La nuova corsa italiana all’atomo? Il ritardo impera. Mancano le basi operative, mancano le garanzie di sicurezza, ma anche una corretta strategia di spesa per il necessario supporto istituzionale. Taglia corto l’Authority per l’energia (Arera) in una memoria inviata alla Camera, che mette sotto la lente il clamoroso fiasco che sta dietro la nostra strategia per il ritorno all’atomo. Il problema più critico ed evidente? La mancanza, non solo ora ma anche in un orizzonte temporale definibile, del deposito unico nazionale. “Una minaccia per la sicurezza dell’intero paese”.
È toccato a Livio de Santoli, uno dei membri del nuovo collegio dell’Arera che dal gennaio scorso è presieduto da Nicola Dell’Acqua, il compito di illustrare la memoria preparata dall’Authority il 17 febbraio scorso ai membri delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera. Durissimi i contenuti.
A decollare sono solo i costi
Non è bastata negli anni – accusa l’Authority – la strategia carota e bastone usata dall’Autority nei confronti della Sogin a colpi di “meccanismi incentivanti con premi e penalità rispetto al raggiungimento di milestone prefissate”. Non sono bastate le diverse misure regolatorie che si sono rese necessarie” e poi “in ragione dei relativi risultati non soddisfacenti” l’approvazione nel 2021 del testo integrato del decommissioning del nucleare (TIDECN). “Il piano a vita intera aggiornato è stato presentato dalla Sogin solo nel 2025 e prevede un aumento dei costi per il decommissioning di 2,8 miliardi di euro in più rispetto quello del 2020-2021 e uno slittamento per la conclusione della commessa nucleare di 10 anni”. Così “le previsioni di costi a vita intera sono più che raddoppiate rispetto alle stime dei primi anni e si calcola un costo complessivo di circa 11 miliardi di euro per il solo decommissioning”, a fronte di un avanzamento complessivo che “al 2023, dopo più di vent’anni di attività, risulta pari a circa il 32% dell’intera commessa”.
L’Authority ricorda che tutto ciò ha pesato duramente sulle stesse bollette energetiche degli italiani dilatando i cosiddetti “oneri di sistema” che negli ultimi anni sono stati alleggeriti in parte dagli oneri di smaltimento del nostro vecchio nucleare per trasferirli semplicemente sulla fiscalità generale, con la consueta partita di giro che alla fine non alleggerisce alcunché.
E le ultime stime, per quanto prudenziali, rischiano seriamente di dilatarsi ancora di più. Proprio per l’indeterminatezza che segna ancora oggi la missione “prioritaria” del deposito unico nazionale delle scorie. Perché – spiega l’authority – “non si dispone ancora di una stima aggiornata dei costi, in quanto Sogin è tuttora impegnata ad elaborare un nuovo business Plan” che nella migliore delle ipotesi “non sarà disponibile che tra qualche mese”.
La sicurezza negata: un macigno sul futuro
Manca il sito dove collocare il deposito, nonostante sia stata pubblicata, peraltro con grande ritardo, la carta nazionale delle aree idonee (CNAI). E questo – va osservato – non è colpa della Sogin ma di un sistema paese preda di tale sfiducia nelle capacità sia tecniche che amministrative della nostra classe politica da affidare ad un no pregiudiziale qualunque ipotesi sulla realizzazione di infrastrutture critiche. Alla Sogin va semmai rimproverato il continuo e grottesco gioco al rinvio nei tempi di nascita presunta del deposito: ora siamo ad un fantomatico quanto inattendibile 2041. Una data che peraltro segna una pietra tombale, anche fosse rispettata, per uno degli evidenti azzardi contenuti nella strategia governativa di ritorno al nucleare, che stima al 2035 la realizzazione delle prime centrali atomiche italiane del nuovo corso.
Ma, nuove centrali nucleari a parte, possiamo davvero continuare ad affidare il nuovo deposito alle calende greche? No, proprio no, avverte con gran vigore l’Authority nella memoria appena consegnata al Parlamento. “La realizzazione del deposito nazionale non solo risulta essenziale per la conclusione della commessa nucleare, ma è anche necessaria al Paese ai fini della messa in sicurezza di rifiuti nucleari che ogni anno sono prodotti a seguito delle diverse attività industriali, di ricerca e di diagnostica medica”.
Un fiume di rifiuti atomici ora conservati in parte all’estero (pagando profumatamente) e in parte con una distribuzione tutt’altro che sicura in decine di siti, a partire da quelli delle vecchie centrali. Un fiume crescente: dall’ultima stima a disposizione dell’autorità risulta che della totalità dei rifiuti da stoccare nel deposito, circa il 40% in volume sarà di origine diversa da quella del decommissioning degli impianti elettro nucleari”. Tutto chiaro. Tutto molto inquietante.
