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Venezia: non ci sono solo Biennale e tante mostre. Nella chiesa San Zaccaria in corso i restauri dell’Icr

Unesco, Save Venice e gli innumerevoli comitati nati come funghi, soprattutto dopo la terribile inondazione del ‘66, hanno mobilitato una massa ingente di finanziamenti privati

Venezia: non ci sono solo Biennale e tante mostre. Nella chiesa San Zaccaria in corso i restauri dell’Icr

“Andrà definitivamente perduta” scriveva poche settimane fa Scientific Reports parlando di Venezia proponendo come strategia di adattamento a lungo termine perfino la “relocation”, ossia il trasferimento di interi centri urbani in zone lontane dall’acqua. Ipotesi estrema che pare tuttavia sia stata presa in seria considerazione per altre città minacciate dall’acqua come New Orleans e Giacarta. Ma come smontare la Basilica di San Marco e metterla riparo dalle acque alte eccezionali insieme alle tante chiese e palazzi storici della città lagunare? Il Mose sta svolendo il suo compito egregiamente anche se alcune zone (prima fra tutte proprio San Marco) restano a forte rischio anche in casi di acque alte non particolarmente eccezionali.

Unesco, Save Venice e gli innumerevoli comitati nati come funghi, soprattutto dopo la terribile inondazione del ‘66, hanno mobilitato una massa ingente di finanziamenti privati mettendo in ombra se non proprio oscurato il ruolo pubblico nella tutela e salvaguardia delle opere d’arte e architettoniche di Venezia. Arriva quindi in netta controtendenza il ruolo dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma (Icr) prestigiosa istituzione creata nel ‘39 da Cesare Brandi e oggi incardinata nella Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e nel Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale del ministero della Cultura.

In un mese in cui Venezia è quasi interamente occupata dagli eventi della Biennale “In minor Keys” e dalle tante mostre allestite: Punta della Dogana (Simpson e Nazareth), Palazzo Grassi (Michael Armitage), Ca’ Pesaro (Jenny Saville), Gallerie dell’Accademia (Marina Abramovic) , Guggenheim (Londra nascita di una collezionista) Bevilacqua La Masa (Picasso, Morandi, Parmiggiani) l’Istituto di restauro, lontano dai riflettori, è pazientemente al lavoro per “salvare” dal progressivo deperimento una serie di affreschi nella Cappella d’oro della chiesa di San Zaccaria.

Sta entrando infatti nel vivo proprio in queste settimane la pulitura degli affreschi di Andrea Del Castagno. Dopo il restauro già realizzato dei tre polittici dei Vivarini, è in corso l’intervento sugli affreschi di Andrea del Castagno nella Cappella d’Oro, opera che racconta il passaggio tra Gotico e Rinascimento. Dopo una procedura negoziata, la consegna dei lavori è avvenuta all’inizio del 2025 con una previsione di consegna entro il 2026. L’intervento è stato progettato dall’Icr insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio del Comune di Venezia, il Patriarcato di Venezia e i Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia.

È stato necessario un anno per studi, ricerche d’archivio, monitoraggio del microclima, analisi diagnostiche e prove di pulitura. L’Istituto centrale di restauro ha quindi sperimentato per gli affreschi di Andrea del Castagno una nuova tecnologia laser frutto di un’azienda italiana che consente una pulitura estremamente selettiva rimuovendo gli strati alterati e riportando alla luce colori e prospettive originarie. Una tecnologia che evita l’apporto di acqua sulle superfici e risulta molto più efficace rispetto ai metodi chimici finora adoperati.

Come spiega la professoressa Francesca Romana Liserre, che coordina i lavori per l’Icr, la Cappella di San Tarasio fu costruita e decorata tra il 1440 e il 1443 su iniziativa della badessa Elena Foscari, sorella del doge Francesco, il più longevo nella storia della Serenissima. La Cappella sostituì l’abside centrale della prima chiesa di San Zaccaria, edificio risalente probabilmente al IX secolo e integralmente ricostruito in età romanica dopo un incendio del 1105. Ma già a partire dal 1460 la chiesa romanica fu quasi completamente demolita per lasciare il posto all’edificio attuale. L’intervento risparmiò tuttavia la Cappella di San Tarasio, che da quel momento andò a costituire una sorta di ambiente adiacente la nuova abside e accessibile a scopo devozionale dalle monache benedettine che popolavano il convento di San Zaccaria.

A decorare la struttura poligonale della cappella gotica eretta tra il 1440 e il 1443 furono chiamati in quegli anni alcuni degli artisti più rappresentativi del panorama peninsulare. Ad un giovane Andrea del Castagno, da poco attivo nel panorama fiorentino fu invece affidata l’esecuzione degli affreschi che impreziosiscono le vele della volta e l’arcata d’ingresso all’abside. Il pittore inserì le figure del Padre Eterno affiancato dai quattro Evangelisti, da san Giovanni Battista e dal padre di questi, San Zaccaria.

L’imponente complesso celebrava l’importanza e il prestigio goduto dalla chiesa e dall’annesso convento femminile di San Zaccaria al tempo del doge Foscari. Per il fatto di essere prossima alla Basilica di San Marco e di possedere il più importante patrimonio di reliquie di Venezia, la chiesa era considerata di fatto una sorta di seconda cappella dogale, meta di processioni e visite che coinvolgevano gli stessi dogi. La maggior parte delle reliquie di San Zaccaria erano raccolte proprio nella Cappella di San Tarasio, dove trovavano posto all’interno dell’armadio-reliquiario allestito sul retro del Polittico della Vergine e nei due altari laterali.

Tutti gli interventi di restauro che a partire dalla metà dell’800 hanno interessato il ciclo di Andrea del Castagno si sono posti la finalità di restituire alla pittura una migliore leggibilità. Oltre all’intervento ottocentesco riportato da Mario Salmi nel 1958, il primo restauro documentato è datato al 1929, al quale succede tra il 1955 e il 1956 il restauro di Leonetto Tintori, fino all’intervento dell’Istituto Centrale per il Restauro del 1970-71 eseguito da Paolo Mora. L’ultimo intervento, a cura del Consorzio Corest (datato al 1994 e finanziato dal Comitato Olandese), documenta la ciclica necessità di intervenire sulle superfici a distanze temporali brevi e, contemporaneamente, il sussistere di problematiche conservative legate all’interazione tra ambiente e superfici dipinte. La sfida dell’intervento attuale, aggiunge la Liserre è proprio quella di delineare, quantificare, e per quanto possibile limitare gli esiti negativi delle interazioni tra ambiente e superfici, con materiali e tecnologie d’indagine in precedenza non disponibili.

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