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Racconto della domenica: “Il silenzio di Nunziatina” di Laura Pace

In un quartiere di Napoli, così modesto da non poter godere nemmeno della luce del sole, abita Nunziatina. La «povera creatura» non ha voce ma ben due mamme: la prostituta Anna, povera disgraziata «che di figli ne ha già fatti nove e Dio solo sa con chi» e donna Concetta, una comare che è «una forza della natura», meglio informata del buon parroco e più autoritaria di un generale. Ma quando il buon Dio, anzi san Gennaro, fa la grazia a Nunziatina, donna Concetta reclama il diritto di madre putativa prima che qualcuno possa soffiarle il miracolo… Con la semplicità delle storie popolari, che sembrano quasi antiche leggende, Laura Pace racconta miserie e nobiltà di un popolo tanto comune quanto speciale.

Racconto della domenica: “Il silenzio di Nunziatina” di Laura Pace

Che poteva avere? Otto o nove anni non di più. 

Grandi occhi neri, tutta pelle e ossa, Nunziatina abitava nel vicolo più buio di Napoli, uno di quei bassi dove il sole non si vede mai, nemmeno a mezzogiorno. 

Al numero 34 di vico Giardinetto in una stanza, con uso cucina, stava lei con i suoi fratelli.  

Fratelli di madre. Il padre non lo avevano conosciuto.  

Eh sì, perché sua madre faceva la puttana.  

In quel vicolo dove il sovraffollamento superava la decenza non c’erano segreti per nessuno. 

La povertà non si era presa solo la dignità ma pure il silenzio. 

«Donna Filome’, avete visto a Nunziatina?» 

«E lasciatela in pace Concetti’, quella povera creatura, già tiene i guai suoi.» 

«E chi non li tiene? Quella, la bambina è menomata e io la tengo intorno per qualche servizio, cosucce… Niente di più.» 

«Nunziatina è intelligente che credete? Solo non parla. Nessuno l’ha sentita parlare mai.» 

«Parla poco?» 

«No Filome’ quella non parla proprio. Pure quando si trova con mia figlia Teresa, la più piccola, se ne sta zitta e muta, ma sorride sapete e capisce. Quando le do un’arancia lei fa il gesto per ringraziare e quando se ne va saluta ma tutto a gesti, eh! Dalla sua bocca, non è uscita una parola mai!» 

«E la madre che dice? L’ha fatta vedere a un dottore? Che dicono?» 

«Macché dottore e dottore: quella di notte sta fuori e di giorno dorme. Se non fosse per me che le passo quei quattro stracci della figlia mia, quella povera creatura non terrebbe nemmeno un vestito decente da mettersi. Eh, donna Filome’, la vita è difficile! Io, non per vantarmi, ma mio marito fatica giù al porto e un pezzo di pane a casa nostra non manca mai e pure per Nunziatina, eh!» 

Bussarono alla porta. 

«Ahem, signore, permettete?» 

«Don Gennaro che piacere e che vi ha portato fin qui?» 

«Eh, se aspettassi di vedervi a messa troppo vecchio mi farei e invece ho bisogno di voi e della vostra arte donna Filome’.»  

«Don Gennaro mio, sapeste queste ginocchia che dolori mi danno, una via crucis! Quando ero giovane ci correvo a messa… ma ora, da povera vecchierella, dovete venire voi da me! In che cosa posso servirvi?» 

«Vi ho portato un telo di lino che mi hanno regalato certi signori a Mergellina, potreste ricamarlo? Sapete, per l’altare.» 

«E come, non lo posso ricamare? Don Genna’ vi ricamo degli angeli qui ai lati, vedete, e una bella Madonna col Bambino al centro. Però ci vorranno almeno due mesi eh, non dovete avere fretta.» 

«No, no, nessuna fretta, e chi è questa bambina? Vi è parente?» 

«No questa è Nunziatina.» 

«E come mai non ti conosco? Eppure hai l’età per venire a messa: non ti prepari per la prima comunione?» 

«No Don Genna’, la bambina non è normale, è muta!» intervenne Concettina. 

«E che? Una perché è muta non può venire a messa, ma che dite?» 

«E a scuola ci vai?» chiese Don Gennaro, accarezzandole i capelli.  

Nunziatina gli sorrise e fece segno di no con la testa. I suoi occhi neri come il carbone lo fissavano attenti. Non aveva mai visto un prete da così vicino e, nonostante la lunga veste nera e quel cappello che teneva in mano, non le faceva paura, anzi: quell’omone dall’aria risoluta che si interessava a lei le dava fiducia. 

«Ma a chi è figlia?» 

«Eh, questa è figlia al vento… e alla signora Anna qui sotto, che di figli ne ha già fatti nove e Dio solo sa con chi.» 

A Nunziatina si spense il sorriso e gli occhi andarono altrove.  

«E brava la nostra donna Concetta! Non vi scappa niente, eh?! Ne sapete più voi stando a casa che me dentro al confessionale.» 

«Madonna mia, che volete dire don Genna’? Che sono impicciona? Qui lo sanno tutti che lavoro fa Anna e…» 

«Basta così!» la interruppe deciso don Gennaro. «Nunziatina, domani mattina verrò a parlare con tua mamma, mi raccomando dille di farsi trovare, d’accordo?» 

«Don Genna’, e quella come glielo dice che non parla? Dite pure a me che riferisco.» 

«Donna Conce’, non mi fate perdere la pazienza e fatevi i fatti vostri, intesi? E donna Filomena, voi, quando avrete finito il lavoro, ditelo a Nunziatina, sono sicuro che me lo farà sapere vero?» 

Nunziatina lo guardò e gli sorrise, annuendo. 

Non appena don Gennaro fu nel vicolo donna Concetta, che armeggiava nervosamente con una matassa di filo da snodare, riprese: «A me quel don Gennaro proprio non va giù, ma quanto è maleducato, ma chi si crede? Avete visto quant’è antipatico?». 

Filomena sorrideva: «La verità brucia!». 

«Eeehhh, pure voi donna Filome’ vi ci mettete: mo’ basta! Vieni Nunziati’ che dobbiamo preparare la cena.» 

Il giorno seguente Nunziatina svegliò la mamma verso le dieci e la accompagnò a casa di Filomena. 

«Scusatemi tanto, donna Filome’, ma mia figlia questa mattina non ha pace.» 

«Buongiorno Anna, accomodatevi, lo so io il perché. Ieri don Gennaro le ha detto che stamattina voleva parlare con voi.» 

«Don Gennaro vuol parlare con me? E che è successo?» 

«Eccolo, eccolo, sento la tosse per le scale vedrete che è lui.» 

«Buongiorno signore, ciao Nunziatina. Questa è Marilisa la maestra. Siamo venuti a conoscere la tua mamma ce la vuoi presentare?» 

Nunziatina lo prese per mano e lo portò dalla sua mamma che si ritrasse. 

«Ma che sono ’ste cose? che volete?» chiese Anna allarmata. 

«Signora Anna, state tranquilla, siamo qui per Nunziatina, noi saremmo felici di averla a scuola ecco tutto» intervenne la maestra. 

«Mia figlia non è normale, non ve ne siete accorti che non parla? Nunziatina non può venire a scuola. Che ci viene a fare? È una povera disgraziata, come me. Lasciateci in pace!» E così dicendo si alzò, prese Nunziatina per un braccio e fece per trascinarla via. 

«Aspettate signora!» La maestra si abbassò, accarezzò la bambina e le chiese: «Nunziatina, tu vorresti venire a scuola?». 

A volte, per aprire una grande porta non serve una grande chiave, ne può bastare una anche molto piccola, purché sia quella giusta. 

Si stavano rivolgendo a lei, credevano in lei e si aspettavano una risposta.  

Nunziatina schiuse le labbra, e schiarendo la sua voce, come fa una massaia con l’argento nelle grandi occasioni, disse: «Sì, io… vorrei venire a scuola!». Scoprì che il suo silenzio era diventata l’occasione per essere ascoltata. Anna non aveva mai sentito la voce della figlia: anche quando piangeva, a Nunziatina scendevano lacrime silenziose, non un gemito né un singhiozzo. A volte di notte, quando rientrava prima, le andava vicina e sperava di sentire almeno una parola pronunciata nel sonno, ma niente. Nunziatina sempre muta era stata e ora il miracolo. 

«San Gennaro mio mi hai fatto la grazia» disse Anna rivolgendosi a una statua del santo patrono sistemata giusto al centro della credenza di donna Filomena. 

Erano tutti sbalorditi tranne don Gennaro e la piccola Nunziatina che si guardavano e sorridevano felici. 

«Allora signora Anna, che dite? Ce la vogliamo mandare questa figlia vostra a scuola?» 

Anna si inginocchiò davanti al prete e gli baciò le mani: «Voi siete un santo, e pure voi» disse alla maestra Marilisa, «pure voi siete una santa. Che Dio vi benedica!». Poi, rivolgendosi a Nunziatina, aggiunse: «Tesoro mio ma tu parli e che bella voce che tieni, tesoro mio tu parli!». E se la stringeva al petto come mai aveva fatto prima. 

Filomena aveva le lacrime agli occhi, lacrime di gioia e di commozione e non diceva una parola, solo era felice e ringraziava il cielo per essere stata presente a un tale prodigio. 

Ben presto l’intero vicolo seppe del miracolo: la voce correva di finestra in finestra e di basso in basso, finché arrivò alle orecchie di donna Concetta: «Ma voi che dite? Nunziatina mia si è messa a parlare senza di me? Ma come, io l’ho tenuta sempre come una figlia, core a core e mò chista parla proprio nell’unico momento che io non ci sto? E mi fa perdere pure il miracolo?». 

«Eh donna Concetti’, volete vedere che ora se non ci state voi i miracoli vi devono aspettare?» 

Tra le risate dei negozianti del vicolo, Concettina raggiunse casa e arrivata davanti al portone si fece largo tra molte persone che volevano salire per vedere la bambina miracolata. Una varia umanità si stava raccogliendo per le scale e Concettina si faceva largo sgomitando. 

«Signò, un poco di pazienza, qui stiamo tutti in fila per il miracolo, favorite dietro e fatevi pure voi la coda ecche caspita!» la intimò serio un uomo di mezz’età con una mano di legno. 

«Ma quale miracolo e miracolo, io abito qui e voglio solo andarmene a casa mia, vabbuò! Fate largo!»  

«La signora conosce la bambina, abita qui!» urlò una signora magra magra e bianca come la morte. Ogni sguardo si posò su Concetta, come se i poteri miracolosi potessero funzionare per contiguità e chi le stava vicino iniziò a toccarle la veste. 

«Signo’, portatemi con voi, fatemi toccare la bambina, ho un figlio malato» chiedeva una vecchia sdentata. 

«Conce’, vi ricordate di me? Sono Arturo, l’amico della vostra commarella, facitem parlà cu chilla guagliona, tengo nu guaio gruosso assai.» 

Concetta presa alla sprovvista da tanta notorietà, immeritata e improvvisa, capì che quello era il suo momento e diede il meglio di sé: «Silenzio, mò parlo io!» esclamò a gran voce, e tutta la scala ammutolì. 

«Mò jatevene a casa vostra, Nunziatina stasera è stanca e non vuole vedere a nessuno. Da domani organizziamo le visite guidate ma quella se vi vede tutti qui ammassati non esce ne mò e ne mai. Vediamo domani che si può fare ma ora andate.» 

Piano piano la gente iniziò a defluire e ben presto la scala si svuotò. Concettina soddisfatta della sua autorevolezza salì da Filomena e le aprì la porta don Gennaro. 

«Vi dobbiamo ringraziare donna Concetti’, là fuori siete stata una forza della natura e ci avete tolto dall’imbarazzo, complimenti!»  

Concettina lo ascoltò molto superficialmente perché con lo sguardo cercava Nunziatina. Stava abbracciata ad Anna che la accarezzava e la baciava. 

Concettina le si parò davanti con un cipiglio da generale asburgico: «Ne’ Nunziati’, ma tu parli veramente?». 

La bambina le fece un sorriso e annuì. 

«Che fai parli o non parli?» 

«Parlo parlo» disse Nunziatina sorridendole. 

«Oh Gesù mio, ma l’avete sentita?» chiese rivolta a donna Filomena che annuì. «Oh Gesù Giuseppe Maria, nu miracolo nel palazzo mio!» 

«Ma che dite?» intervenne don Gennaro. «Non serve scomodare i santi, questo non è un miracolo, è solo che Nunziatina si è sbloccata, ecco tutto!». 

«Ma voi pazziate? Dovete scusarmi don Gennaro, ma questo è un miracolo che vi piaccia o no! È facile fare i saputi quando il piatto è pieno e la casa è calda ma qui noi di questo miracolo ne abbiamo bisogno, avete capito? Qui tutti hanno bisogno di questo miracolo! Ne ha bisogno Nunziatina e quella povera maronna della madre sua, che con questo miracolo ci possono campare per un po’ e poi Dio vede e provvede. Ne avete bisogno voi che tenete sempre la chiesa vuota. Vedrete domenica che folla ci sarà a messa.» 

«Ma che dite Concetti’, su queste cose non si scherza, è peccato mortale.» 

«Il peccato mortale lo fate voi perché di questo miracolo ne hanno bisogno pure loro. La gente che fino a poco fa stava per le scale è bisognosa e vuole credere in qualcosa, in qualcuno. E voi gliela volete togliere questa speranza? E che gli date in cambio? Un Cristo in croce? Domani mattina io sto qua fuori vedete e uno alla volta li faccio accomodare tutti. Nunziati’ tu sei stata fortunata e ora devi essere gentile con quelle persone, vogliono solo guardarti e baciarti la mano, per te non è niente ma per loro è tanto, è assai. Hai capito?» Niente avrebbe potuto distoglierla dal suo piano, donna Concettina già si vedeva, già era completamente calata nel personaggio. Lei sarebbe stata per tutti l’agente della bambina miracolata e le piaceva tanto questa parte. Proprio tanto tanto. 

A nulla valsero le prediche di don Gennaro, le raccomandazioni di donna Filomena, la timidezza della stessa Nunziatina. Donna Concetta aveva tutto in testa, restava solo un particolare da risolvere: nessuno doveva sapere il mestiere di Anna perché certo una puttana con la figlia miracolata contrastava un po’ come il diavolo e l’acqua santa. Così, con il tatto che sempre l’aveva contraddistinta, decise di prendere il toro per le corna e di affrontare Anna. 

«Signò, noi dobbiamo parlare.» 

«E ditemi, donna Conce’, che mi volete dire? Scusate ma sto frastornata sapete, ancora non ci credo che la mia Nunziatina parla, e come parla bene! Avete sentito?» 

«Sì sì, ho sentito ma proprio per questo vi devo parlare. Tutti nel vicolo, e Dio sa dove, sanno che mestiere fate voi per campare, non vorrete mica mettere vostra figlia in difficoltà: Annare’ voi dovete sparire!» 

«Come sparire? Ma che dite?» 

«Sparire, andarvene, dileguarvi, evaporare, venn’at a ì! A vedere i miracoli ci vanno le persone di chiesa, giusto?» 

«Sì sì, giusto e allora?» 

«E allora, secondo la capa vostra, alle persone di chiesa ci piacciono le zoccole? Può mai essere?» 

«Tenete ragione donna Conce’ ma io dove me ne vado?» 

«E dove ve ne dovete andare: in un convento.» 

«Uh Maronna mia, mi volete far chiudere?» 

«Eh sì! E voi per il bene di vostra figlia dovete andare» disse con tono solenne e uscì. 

La mattina seguente davanti al portone di vico Giardinetto 34 si stava radunando una piccola folla. Donna Concetta scostò una persiana e guardò sotto compiaciuta del proprio operato. Indossò uno dei suoi abiti migliori, si mise qualche goccia di Jean Marie Farina, il suo profumo delle grandi occasioni, uno spillone decorato tra i capelli e scese a casa di Anna. 

La porta era chiusa. 

Suonò. Una, due, tre volte. Niente.  

Salì le scale fino all’appartamento di donna Filomena. L’odore del caffè preannunciava che l’amica era già sveglia. Trovò la porta accostata ed entrò. 

«Donna Filomena buongiorno! Dov’è la nostra Nunziatina? È pronta? Giù ci sta mezzo vicolo ad aspettarla, dov’è?» 

«Sono partite!» rispose perentoria donna Filomena. 

«Partite chi?» 

«Concetti’, come partite chi?! Anna e i figli suoi non ci stanno più. Sono partiti!» 

Donna Concetta strinse i pugni e cambiò colorito.  

«Don Gennaro: non può essere stato che lui! Ha architettato la fuga, ecco che ha fatto! Mai fidarsi dei preti.» 

«Donna Conce’, siete fuori strada, don Gennaro non c’entra proprio ed è un brav’uomo, lo sapete pure voi. Ieri sera è arrivato un uomo, un uomo distinto. Anna ha raccontato che era successo e lui l’ha convinta a cambiare aria e se l’è portata con lui al Nord!» 

«Nientedimeno al Nord! Oh povera figlia mia! Quella Nunziatina ha detto sì e no due parole e mò l’hanno portata al Nord. E che può capire quella povera creatura. Quelli su al Nord parlano strano. Donna Filome’ voi scusate se ve lo dico, ma vi dovevate opporre! Ma come, non mi potevate avvertire?» 

Donna Filomena la fece accomodare e le offrì il caffè: «E che vi dovevo dire? Che ci potevamo fare noi? Quella è la madre». 

«Ma allora proprio non volete capire. Quelli al Nord tengono tutto loro e appena hanno saputo del miracolo nostro, sono venuti e se lo sono preso! Quelli se potessero si ruberebbero pure il sole, il mare, il nostro golfo che è il più bello del mondo. Donna Filome’, quelli qui ci lascerebbero solo il vulcano!»  

Il furto del miracolo da parte dei nordici fece ben presto il giro del vicolo, alimentato dei dettagli di donna Concetta che non si dava pace. 

Nei mesi successivi commissionò a un pittore locale un ritratto di Nunziatina e glielo fece rifare e ritoccare tante volte finché non trovò una somiglianza con la bambina. Il pittore aveva il suo laboratorio nel vicolo e dalle sue finestre aperte si sentivano le lamentele di donna Concetta: «No. Gli occhi non vanno bene, quella Nunziatina tiene gli occhi da cerbiatta. E che è quel naso? Il naso di Nunziatina è all’insù, alla francese. Ma che ne potete capire voi di quant’era bella la mia Nunziatina. Quella teneva una boccuccia come un bocciolo di rosa voi me la fate che sembra una triglia». 

Il povero pittore, un uomo paziente e gentile, sopportò l’insopportabile e poi, a Dio piacendo, ultimò il ritratto. Donna Concetta attendeva trepidante di averlo tra le mani e nell’attesa ricamava: la Domenica delle Palme, nella bacheca votiva che stava proprio sul lato destro del portone, comparve il ritratto. A dire il vero era proprio un bel ritratto, molto somigliante. 

Sotto, ricamata in oro c’era una scritta: “Qui visse Nunziatina, la bambina miracolata e arrobbata. A sempiterna memoria”. 

L’autrice

Laura Pace è nata nel 1963 a Genova dove vive e lavora. Ha scritto molti racconti, diversi dei quali vincitori di premi nazionali. Ha partecipato a Masterpiece, talent di Rai 3, con il romanzo Che ne sarà di meIl Maresciallo Patanò e la veggente bambina poi edito LFA Publisher. Per la stessa casa editrice ha pubblicato Peccati di gola

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