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Pensioni, sull’età a 67 anni il Pd riapre la partita

Pensioni, sull’età a 67 anni il Pd riapre la partita

Il Pd riapre la partita politica sulle pensioni e sullo scatto a 67 anni dell’età per la pensione di vecchiaia a partire dal 2019. Il pressing per cambiare la norma o attutirla è stato aperto dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina che è anche vice-segretario del partito democratico. “Non tutti i lavori sono uguali. E non tutti i lavoratori hanno la stessa aspettativa di vita per le mansioni che fanno. Le norme volute dal governo Berlusconi e poi modificate dal governo Monti sull’aumento automatico dell’età pensionabile vanno riviste e per questo serve un rinvio dell’entrata in vigore del meccanismo. I tempi per una discussione parlamentare a partire dalle commissioni preposte ci sono tutti ed io credo sia giusto prendersi tutto lo spazio utile per aggiornare questa decisione”, ha detto ieri mercoledì Martina. Lo stesso ministro del Lavoro Giuliano Poletti, nei gorni precedenti, era stato cauto ed aveva lasciato capire che i margini per un rinvio – magari dopo le elezioni politiche di primavera – ci sono visto che, appunto, l’aumento dell’età dovrebbe scattare dal 1° gennaio 2019.

LA LEGGE FORNERO E GLI SCATTI AUTOMATICI

In verità la riforma Fornero prevede degli automatismi che obbligano i governi a decidere, con decreto del ministro del Lavoro e quindi senza passaggio in Parlamento, l’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia – oggi fissata a 66 anni e 7 mesi – in base alla speranza di vita a 65 anni, calcolata sulla base del triennio precedente. Inoltre, c’è da chiedersi se esistono davvero gli spazi di bilancio per un cambiamento che, secondo il presidente dell’Inps scaricherebbe “costi insostenibili” sulle casse dello Stato. “Bloccare l’adeguamento dell‘età pensionabile all’aspettativa di vita dal 2021 in poi costerebbe fino a 140 miliardi fino al 2040″ ha ricordato Boeri quando, pochi giorni fa, l’Istat ha confermato che la nostra speranza di vita s’allunga e che rispetto alla fine del 2013 è cresciuta di cinque mesi. E quindi dovrebbe salire di cinque mesi anche l’età della pensione, arrivando a 67 anni nel 2019 sia per gli uomini sia per le donne. 

Va ricordato infine che l‘allungamento dell’età riguarderà anche l’uscita anticipata rispetto all’età di vecchiaia: dal 2019 saranno necessari 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. È un altro effetto dei nuovi dati sulla speranza di vita pubblicati dall’Istat. Anche in questo caso l’aumento sarebbe di cinque mesi: attualmente per la pensione di anzianità ci vogliono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne.

La richiesta del Pd va dunque nella direzione di alleggerire l’adeguamento, che il ministro Poletti altrimenti dovrebbe decidere entro fine anno, cercando nel frattempo la soluzione al rebus previdenziale. Spostare l’età a 67 anni costringerebbe circa 80.000 persone a rinviare l’uscita dal lavoro e una delle strade che il Pd vorrebbe percorrere, facendo sponda con i sindacati e con uno schieramento parlamentare trasversale, riguarda la possibilità di esentare dall’obbligo dei 67 anni l’elenco dei lavori gravosi già collegati all’Ape social. Se questa rimane al momento l’ipotesi più accreditata, in alternativa si sta valutando anche la possibilità di chiedere all’Istat di valutare l’aspettativa di vita per le diverse tipologie di lavoro. Ultima ipotesi in cantiere è quella che prevede di inserire un rinvio secco di sei mesi del decreto ministeriale, quindi a elezioni già avvenute. Rinvio da inserire nella legge di Bilancio. 

Ma tutte queste ipotesi si scontrano con la contrarietà del ministero dell’Economia che considerà la questione del rinvio dei 67 anni nient’altro che una bomba a orologeria innescata sui conti pubblici.  Soprattutto se, proprio sui conti, si farà sentire l’impatto della riduzione del quantitative easing o meglio l’annunciata riduzione degli acquisti di titoli pubblici sul tavolo della Bce che oggi giovedì darà le prime indicazioni al mercato. Il ministro Pier Carlo Padoan sa che la manovra 2018 dovrà inevitabilmente passare al vaglio della Commissione Ue e sa che le pensioni ne sono un cardine fondamentale visto che assorbono una quota rilevantissima della spesa pubblica. Tutto potrebbe dunque finire in una bolla di sapone ma le elezioni si avvicinano e le sorprese sono sempre possibili di questi tempi.

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