La consultazione che desta il maggiore interesse nell’ambito del pacchetto di elezioni che si svolgeranno negli Stati Uniti il prossimo 4 novembre non è per una carica elettiva. Non è quella per la scelta del sindaco di New York, sebbene la rosa dei candidati annoveri personalità politiche rilevanti quali il democratico Zohran Mamdani, un immigrato ugandese di ascendenza indiana assurto a simbolo delle persone che il presidente Donald Trump vorrebbe bandire dal Paese, nonché – come indipendenti – l’ex governatore Andrew Cuomo, costretto a dimettersi nel 2021 perché investito da accuse di molestie sessuali, ed Eric Adams, il primo cittadino in carica, già indagato per corruzione prima che il dipartimento di Giustizia lasciasse cadere le imputazioni (forse in cambio dell’impegno di Adams a non ostacolare le retate degli immigrati irregolari nella sua giurisdizione).
Non sono al centro delle analisi e del dibattito politici neppure le corse per il governatorato della Virginia e per quello del New Jersey, nonostante il voto cada a meno di dieci mesi dall’inizio del secondo mandato di Trump e il risultato possa quindi essere interpretato come una manifestazione di fiducia o di contestazione di quanto attuato finora da The Donald, come era già accaduto in passato rispetto a Joe Biden nel 2021 e allo stesso Trump nel 2017.
A suscitare l’attenzione di politologi e commentatori politici è, invece, soprattutto la Proposition 50, un referendum popolare che si terrà in California e riguarda la possibile ridefinizione dei collegi di questo Stato per l’elezione dei rappresentanti alla Camera federale di Washington.
Il gerrymandering in California
La Proposition 50 costituisce la risposta del partito democratico alla decisione dell’assemblea legislativa del Texas di ridisegnare la mappa delle proprie circoscrizioni per il ramo basso del Congresso in maniera tale, secondo le prime simulazioni del voto, da permettere al partito repubblicano di strappare cinque seggi a quello democratico nelle elezioni di mid term (quelle che si svolgono a metà di un mandato presidenziale) del 2026.
La modifica dei distretti elettorali avviene di norma ogni dieci anni, subito dopo la pubblicazione dei dati dei censimenti della popolazione. Lo scopo di tali cambiamenti è quello di tenere conto delle variazioni nel numero degli abitanti dei singoli Stati perché i seggi alla Camera sono fissati in 435 dal 1929 e vengono periodicamente redistribuiti tra gli Stati in proporzione, come stabilito dalla Costituzione, all’entità della popolazione residente. Il censimento più recente si è svolto nel 2020 e il Texas aveva già ridisegnato le proprie circoscrizioni l’anno successivo, in seguito all’aumento da 36 a 38 dei suoi rappresentanti.
Oggi il partito repubblicano dispone di una maggioranza molto ristretta alla Camera dei Rappresentanti: 219 seggi rispetto ai 213 in mano ai democratici (con tre vacanti per dimissione o morte degli eletti).
La formazione politica del presidente in genere perde voti nelle elezioni di mid term, in conseguenza di un senso di delusione e di scontento fisiologici di una parte dei propri votanti verso l’inquilino della Casa Bianca, che quasi mai riesce a rispettare tutti gli impegni assunti nella campagna che lo ha condotto a sedersi nello Studio Ovale.
A causa del vantaggio risicato di cui godono sui democratici, i repubblicani rischiano di finire in minoranza alla Camera dopo le consultazioni del prossimo anno, uno sviluppo che metterebbe a repentaglio l’attuazione dell’agenda legislativa di Trump.
Pertanto, The Donald ha indotto l’assemblea legislativa del Texas, a cui spetta la tracciatura delle circoscrizioni di questo Stato e dove i trumpiani sono in larga maggioranza, a dare più forza al suo partito in vista del voto del 2026, attraverso un artificio geopolitico, chiamato in gergo gerrymandering (dal nome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che nel 1812 promulgò la prima disposizione dettata da finalità di tale genere): modificare l’assetto territoriale dei collegi a scapito dei democratici.
Grazie alla conquista di cinque seggi aggiuntivi in Texas, i repubblicani compenserebbero le probabili perdite in altri Stati e, quindi, resterebbero in maggioranza alla Camera.
Per neutralizzare questa strategia il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ha proposto un referendum popolare, appunto la Proposition 50, allo scopo di tracciare una nuova configurazione delle circoscrizioni dello Stato per la Camera che permetterebbe una crescita altrettanto artificiosa dei seggi del proprio partito, in modo da controbilanciare quelli che perderebbe in Texas.
In particolare, la proposta di modifica dei collegi prende di mira cinque membri repubblicani (Ken Calvert, Darrell Issa, Kevin Kiley, Doug LaMalfa e David Valadao) che vedrebbero sottratte alle loro circoscrizioni attuali alcune aree abitate in prevalenza da elettori conservatori, e dunque subirebbero una consistente contrazione della propria base elettorale, oppure subirebbero l’allargamento dei loro distretti a zone con una forte presenza di progressisti e quindi andrebbero incontro a un considerevole aumento di votanti democratici che ovviamente non sarebbero disposti a confermarli a Washington.
Il ritorno della partitocrazia nella definizione dei collegi elettorali californiani
In base a quanto stabilito dalla Costituzione federale, la normativa elettorale è materia di competenza dei singoli Stati. In Texas è l’assemblea legislativa a definire l’assetto geografico dei collegi e, di conseguenza, la loro mappa è soggetta alla dialettica del confronto tra i partiti ed è condizionata dalle scelte della forza politica che si trova in maggioranza, oggi i repubblicani.
In California questo compito spetta, invece, alla Citizens Redestricting Commission, un organismo entrato in carica nel 2010. I suoi membri sono quattordici: cinque nominati dal partito democratico, cinque da quello repubblicano e quattro non possono essere legati a una forza politica, cioè devono essersi registrati come indipendenti nelle liste dei cittadini che hanno diritto al voto.
In questo modo, i commissari repubblicani e democratici si equivalgono in numero, mentre i quattro membri restanti finiscono per fare la differenza e dovrebbero pertanto assicurare l’autonomia della Citizens Redestricting Commission dalle logiche di partito. Proprio per la sua particolare composizione questo organismo non avrebbe potuto prestarsi ai giochi di Newsom.
Pertanto, il governatore ha proposto e ottenuto che l’assemblea legislativa dello Stato, dove predominano i democratici, indicesse un referendum popolare, appunto la Proposition 50, con cui verrà chiesto ai californiani se vogliano sospendere temporaneamente le funzioni della Citizens Redestricting Commission per cinque anni e assegnare ai legislatori dello Stato la prerogativa di disegnare una nuova mappa dei collegi elettorali – che, in realtà, è già stata preparata in previsione di una vittoria del “sì” – esclusivamente per le consultazioni del 2026, 2028 e 2030.
Dunque, se i “sì” vincessero in novembre, le circoscrizioni sarebbero modificate per avvantaggiare nel 2026 i candidati democratici in cinque distretti i cui seggi sono attualmente nelle mani dei repubblicani, ma la Citizens Redestricting Commission tornerebbe operativa dopo il 2030, l’anno del prossimo censimento federale della popolazione.
Come funzionano i referendum in California
I referendum popolari – sia quelli abrogativi, sia quelli propositivi – sono una forma di democrazia diretta che la California introdusse nel 1911 nell’ambito di una serie di iniziative per conferire ai cittadini un potere di revisione della politica dello Stato, per limitare i condizionamenti che erano stati esercitati fino ad allora sulle disposizioni legislative da alcune influenti aziende dell’epoca, in particolare da un grande trust ferroviario, la Southern Pacific Railroad.
Non a caso, da un lato, anche se è prevista la convocazione dei referendum da parte dell’assemblea legislativa, la modalità principale per indirli è la raccolta di firme su una petizione che deve essere sottoscritta da almeno l’8% degli elettori per modifiche della Costituzione e dal 5% per misure di altro genere.
Dall’altro, per dare “maggior voce al popolo” l’istituzione dei referendum fu accompagnata contestualmente dal conferimento del voto alle donne (che lo avrebbero conseguito a livello nazionale solo con il XIX emendamento della Costituzione federale nel 1920) e dal recall, cioè dalla possibilità di ottenere la revoca del mandato di un eletto prima della sua scadenza naturale, se sfiduciato dalla maggioranza dei votanti.
Lo sa bene proprio Newsom che, nel 2021, sopravvisse politicamente a un tentativo di rimozione, che era stato motivato dall’accusa di essere troppo indulgente nel contrasto all’immigrazione irregolare nello Stato: a votare a favore della sua destituzione fu soltanto il 38% degli elettori, un risultato non particolarmente sorprendente in considerazione del rilevante orientamento democratico della California.
Quello che, invece, colpisce nella Proposition 50 è l’iter verticistico dell’iniziativa, partita dal governatore e avallata dall’assemblea legislativa, rispetto a uno strumento che in origine era stato invece concepito per assicurare ai cittadini un maggiore controllo dal basso sulle decisioni delle istituzioni statali.
Può anche meravigliare che i democratici, dopo aver accusato Trump di utilizzare la ridefinizione dei distretti elettorali per scopi politici nel caso del Texas, abbiano fatto ricorso allo stesso mezzo. Tuttavia, come implicitamente si giustifica Newsom, chi di gerrymandering ferisce, di gerrymandering perisce.
Del resto, la denominazione ufficiale del provvedimento che ha permesso all’assemblea legislativa della California di indire la Proposition 50 è Election Rigging Response Act, che si potrebbe tradurre legge in risposta alla manipolazione truffaldina delle elezioni, con un chiaro riferimento a quanto accaduto in Texas.
Inoltre, una delle prime organizzazioni a esprimersi per il “sì” al referendum, la California Faculty Association, il sindacato del personale delle università dello Stato, che comprende anche i docenti, ha addirittura motivato la propria posizione con la necessità di “lottare contro il fascismo”.
Oltre la Proposition 50
Le previsioni più autorevoli concordano nell’ipotizzare che la partita relativa alla modifica dei collegi elettorali si concluderà molto probabilmente con un nulla di fatto, cioè che i repubblicani conquisteranno un numero di seggi alla Camera nelle circoscrizioni ridisegnate a proprio vantaggio pari a quello degli scranni che perderanno nei nuovi distretti tracciati a beneficio dei candidati democratici.
Alla luce anche di questo probabile pareggio, l’intervento di Newsom sull’assetto dei collegi della California assume implicazioni che vanno ben al di là di quello che sarà il risultato delle elezioni di mid term del 2026. Innanzitutto, si tratta di una dimostrazione di leadership da parte di un esponente politico che mira a candidarsi alla Casa Bianca nel 2028.
Non per niente, Newsom ha già iniziato a impratichirsi con le tecniche per una futura corsa alla presidenza fino dal dicembre del 2023, quando sfidò in un dibattito televisivo, trasmesso dalla rete Fox News, il governatore della Florida Ron DeSantis, al tempo considerato un valido aspirante alla nomination repubblicana del 2024, prima che venisse travolto nelle elezioni primarie dal ritorno in scena di Trump.
Newsom ha poi fatto causa a Trump per la decisione del presidente di porre la guardia nazionale della California sotto l’autorità federale e di affiancarle i marines per reprimere le proteste contro le deportazioni di massa degli immigrati irregolari, scoppiate lo scorso giugno soprattutto a Los Angeles.
Newsom si sta anche divertendo a mettere in ridicolo The Donald facendone imitazioni caricaturali su TikTok.
Inoltre, in una nazione dove partecipare alle elezioni risulta particolarmente dispendioso (secondo una cinica definizione del giornalista Greg Palast, gli Stati Uniti sarebbero “la miglior democrazia che il denaro possa comprare”), la raccolta di fondi per la campagna referendaria sulla Proposition 50, per la quale si stima un costo complessivo di circa 200 milioni di dollari, offre a Newsom l’opportunità di attestare la propria capacità di ottenere finanziamenti ingenti e di avere accesso a ricchi donatori (come, ad esempio, Reed Hastings, il co-fondatore di Netflix, che avrebbe versato 2 milioni di dollari al comitato per il “sì”, secondo un recente articolo di Theodore Schleifer, Shane Goldmacher e Laurel Rosenhall per il New York Times).
Infine, i referendum della California sono stati in passato un’occasione per lanciare o affossare le speranze di alcuni autorevoli aspiranti alla Casa Bianca.
Il pregresso dei referendum californiani
La Proposition 13 del 1978 propose di introdurre un tetto alle imposte sugli immobili, di richiedere una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti affinché l’assemblea legislativa statale potesse approvare un aumento e di limitare la rivalutazione dei fabbricati al momento del loro passaggio di proprietà e di ampliamento del volume.
Il referendum fu espressione di una protesta fiscale contro un intervento dello Stato nel campo dell’economia ritenuto eccessivo. Varata con il 62,6% dei voti e cavalcata dall’ex governatore repubblicano Ronald Reagan, che ne sostenne l’approvazione, la Proposition 13 gli aprì le porte della Casa Bianca nelle elezioni presidenziali del 1980.
Un esito politico opposto ebbe, invece, la Proposition 187 del 1994. A fronte della crescente presenza in California di immigrati irregolari provenienti al tempo soprattutto dal Messico e da altri Paesi dell’America centrale, il referendum chiedeva di vietare ai clandestini l’accesso all’istruzione pubblica, all’assistenza sanitaria (fatta eccezione per le cure di pronto soccorso nei casi di emergenza medica) e ad altri servizi sociali forniti dallo Stato.
Inoltre, con un incoraggiamento alla delazione di massa, la Proposition 187 domandava che insegnanti, presidi, medici e personale infermieristico fossero obbligati a denunciare alle autorità federali le persone con cui entravano in contatto per motivi di lavoro per i quali potevano ipotizzare che si trattasse di immigrati irregolari.
Il referendum ottenne il 53,9% di voti favorevoli, ma le sue disposizioni non entrarono in vigore perché furono giudicate incostituzionali da un tribunale federale distrettuale, non tanto per la loro natura draconiana, quando perché violavano a favore di uno Stato dell’Unione, la California, la prerogativa esclusiva delle istituzioni federali di assumere provvedimenti in materia di immigrazione.
Uno dei maggiori sostenitori della Proposition 187 fu Pete Wilson, il governatore repubblicano al tempo in carica, che sfruttò il proprio sostegno al referendum per ottenere un secondo mandato nelle elezioni che si svolsero nello stesso anno. Sulla falsariga di quanto fatto da Reagan in precedenza, Wilson cercò di capitalizzare sulla vittoria nel referendum, trasformandola in un trampolino di lancio per la sua candidatura alla Casa Bianca nel 1996.
A differenza di Reagan, però, la sua identificazione con il pacchetto di misure contro gli immigrati clandestini si dimostrò controproducente e Wilson fu costretto a ritirarsi dalla campagna elettorale già alla fine di settembre del 1995, prima ancora che si aprisse la stagione delle primarie repubblicane per l’assegnazione della nomination alla presidenza.
Inoltre, grazie anche alla crescita del numero di ispanici con la cittadinanza statunitense in California, la posizione xenofoba di Wilson contribuì alla trasformazione di questo Stato in una roccaforte del partito democratico. Dal 1996 il candidato o la candidata di questa forza politica ha sempre conquistato la maggioranza nelle elezioni presidenziali, in quelle per il Senato federale e in quelle per il governatorato (in quest’ultimo caso con l’unica eccezione delle vittorie del repubblicano Arnold Schwarzenegger nel 2003 e nel 2006).
Inoltre, il partito democratico ha costantemente conseguito la maggioranza dei seggi per quanto ha riguardato i due rami dell’assemblea legislativa statale nonché la delegazione alla Camera dei Rappresentanti di Washington.
Un laboratorio politico
Anche alla luce di queste consultazioni referendarie passate, la California si presenta come una sorta di laboratorio politico per il futuro. Con la Proposition 50 sono in gioco non solo gli equilibri alla Camera dei Rappresentanti nel biennio finale del secondo mandato di Trump alla Casa Bianca.
Infatti, nonostante le ipotesi di un pareggio elettorale sul gerrymandering a livello nazionale, se il referendum venisse bocciato il partito democratico non avrebbe la possibilità di compensare in California i cinque seggi che è quasi sicuramente destinato a perdere in Texas.
È in ballo anche il destino di Newsom, a cui la Costituzione dello Stato preclude la possibilità di ricoprire un terzo mandato, e forse anche del partito democratico, alla disperata ricerca di un valido candidato per le elezioni presidenziali del 2028 dopo la débâcle subita da Kamala Harris l’anno scorso.
Più in generale, il referendum sul gerrymandering sta diventando un esempio paradigmatico dello scadimento della dialettica politica negli Stati Uniti. Per vincere le elezioni, la modifica delle regole sul voto a vantaggio di uno dei partiti o di un candidato specifico tende sempre di più a sostituirsi alla formulazione dei programmi di governo.
In questa prospettiva, la Proposition 50 rischia di collocarsi al fianco sia di iniziative come la limitazione del voto per corrispondenza, decisa da alcuni Stati governati dai repubblicani per danneggiare il partito democratico, sia di degenerazioni eversive per una democrazia elettorale.
Appartengono a questa seconda categoria i ricorsi giudiziari, destituiti di qualsiasi fondamento, per presunti brogli elettorali promossi da Trump nel 2020 per contestare la vittoria di Biden, nonché il tentativo di impedire la certificazione del successo del candidato democratico non solo attraverso il famigerato assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, ma anche per mezzo di due risoluzioni presentate al Congresso da alcuni membri repubblicani (e poi bocciate da Camera e Senato) per chiedere l’annullamento dei voti dei grandi elettori dell’Arizona e della Pennsylvania per irregolarità mai provate.
Per il momento, l’antidoto alla probabile sconfitta del “no” nella Proposition 50 proposto della minoranza repubblicana nell’assemblea legislativa della California è un altro esempio di artificio geopolitico: la presentazione di una velleitaria risoluzione, paradossale e senza possibilità di essere approvata, che chiede di dividere la California in due Stati separati, costituiti l’uno dalle contee della costa, dove prevalgono i democratici, e l’altro da quelle dell’interno, di orientamento tendenzialmente conservatore.
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STEFANO LUCONI insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
