A Milano, nell’evento dal titolo “Un’ondata di innovazione”, è stata presentata la nuova Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2025. L’incontro ha riunito i principali partner dello studio – Nativa il Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit – offrendo una panoramica aggiornata di un fenomeno che sta acquistando un peso sempre più determinante nel sistema produttivo italiano.
La nuova edizione della ricerca, basata su oltre 300 imprese Benefit e più di 550 aziende tradizionali, racconta un mondo imprenditoriale in rapido cambiamento. Una trasformazione che si vede prima di tutto nei comportamenti: il 20% delle Società Benefit investe oltre il 5% del proprio fatturato in progetti con impatto sociale e ambientale, mentre tra le imprese non-Benefit questa soglia è raggiunta solo dal 6%. È un segnale chiaro di un modello che non resta sulla carta, ma si traduce in scelte concrete.
La differenza emerge anche nella gestione quotidiana. Quasi la metà delle aziende Benefit valuta sistematicamente gli effetti delle proprie decisioni sull’ambiente e sulla comunità, una pratica che nel mondo non-Benefit coinvolge appena un’impresa su quattro. Un ulteriore 47% delle Società Benefit dichiara di considerare questi impatti almeno nelle decisioni più rilevanti. Solo una piccola minoranza, il 6%, si limita al minimo richiesto dalla normativa, a fronte di un ben più alto 37% tra le aziende tradizionali.
Perché si diventa Società Benefit
La scelta di adottare questo modello nasce soprattutto dall’interno delle imprese. Chi compie il passo solitamente lo fa per rafforzare la propria identità, migliorare il posizionamento sul mercato e costruire relazioni più solide con dipendenti, clienti e comunità locali. La risposta degli stakeholder conferma che la direzione è quella giusta: tre aziende su quattro registrano un forte apprezzamento da parte del personale, che parla di un clima aziendale più positivo, un maggiore senso di appartenenza e un ambiente di lavoro migliore.
Anche fuori dalle mura aziendali la reazione è simile. Associazioni non profit, clienti e territori mostrano livelli di favore molto alti. È un cambiamento culturale che si riflette anche nella gestione della filiera. Il 22% delle Società Benefit seleziona i fornitori sulla base delle loro performance di sostenibilità, mentre nel mondo non-Benefit questa percentuale scende al 10%. Coinvolgere la supply chain rimane però una sfida aperta con il 29% delle aziende che considera questo aspetto la principale difficoltà nell’implementare pienamente il modello.
Un altro tema riguarda il ruolo delle politiche pubbliche. Le imprese chiedono soprattutto incentivi fiscali – desiderati dall’81% del campione – e criteri premianti nei bandi pubblici, indicati dal 64%. Per molte aziende, queste misure permetterebbero di ampliare rapidamente il numero di realtà pronte a compiere la transizione.
Quanto conta oggi il fenomeno
Il quadro numerico mostra una crescita impressionante. Al 30 settembre 2025 le Società Benefit sono 5.309, il 22% in più rispetto all’anno precedente, per un valore della produzione complessiva che raggiunge i 67,8 miliardi di euro. Si tratta di un segmento sempre più consistente, che abbraccia dimensioni e settori diversi.
La Ricerca 2025 ha analizzato anche la struttura degli statuti di oltre 4.100 imprese, da cui emergono quasi 24.000 finalità di beneficio comune. In media, ogni azienda ne definisce circa sei. Le priorità guardano soprattutto al sociale, che rappresenta il 55% delle finalità complessive, seguito dalle tematiche ambientali e da quelle legate alla governance. È una gerarchia che rispecchia le sfide del Paese: inclusione, coesione e sostenibilità sono considerate leve essenziali quanto l’efficienza produttiva.
Dalle parole ai fatti
Uno degli aspetti più significativi dello studio riguarda la coerenza tra ciò che le imprese dichiarano e ciò che realizzano. Nell’analisi delle 99 Società Benefit di grandi dimensioni emerge che l’85% delle oltre 1.800 azioni censite ha raggiunto gli obiettivi previsti. È una percentuale rara nel mondo della sostenibilità, spesso criticato per la distanza tra ambizioni e risultati.
Questo lavoro ha portato anche alla creazione del primo Dizionario dell’Impatto delle Società Benefit, che raccoglie più di 130 temi e fornisce un vero e proprio vocabolario per trasformare le finalità statutarie in strategie operative. Uno strumento che punta a uniformare le pratiche e a semplificare il dialogo tra imprese, istituzioni e stakeholder.
Il movimento Benefit cresce, ma per consolidarsi ha bisogno di un quadro normativo che ne sostenga la diffusione. Le richieste del mondo produttivo vanno in questa direzione. Rendere il modello più conveniente e più accessibile, in modo da ampliare la base delle imprese coinvolte e permettere alla trasformazione di diventare davvero sistemica.