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The Economist lancia il manifesto della rinascita del liberalismo

Contro i sovranismi e i populismi galoppanti, il più brillante think thank del mondo – quello del magazine londinese The Economist – ripensa il liberalismo e lancia un manifesto per rivitalizzarlo adattandolo ai nostri tempi

The Economist lancia il manifesto della rinascita del liberalismo

Il più brillante think thank liberale del mondo, il magazine londinese The Economist, conclude la sua analisi sulla crisi delle democrazie liberali e sul rilancio dell’idea liberale, con un manifesto sulla rinascita liberale che cade proprio nel 175° anniversario della sua fondazione. Si tratta di un documento interessante e anche visionario che dovrebbe ispirare l’azione di coloro che ancora credono nelle vitalità delle democrazie liberali e nella loro capacità di rispondere alle sfide del presente, un presente che i partiti tradizionali che si ispirano a quegli ideali non sanno più interpretare a livello teorici e nella loro azione politica. Il compiacimento di quanto hanno raggiunto per loro e per le società che hanno governato, gli sta negando la comprensione della realtà che è differente da quanto si possano immaginare. Ecco perché The Economist, il cui esplicito endorsement non ha portato fortuna ai candidati e ai programmi liberali degli ultimi anni, ha avviato un profondamento ripensamento sull’essere liberali oggi. Di seguito vi proponiamo alcuni passaggi della riflessione del think-thnak londinese. 

Una progressione mai vista 

Il liberalismo ha costruito il mondo moderno, ma il mondo moderno si sta rivoltando contro l’idea liberale. L’Europa e l’America sono alle prese con una ribellione popolare contro le élite liberali, che sono viste come egoiste e incapaci, o prive della volontà di risolvere i problemi della gente comune. In altri grandi paesi, la svolta di 25 anni verso la libertà e l’apertura dei mercati sì è rovesciata: la Cina, che presto sarà la più grande economia del mondo, mostra che le dittature possono prosperare. La Russia è perduta. 

Per “The Economist” tutto ciò è profondamente preoccupante. Siamo nati 175 anni fa per promuovere il liberalismo, non il “progressismo” della sinistra dei campus universitari americani o l’”ultraliberalismo” della destra libertaria, ma un impegno universale per la dignità individuale, per i mercati aperti, per il governo minimo e per una fede nel progresso umano determinato dal dibattito e dalle riforme. 

I nostri fondatori rimarrebbero stupiti dal confronto tra condizioni di vita odierne e lo stato di povertà e miseria degli anni ’40 dell’Ottocento. L’aspettativa di vita, negli ultimi 175 anni è passata da poco meno di 30 anni a oltre 70. La percentuale di persone che vivono sotto la soglia dell’estrema povertà è scesa da circa l’80% all’8% della popolazione e il numero assoluto si è dimezzato, le persone che vivono sopra quella soglia sono aumentata da 100 milioni a oltre 6,5 miliardi. I tassi di alfabetizzazione sono cinque volte superiori e l’alfabetismo è prerogativa dell’80% della popolazione mondiale. I diritti civili e lo stato di diritto sono incomparabilmente più radicati di quanto non fossero pochi decenni fa. In molti paesi gli individui sono ora liberi di scegliere come vivere e con chi vivere. 

Non è tutto merito del liberalismo, ovviamente. Ma mentre il fascismo, il comunismo e le dittature fallivano nel corso del XIX e del XX secolo, le società liberali prosperavano. In un modo o nell’altro, la democrazia liberale è arrivata a dominare l’Occidente e da lì ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo. 

Non dormire sugli allori 

Eppure le filosofie politiche non possono vivere delle loro glorie passate: devono anche saper indicare un futuro migliore. E qui la democrazia liberale affronta la sua maggiore sfida. Gli elettori occidentali hanno iniziato a dubitare che il sistema liberale possa ancora funzionare e che addirittura possa essere il sistema giusto di governo delle società moderne. In alcuni sondaggi solo il 36% dei tedeschi, il 24% dei canadesi e il 9% dei francesi pensano che la prossima generazione starà meglio della loro. Solo un terzo degli americani sotto i 35 anni afferma che è vitale vivere in una democrazia; la quota che vorrebbe un governo militare è cresciuta dal 7% nel 1995 al 18% nel 2017. Globalmente, secondo Freedom House, una ONG, le libertà civili e i diritti politici sono diminuiti negli ultimi 12 anni: nel 2017, 71 paesi hanno perso terreno, mentre solo 35 ne hanno guadagnato. 

Nonostante questa marea illiberale, “The Economist” crede ancora nel potere dell’idea liberale. Negli ultimi sei mesi, ha celebrato il suo 175° anniversario con articoli online, dibattiti, podcast e film che esplorano il modo di rispondere ai critici del liberalismo. Oggi viene pubblicato un manifesto per una rinascita liberale, un liberalismo per il popolo. 

Il manifesto afferma che lo Stato può lavorare di più per il cittadino rifondando le basi della tassazione, del benessere, dell’istruzione e dell’immigrazione. L’economia deve essere liberata dal crescente potere dei monopoli e dalle restrizioni dei piani regolatori che tengono fuori le persone dalle città più prospere. E l’Occidente deve essere sollecitato a sostenere l’ordine mondiale liberale attraverso il potenziamento della forza militare, rinvigorita attraverso le alleanze. 

Tutte queste politiche sono concepite per attuare il progetto liberale. Nel suo momento di trionfo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, questo progetto ha però perso di vista i suoi valori essenziali. È con questi che deve iniziare la rinascita liberale. 

Il liberalismo è emerso nel tardo XVIII secolo come risposta ai disordini suscitati dalla guerra d’indipendenza in America, dalla rivoluzione in Francia e dalla trasformazione dell’industria e del commercio. I rivoluzionari basano la loro azione sulla considerazione che, per costruire un mondo migliore, si deve prima distruggere quello che esiste. Dall’altro lato, i conservatori sono sospettosi di tutte le aspirazioni rivoluzionarie alla verità universale. Cercano di preservare ciò che è meglio nella società gestendo il cambiamento, di solito attraverso una classe dominante o un leader autoritario che “conosce il da farsi”. 

Una macchina per il cambiamento 

La convinzione dei veri liberali è che le società possono cambiare gradualmente in meglio e dal basso verso l’alto. Differiscono dai rivoluzionari perché rifiutano l’idea che le persone debbano essere costrette ad accettare le convinzioni e le azioni di qualcun altro. Differiscono dai conservatori perché affermano che l’aristocrazia e la gerarchia, anzi tutte le concentrazioni di potere, tendono a diventare fonti di oppressione. 

Il liberalismo delle origini aveva una visione del mondo tormentata e dinamica. Eppure negli ultimi decenni i liberali sono diventati troppo a loro agio con il potere. Di conseguenza, hanno perso la loro fame di riforme. L’élite liberale dominante si considera il prodotto di una sana meritocrazia e ritiene che i suoi privilegi siano meritati. La realtà non è così ben definita. 

Nella sua migliore espressione, lo spirito competitivo della meritocrazia ha creato una prosperità straordinaria e un florilegio di nuove idee. In nome dell’efficienza e della libertà economica, i governi hanno aperto i mercati alla competizione. Il colore della pelle, il genere e le inclinazioni sessuali hanno cessato di essere una barriera. Nei mercati emergenti, la globalizzazione ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà. 

Eppure le classi dominanti liberali si sono spesso messe al riparo dalle tensioni della distruzione creativa. Le professioni tranquille come quella degli avvocati sono protette da regolamenti stupidi. I professori universitari godono di privilegi anche quando predicano le virtù della società aperta. Il mondo della finanza ha evitato il peggio dopo la crisi finanziaria e i boss delle banche sono stati salvati con i soldi dei contribuenti. La globalizzazione aveva lo scopo di creare risorse sufficienti per aiutare i più bisognosi, ma pochi di loro hanno visto un qualche dividendo. 

La meritocrazia liberale è chiusa ed esclusiva. Uno studio recente ha rilevato che, nel periodo 1999-2013, le università più prestigiose d’America ammettevano più studenti appartenenti alle famiglie dell’1% di qualsiasi altro gruppo sociale. Nel 1980-2015 le tasse universitarie in America sono aumentate 17 volte più di quello che è successo ai redditi medi. Le 50 maggiori aree urbane hanno il 7% della popolazione mondiale ma producono il 40% della produzione globale. Ma le restrizioni dei piani regolatori escludono molti dal vivervi, specialmente tra i giovani. 

I politici liberali si sono incartati nel preservare lo status quo e hanno dimenticato che cos’è il radicalismo. Basta ricordare come, nella sua campagna per diventare presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton abbia nascosto la mancanza di grandi idee dietro una tempesta di piccole cose. I candidati alla guida del Partito Laburista britannico nel 2015 hanno perduto non perché Jeremy Corbyn è un politico eccelso ma perché era indistinguibilmente insignificanti. I tecnocrati liberali escogitano continuamente soluzioni politiche intelligenti, ma restano molto distanti dalle persone che intendono aiutare. Questo crea due classi: I decisori e i decisi, i pensatori e i pensati, i politici e i recettori delle politiche. 

Le fondamenta della libertà 

I liberali hanno dimenticato che il loro principio fondativo è il rispetto civico per tutti. Nell’editoriale per il nostro centenario, scritto nel 1943 quando ancora infuriava la guerra contro il fascismo, lo fissò in due principi complementari. Il primo è la libertà: “non solo è giusto e saggio ma anche proficuo … lasciare che le persone facciano ciò che vogliono”. Il secondo è l’interesse comune: “la società umana … è un’associazione per il benessere di tutti”. 

Oggi la meritocrazia liberale non si trova a proprio agio con quella definizione inclusiva di libertà. La classe dominante vive in una bolla. Frequenta negli stessi college, si sposa tra di loro, vive negli stessi quartieri e lavora negli stessi luoghi. Le persone lontane dai posti di potere dovrebbero beneficiare della crescente prosperità materiale. Invece, con la stagnazione della produttività e l’austerità fiscale seguita alla crisi finanziaria del 2008, questa promessa delle società liberali è venuta meno. 

Questa è una ragione per cui la fiducia nei partiti tradizionali si sta corrodendo. I conservatori britannici, forse il partito di maggior successo nella storia, oggi raccoglie più fondi dai testamenti di quanto ne raccolga dalle donazioni dei vivi. Nella prima elezione della Germania unificata, nel 1990, i partiti tradizionali avevano ottenuto oltre l’80% dei voti; l’ultimo sondaggio dà loro solo il 45%, contro il 41,5% dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dei verdi. 

Gli elettori si stanno ritirando nelle identità di gruppo definite dalla razza, dalla religione o dalla sessualità. Di conseguenza, il secondo principio, l’interesse comune, si è frammentato. La politica dell’identità può essere anche una valida risposta alla discriminazione ma, con il moltiplicarsi delle identità, la politica di ciascun gruppo si scontra con la politica degli altri. Invece di generare utili compromessi, il dibattito diventa un esercizio di indignazione tribale. I leader di destra, in particolare, sfruttano l’insicurezza generata dall’immigrazione come mezzo per mietere consensi. E usano le compiaciute argomentazioni di sinistra sulla correttezza politica per alimentare la percezione dell’elettorato di sinistra di essere guardato dall’alto verso il basso dai loro stessi partiti. Il risultato è la polarizzazione. A volte la polarizzazione porta alla paralisi, a volte alla tirannia della maggioranza. Nel peggiore dei casi, incoraggia gli autoritari di estrema destra. 

Il ritiro dalla geopolitica 

I liberali sono battuti anche sul terreno della geopolitica. Il liberalismo si diffuse nei secoli XIX e XX a seguito della prima egemonia navale britannica e, dopo, con l’ascesa economica e militare degli Stati Uniti. Oggi, al contrario, la ritirata delle democrazie liberale sta avvenendo mentre la Russia gioca il ruolo del gustatore e la Cina afferma il suo crescente potere globale. Eppure, piuttosto che difendere il sistema di alleanze e istituzioni liberali creato, dopo la seconda guerra mondiale, l’America le trascura e persino, sotto il presidente Donald Trump, le mette sotto attacco. Questo impulso a ritirarsi si fonda su un equivoco.  

Come sottolinea lo storico Robert Kagan, l’America non passò dall’isolazionismo tra le due guerre all’impegno postbellico per contenere l’Unione Sovietica, come spesso si ipotizza. Piuttosto, avendo visto come il caos degli anni ’20 e ’30 avesse generato il fascismo e il bolscevismo, gli statisti del dopoguerra giunsero alla conclusione che un mondo senza leadership era una minaccia. Nelle parole di Dean Acheson, Segretario di stato nell’amministrazione Truman, l’America non poteva più rimanere seduta “in salotto con un fucile carico, in attesa”. 

Pertanto la disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991 non ha reso improvvisamente sicura l’America. Se le idee liberali non sono alla base del mondo, la geopolitica rischia di diventare la lotta per l’equilibrio di potere, quella lotta senza quartiere per la sfera di influenza che gli statisti europei hanno già sperimentato nel 19° secolo. Questo stato di cose è sfociato nei melmosi campi di battaglia delle Fiandre. Anche se oggi la pace regge, il liberalismo soffrirà di fronte alle crescenti paure dell’insorgere di nemici stranieri che spingerà la gente tra le braccia di uomini forti e populisti. 

La reinvenzione del liberalismo 

È il momento per una reinvenzione dell’idea liberale. I liberali devono passare meno tempo a dimostrare che i loro critici sono dei pazzi e dei bigotti e più tempo a riparare ciò che ha smesso di funzionare nella loro visione e nel loro comportamento. Il vero spirito del liberalismo non è auto-preservativo, ma radicale e dirompente. “The Economist” fu fondato per combattere la campagna per l’abrogazione delle leggi sui prodotti agricoli (Corn Law), che imponevano dazi sulle importazioni di grano e altre dettate nella Gran Bretagna vittoriana. Oggi comicamente sembra questo tema appare solo come una piccola seccatura. Ma nel 1840, il 60% delle entrate degli operai delle fabbriche veniva impiegato per acquistare cibo e un terzo per rifornirsi di pane. Siamo nati per prendere la parte dei poveri contro la nobiltà che coltivava il grano. Oggi, con lo stesso spirito, i liberali hanno bisogno di schierarsi a fianco di un nuovo precariato in lotta contro i nuovi patrizi. 

I liberali devono affrontare con vigore le sfide di oggi. Se riusciranno a prevalere, sarà perché le loro idee non hanno idee rivali in quanto alla capacità di diffondere libertà e prosperità. 

Devono riscoprire la loro fede nella dignità individuale e nell’autostima, limitando i propri privilegi. Devono smettere di deridere il nazionalismo, ma rivendicarlo per se stessi e riempirlo con il proprio contenuto di orgoglio civico inclusivo. Piuttosto che trasferire potere a ministeri centralizzati e a tecnocrazie incontrollate, dovrebbero trasferirlo alle regioni e alle municipalità. Invece di trattare la geopolitica come un gioco a somma zero tra le grandi potenze, l’America dovrebbe calare il suo tris d’assi: la potenza militare, i valori democratici e gli alleati. 

I liberali migliori sono sempre stati pragmatici e concilianti. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Theodore Roosevelt ha sfidato i robber barons che gestivano i grandi monopoli del paese. Sebbene molti liberali della prima ora temessero l’azione delle masse, abbracciarono la democrazia. Dopo la Depressione negli anni ’30, hanno riconosciuto che lo Stato può avere un ruolo limitato nella gestione dell’economia. Anche per liberarsi del fascismo e del comunismo, dopo la Seconda guerra mondiale, i liberali hanno contribuito a installare lo stato sociale. 

I liberali devono affrontare le sfide di oggi con uguale vigore. Devono accettare le critiche e accogliere il dibattito come una risorsa insostituibile del loro movimento. Dovrebbero essere audaci e assetati di riforme. I giovani, in particolare, hanno un mondo da rivendicare. 

Quando The Economist 175 anni fa è stato fondato, il nostro primo direttore, James Wilson, ha promesso “una dura competizione tra un’intelligenza che spinge in avanti e un’ignoranza indegna e timida che ostacola il progresso”. Rinnoviamo il nostro impegno in quella gara. E chiediamo ai liberali di tutto il mondo di unirsi a noi. 

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