Nella raffica di trimestrali che stanno atterrando sui mercati azionari emerge quella che sembrerebbe una parola d’ordine valida per tutti, il buy back. Ma i motivi alla base di questa strategia così diffusa sono molto diversi tra le aziende o le banche che hanno una buona cassa a disposizione. C’è chi lo fa per acquisire maggior peso nel capitale, chi lo adotta per retribuire al meglio gli azionisti, chi per stabilizzare il titolo, chi per migliorare gli indicatori finanziari: la riduzione del numero di azioni in circolazione fa salire automaticamente l’Utile per Azione (Eps) e può migliorare il Return on Equity (Roe), rendendo l’azienda più attraente per gli investitori. C’è invece chi ha comunque una buona cassa ma non sceglie il buy back: il capitale è già impegnato per altri fini.
“Partiamo da un punto fermo. Il buyback non è un riflesso condizionato” dice Gabriel Debach, market analyst di eToro. “Non scatta in automatico quando c’è cassa. Scatta quando il management guarda alle opportunità interne e conclude che il rendimento marginale sta scendendo. Se il capitale non trova impieghi capaci di generare un Roic (Return on Invested Capital, ndr) superiore al costo del capitale, allora riacquistare azioni diventa un atto di disciplina, non di generosità“.
Le società che oggi accelerano sui riacquisti hanno un profilo preciso. Sono mature, generano cassa in modo strutturale, hanno bilanci solidi e meno spazio per crescere a doppia cifra reinvestendo internamente. Energia, telco, banche: “In questi casi il buyback è quasi un termometro: segnala che la macchina industriale è stabile e che il surplus va redistribuito in modo efficiente” dice Debach.
Dall’altra parte troviamo aziende come Poste Italiane, Moncler, Leonardo. Utili solidi, ma filosofia diversa. Poste privilegia un dividendo robusto, anche perché l’azionista pubblico chiede flussi prevedibili. Moncler reinveste nel brand e nell’espansione internazionale, con una visione di lungo periodo tipica delle realtà a controllo forte. Leonardo opera in un settore dove la cassa è spesso già allocata in ricerca e commesse pluriennali. Qui il capitale non è in eccesso, è già impegnato.
La differenza vera sta nella natura dell’impegno. Il dividendo è una promessa implicita. Quando lo alzi, il mercato lo incorpora come se fosse permanente. “Tagliarlo, anche solo per prudenza, è letto come un segnale di debolezza. Il buyback invece è modulabile” dice l’analista di eToro. “Lo fai se c’è spazio patrimoniale, lo sospendi se il ciclo cambia.
Per le banche, che devono dialogare con la Bce e gestire requisiti patrimoniali stringenti, questa flessibilità è un vantaggio strategico. Non a caso il settore ha combinato cedole elevate e riacquisti aggressivi, sfruttando l’extra capitale accumulato con il rialzo dei tassi.
Poi c’è il fattore culturale. In Italia la cedola è ancora un elemento identitario. Il retail, le famiglie, una parte dell’azionariato domestico preferiscono il flusso visibile e ricorrente. Anche lo Stato, dove presente, guarda alla prevedibilità.
Ecco le ultime maggiori operazioni di buy back e le motivazioni dichiarate dalle società
Allianz, la compagnia assicurativa tedesca proprietaria dell’investitore obbligazionario Pacific Investment Management, che ha fatto proprio del buy back una sua priorità, ha annunciato che riacquisterà ulteriori azioni per un importo massimo di 2,5 miliardi di euro. Non si tratta di un fatto isolato: l’importo si aggiunge ai circa 16 miliardi di euro di riacquisti effettuati dall’azienda dall’inizio del 2017. Allianz ha detto che gli ulteriori riacquisti di azioni inizieranno a marzo e dureranno al più tardi fino a dicembre. Del resto la compagnia di assicurazione, guidata da circa 10 anni da Oliver Baete, ha a disposizione una generazione di cassa organica molto solida (utile operativo record di 17,4 miliardi nel 2025) e dispone di fondi eccedenti le necessità di crescita. La strategia di buy back, rappresenta per altro un segnale forte del management sulla solidità finanziaria del gruppo, dice la stessa Allianz, supportata da un indice di solvibilità (Solvency II) mantenuto costantemente sopra il 150%.
Eni, che ha annunciato in queste ore il completamento del suo programma di buyback 2025 da 1,8 miliardi di euro, ha spiegato che l’obiettivo dell’acquisto di azioni proprie è “riconoscere agli azionisti un’ulteriore remunerazione rispetto alla distribuzione dei dividendi”. Le operazioni conclusive sono state realizzate tra il 16 e il 18 febbraio di quest’anno, al prezzo medio ponderato di 18,2 euro per azione. Nell’ambito del programma, il gruppo guidato dall’ad Claudio Descalzi ha acquistato 118,8 milioni di azioni, pari al 3,77% del capitale sociale, per un controvalore complessivo di 1,799 miliardi di euro.
Considerando le azioni proprie già in portafoglio e gli acquisti effettuati dall’avvio del programma, il 20 maggio 2025, nonché le assegnazioni di azioni ordinarie a dipendenti Eni previste dal piano di incentivazione di lungo termine 2020-2022 e dal piano di azionariato diffuso che ha avuto un’adesione record, il gruppo detiene 205,6 milioni di azioni proprie pari al 6,53% del capitale sociale.
Anche Enel ha messo in pista questa settimana un nuovo programma di buyback per a “riconoscere agli azionisti, una remunerazione aggiuntiva rispetto alla distribuzione dei dividendi” ciò, spiega la società, per effetto dell’annullamento delle azioni proprie acquistate per tale finalità e fa seguito al precedente programma di acquisto di azioni proprie, avviato nell’agosto 2025 e concluso il dicembre successivo con l’acquisto di oltre 122,4 milioni di azioni e un esborso complessivo di circa 1 miliardo di euro. Anche il nuovo buyback, partito lunedì scorso con conclusione entro il prossimo 31 luglio, potrà raggiungere un esborso complessivo di un miliardo di euro per un numero massimo di 150 milioni di azioni, equivalenti a circa l’1,48% del capitale sociale. Entrambi i programmi rientrano nel raggio d’azione della delibera del maggio 2025 che ha autorizzato il consiglio di amministrazione ad acquisti fino a 3,5 miliardi di euro, per un massimo di 500 milioni di azioni. A oggi, il gruppo guidato dall’ad, Flavio Cattaneo, detiene oltre 136,7 milioni di azioni proprie in portafoglio, pari all’ 1,34% circa del capitale sociale.
Per Tim alla base della strategia di riacquisto di azioni, unita alla proposta di raggruppamento, c’è la speranza di dare maggiore stabilità al titolo quotato, oltre che di fornire una struttura di capitale più snella ed efficiente. Il cda del gruppo tlc, guidato dal ceo Pietro Labriola ha deliberato, insieme ai risultati preliminari 2025, di proporre un raggruppamento 1 a 10, con un’azione ordinaria da assegnare per ogni 10 azioni possedute. L’operazione, che sarà votata all’assemblea del 15 aprile, potrà essere effettuata a valle della riduzione del capitale sociale e della conversione delle azioni di risparmio. Il raggruppamento azionario, spiega una nota di Tim, “permetterà di ridurre la volatilità sul titolo, anche attraendo nuove classi di investitori e, assieme alla conversione delle azioni di risparmio, di avere una struttura di capitale più snella ed efficiente”. Il cda ha optato per un buyback fino a 400 milioni di euro, subordinato al closing della cessione di Sparkle, ora atteso nel secondo trimestre 2026. Il riacquisto è dedicato a un massimo di 700 mila azioni ordinarie, pari a circa il 3,3% del capitale.
Il colosso dell’ingegneria Rolls Royce Holdings, che progetta e produce motori per aerei civili e militari, ha annunciato 2,5 miliardi di sterline di riacquisto delle proprie azioni, nell’ambito di un programma pluriennale di buyback compreso tra 7 e 9 miliardi di sterline, dichiarando un dividendo finale di 5 pence per azione.
Dietro alla decisione del London Stock Exchange Group di riacquistare altri 3 miliardi di sterline (4,1 miliardi di dollari) di azioni nel corso del prossimo anno, pare invece esserci soprattutto la pressione dell’investitore Elliott Management con i timori che l’intelligenza artificiale possa compromettere la sua attività. Elliott, con sede a New York , è recentemente emerso come azionista, spingendo l’amministratore delegato David Schwimmer a rivedere il portafoglio di Lseg, aumentare i margini che sono inferiori a quelli dei concorrenti e comunicare meglio la sua resilienza alle minacce dell’intelligenza artificiale, secondo quanto riportato da Reuters, aggiungendo che Elliott aveva spinto per un riacquisto di azioni proprie superiore, pari a 5 miliardi di sterline.
Sony Group ha annunciato invece di voler ampliare il suo programma di riacquisto di azioni di 100 miliardi di yen fino a 250 miliardi di yen.