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Trump all’Iran, ultimatum finale: “Accettate il piano Usa o vi distruggo in una notte”. Ma dietro le quinte si tratta

Trump lancia l’ultimatum all’Iran e minaccia di distruggere ponti e centrali in poche ore. Teheran frena sulla tregua, resta il nodo Hormuz e pesa il giallo sulle condizioni di Mojtaba Khamenei

Trump all’Iran, ultimatum finale: “Accettate il piano Usa o vi distruggo in una notte”. Ma dietro le quinte si tratta

Donald Trump non indietreggia, anzi alza ancora il livello dello scontro, e dà all’Iran un ultimatum: “Accettate il piano Usa o vi distruggo in una notte”. Dopo l’ennesimo rifiuto iraniano di accettare le condizioni americane, con Teheran che continua a resistere sia sul negoziato sia sul nodo Hormuz, il presidente degli Stati Uniti torna a minacciare una devastazione totale del Paese nel giro di poche ore. “Se scadrà l’ultimatum, fissato alle 20 di domani – questa sera ora americana – l’Iran verrà completamente distrutto”, ha detto Trump. E ha aggiunto che, senza un accordo, “ogni ponte sarà distrutto in Iran entro la mezzanotte di domani sera. Ogni centrale elettrica sarà resa inservibile e non sarà possibile utilizzarla in futuro, ci sarà una demolizione completa e ci vorranno 20 anni per ricostruire il Paese”. Quindi l’ultima frase, scandita come una minaccia finale: “Succederà tutto nell’arco di quattro ore, ma non vogliamo che succeda”.

Le parole del presidente arrivano durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, dove Trump sostiene che Washington ha già pronto un piano in grado di colpire ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture strategiche iraniane, fino a “riportare il Paese all’età della pietra” in una sola notte. Il presidente americano insiste sul fatto che la priorità assoluta resta impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e, per giustificare la durezza del linguaggio usato, accusa il regime di avere sulle spalle decine di migliaia di morti, arrivando a definire i suoi vertici “animali”. Poco prima, però, aveva anche riconosciuto che la proposta iraniana rappresenta “un grande passo”, pur giudicandola ancora insufficiente.

Il piano americano e la risposta di Teheran

Dietro la nuova escalation verbale c’è una trattativa che, nonostante tutto, resta aperta. Washington ha inviato a Teheran, attraverso la mediazione pakistana, un piano in 15 punti per chiudere il conflitto. L’Iran lo ha respinto, ma non ha interrotto del tutto il canale diplomatico. Sempre attraverso Islamabad, infatti, ha fatto arrivare una controproposta in 10 punti che respinge l’ipotesi di una tregua temporanea, ma apre alla prospettiva di una pace definitiva.

È su questo punto che si misura la distanza tra le parti. Da un lato gli Stati Uniti spingono per una tregua immediata di 45 giorni, utile a congelare i combattimenti e a negoziare un accordo complessivo. Dall’altro Teheran fa sapere di non voler riaprire lo Stretto di Hormuz né accettare un cessate il fuoco provvisorio senza garanzie sulla fine reale della guerra. La Repubblica islamica chiede che il negoziato parta dalla cessazione definitiva delle ostilità, includa la sicurezza del passaggio a Hormuz, i risarcimenti e anche la revoca delle sanzioni.

La mediazione pakistana e il nodo Hormuz

In mezzo si muove il Pakistan, affiancato secondo diverse ricostruzioni anche da Turchia ed Egitto. Sul tavolo c’è il cosiddetto “Accordo di Islamabad”, una bozza che prevede due fasi distinte. La prima consiste in un cessate il fuoco immediato di 45 giorni. La seconda dovrebbe portare a un’intesa più ampia, capace di affrontare insieme i nodi strategici del conflitto, dal programma nucleare iraniano fino alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

Secondo le fonti citate, i colloqui dovrebbero svilupparsi entro 15-20 giorni, ma le possibilità di arrivare rapidamente a un’intesa vengono considerate limitate.

Trump continua a dire che i negoziati “procedono bene” e che esiste ancora una possibilità di accordo, ma allo stesso tempo tiene sul tavolo la minaccia militare. Teheran, invece, insiste sul fatto che Hormuz non verrà riaperto in cambio di una pausa temporanea dei combattimenti. Così il passaggio marittimo più sensibile della crisi diventa anche il simbolo più evidente della distanza tra le due posizioni.

Diplomazia sotto le bombe

Trump ha ribadito che, se l’ultimatum scadrà senza un accordo, ogni ponte in Iran potrà essere distrutto entro la mezzanotte successiva e ogni centrale elettrica resa inutilizzabile per anni. Dice di sperare ancora di non dover dare quell’ordine, ma chiarisce di non voler arretrare sulla richiesta centrale, cioè la rinuncia iraniana all’arma nucleare e all’arricchimento dell’uranio, insieme alla riapertura immediata di Hormuz.

Dall’altra parte, Teheran respinge quella che definisce la “retorica arrogante” del presidente americano e assicura che le sue minacce non avranno alcun effetto sulle operazioni in corso. Anche il messaggio della Guida Suprema Mojtaba Khamenei si muove nella stessa direzione, con la promessa che “i crimini e le uccisioni” non scalfiranno la determinazione iraniana. Ma intanto si infittisce il giallo sulle condizioni della nuova Guida Suprema. Secondo un memorandum diplomatico basato su valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, pubblicato dal Times e rilanciato da Ynet, Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e in cura a Qom, in condizioni tali da non poter partecipare ad alcun processo decisionale del regime. Nella stessa ricostruzione si sostiene anche che i servizi israeliani e americani conoscessero da tempo la sua posizione.

Il risultato è un equilibrio sempre più instabile. Trump lascia aperta la porta a un accordo, ma la accompagna con la minaccia di una devastazione su larga scala. Resta da capire se nelle prossime ore prevarrà davvero il negoziato o se l’ultimatum della Casa Bianca si tradurrà in una nuova ondata di bombardamenti. A chi gli chiedeva se un attacco contro infrastrutture civili rischierebbe di configurare crimini di guerra, il presidente americano ha risposto di non esserne preoccupato, sostenendo che il vero “crimine di guerra” sarebbe lasciare all’Iran la possibilità di dotarsi dell’arma nucleare.

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