Condividi

Utilities, M5S e Lega pensioneranno la regolazione indipendente?

Gli orientamenti dei due partiti premiati dalle ultime elezioni sembrano preludere a un netto cambio di rotta in materia di regolamentazione delle utilties privilegiando la proprietà pubblica come strumento di controllo dei mercati – Il rinnovo dell’Authority dell’energia e la fine delle tariffe elettriche tutelate i primi due test – Dalla Gran Bretagna arriva un vento contrario alla regolazione indipendente

Utilities, M5S e Lega pensioneranno la regolazione indipendente?

Nelle discussioni sulla politica economica del futuro governo occupano la scena, come è giusto, le grandi questioni: deficit pubblico, tasse, lotta alla povertà e alla disoccupazione, pensioni. Prima o poi dovrà essere affrontato anche il tema della regolamentazione delle utilities e vedremo cosa ci riserverà questa nuova stagione. Ma appare probabile un’inversione, o quanto meno una correzione di rotta, rispetto alla policy perseguita, pur con numerosi tentennamenti e qualche cedimento, dai governi degli ultimi vent’anni.

La cultura economica dei partiti usciti vincitori dalle elezioni sembra infatti privilegiare la proprietà pubblica come strumento di controllo dei mercati piuttosto che la regolazione indipendente basata su istituzioni non immediatamente inserite nel circuito della politica.



Nel settore dell’energia vi sono almeno due appuntamenti su cui si misureranno gli orientamenti di policy del nuovo Ministro dello Sviluppo Economico e della nuova Autorità per l’Energia (per quella attualmente in carica è appena arrivata una proroga fino a 90 giorni). In primo luogo, nel luglio 2019 dovrebbe vedere la fine la tariffa tutelata dell’energia elettrica, che interessa ben 20 milioni di piccoli consumatori. Così, almeno, è previsto dalla legge sulla concorrenza approvata lo scorso agosto, dopo una lunga e travagliata discussione, con una soluzione che ha evidentemente lasciato scontento il Movimento 5 Stelle. Ma le modalità del passaggio sono in buona parte ancora da scrivere e spetterà farlo al nuovo Ministro (sentita l’Autorità), sempre che non si voglia riportare la questione in Parlamento.

E poi, ancorché senza cogenti scadenze normative, c’è la penosa vicenda delle concessioni nella distribuzione gas, dove dal 2011 si dovrebbero organizzare le gare per l’aggiudicazione. Sette anni trascorsi a cercare di superare, senza successo, la fiera opposizione dei comuni e dell’ANCI che nelle gare rischiano di veder perdere le moltissime società da loro controllate; così di gare se sono fatte solo 3 (ma una sola aggiudicata) sulle 172 previste (un vero sogno di onnipotenza regolatoria quello del legislatore del 2011). Un ritardo che ha avuto effetti sfavorevoli sulle decisioni d’investimento e quindi sul benessere del consumatore.

La italica discussione si collocherà in un contesto internazionale non del tutto rassicurante per gli alfieri della regolazione indipendente. Proprio dalla Gran Bretagna, il paese modello a cui negli ultimi vent’anni, in Italia e in Europa, ci si è ripetutamente ispirati, arriva un vento che che porta argomenti a favore dei fautori di casa nostra di un cambio di paradigma. Lì le società di servizi di pubblica utilità sono nel mirino della politica. Come ben raccontato in un recente paper di Oxera, c’è un clima di declinante fiducia sul fatto che la regolamentazione possa offrire servizi di buona qualità a prezzi equi e le preoccupazioni che le società siano eccessivamente redditizie sono all’ordine del giorno nei resoconti dei media e nei giudizi della politica. In breve, le utility (acqua, energia, ferrovie) e i loro regolatori hanno un problema di immagine.

Per il Partito laburista la soluzione a questo problema è la rinazionalizzazione e nel febbraio 2018 il partito ha tenuto una conferenza sui modelli alternativi di proprietà, inviando un chiaro messaggio alle parti interessate: farne tornare pubbliche le utility rimane in cima alla lista delle priorità del partito. I sondaggi suggeriscono che si tratta di una politica popolare: un’indagine di YouGov che risale al periodo antecedente alle ultime elezioni ha rilevato che la maggioranza degli intervistati ritiene che le società energetiche (il 53% degli intervistati), le società ferroviarie e idriche (circa il 60%) e la Royal Mail (65%) debbano essere possedute e gestite dal settore pubblico.

In contrasto con il partito laburista, la posizione del governo conservatore è che la fiducia possa essere ripristinata attraverso una maggiore efficacia e pervasività della regolazione. Nel gennaio scorso, il segretario di Stato per l’ambiente Michael Gove, ha scritto a Jonson Cox, presidente di Ofwat, il regolatore del settore idrico, indicando alcuni comportamenti aziendali che richiederebbero di essere sottoposti ad uno scrutinio più attento  – accordi finanziari off-shore, cartolarizzazione, alta leva finanziaria, elevati livelli di retribuzione dei dirigenti e alti dividendi. La rinazionalizzazione è qualcosa che l’attuale governo certamente non appoggia ma, come evidenziato da Gove, “Se non vediamo un cambiamento, la pressione per la rinazionalizzazione non farà che crescere”. E nel settore elettrico, a conferma di questo mood favorevole ad una politica più intrusiva, il governo ha recentemente presentato una proposta di legge per introdurre un tetto agli incrementi tariffari.

Si annuncia una stagione non facile per lo “stato regolatore”. Una buona ragione per avviare una riflessione sui limiti ma anche le virtù di questo modello, al di là della congiuntura politica e dello spirito del tempo.

Commenta