Samsung e il resto destinato agli sviluppatori.
È qui che la distanza tra le due posizioni diventa più evidente. Per Swatch il valore da risarcire non coincide con i ricavi immediati delle app, ma con l’uso non autorizzato di marchi di grande prestigio. Per Samsung, invece, la richiesta non rifletterebbe né l’effettivo ruolo della società nella diffusione dei quadranti né il reale impatto economico dell’episodio.
Dalle app di terzi alla responsabilità dello store
La controversia nasce da un nodo sempre più centrale nell’economia digitale: quanto può essere responsabile una piattaforma per contenuti creati da soggetti terzi ma distribuiti attraverso il proprio ecosistema. Nel 2022 la High Court di Londra aveva già dato ragione a Swatch, stabilendo che alcune “watch face” disponibili sul Galaxy App Store violavano i marchi del gruppo svizzero. La corte aveva ritenuto Samsung responsabile nonostante i quadranti fossero stati sviluppati da società esterne.
Alla fine del 2023 anche la Court of Appeal britannica ha confermato la decisione. I giudici hanno respinto l’appello di Samsung e hanno stabilito che il fatto che le app fossero state create da terzi non bastava a escludere la responsabilità della società. Secondo la corte, Samsung non si era limitata a un ruolo passivo, tecnico o automatico, ma aveva avuto un controllo e una conoscenza tali da non poter invocare una semplice difesa da “hosting”. Swatch ha accolto quella decisione come un passaggio importante per la tutela dei marchi nell’era digitale.
Una battaglia iniziata nel 2019 e arrivata al conto finale
La disputa ha radici lontane. Già nel 2019 Swatch aveva avviato un’azione contro Samsung negli Stati Uniti, sostenendo che alcuni quadranti per smartwatch riproducessero in modo identico o quasi identico marchi usati su orologi tradizionali di Longines, Omega, Swatch e Tissot. Nella denuncia, Swatch affermava che quella copia non poteva avere altro scopo se non quello di sfruttare fama, reputazione e avviamento commerciale costruiti dai suoi marchi in decenni di attività. Da allora, la battaglia legale si è allargata e consolidata, fino alle decisioni inglesi che hanno già riconosciuto la responsabilità di Samsung.
Ora la High Court deve decidere l’ammontare del risarcimento. Secondo il Financial Times, anche negli Stati Uniti sono stati avviati procedimenti legati alla vicenda, al momento in attesa dell’esito del processo londinese. Le arringhe finali sono previste per venerdì, mentre la sentenza sull’importo arriverà in un secondo momento.
Interpellato dall’agenzia AWP, Swatch Group ha scelto di non commentare il procedimento in corso. La parola passa dunque ai giudici londinesi, chiamati a stabilire quanto possa valere, in termini economici, l’uso digitale non autorizzato di alcuni tra i marchi più riconoscibili dell’orologeria svizzera.
