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Petrolio, tutti alla ricerca di nuove fonti energetiche: Bp punta sulla Namibia. Il brent resta sopra 102 dollari, scatta l’alluminio

Di fronte alle continue minacce di chiusure dello stretto di Hormuz, si va alla ricerca di altre fonti di approvvigionamento. Tutta l’Africa sta attirando le principali compagnie petrolifere. Metalli sottotono per timori di recessione ma balza l’alluminio per il calo dell’offerta

Petrolio, tutti alla ricerca di nuove fonti energetiche: Bp punta sulla Namibia. Il brent resta sopra 102 dollari, scatta l’alluminio

Se lo stretto di Hormuz diventa sempre più impraticabile per il transito delle petroliere, l’imperativo diventa quello di accaparrarsi altre fonti energetiche e la Namibia sta offrendo alle compagnie di esplorazione, da Bp a Shell, a TotalEnergies a Eni, un’ottima occasione: il paese del sud ovest dell’Africa, nelle sue acque dell’Atlantico, offre una delle aree di trivellazione più importanti dell’Africa che spera di produrre il suo primo petrolio entro il 2030

British Petroleum ha annunciato in queste ore la sigla di un accordo per l’acquisto di partecipazioni in tre licenze di esplorazione al largo della Namibia. La società acquisirà dalla società canadese Eco Atlantic Oil & Gas una partecipazione del 60% e la gestione operativa dei blocchi nel bacino di Walvis: si tratta di un’ampia zona, a nord delle scoperte già effettuate da TotalEnergies e Shell quattro anni fa. Sebbene non tutte le campagne di perforazione abbiano avuto successo, Total ha aggiunto all’inizio di quest’anno un altro giacimento offshore. Inoltre la stessa Bp ha già trovato petrolio in Namibia attraverso una joint venture con Eni, l’Azule Energy.

L’Africa catalizzatrice delle principali compagnie petrolifere

L‘Africa sta attirando le principali compagnie petrolifere, che prevedono di perforare più del doppio dei pozzi esplorativi ad alto potenziale rispetto a qualsiasi altra regione, alla ricerca di nuove riiserve. Il continente è inoltre in testa con una dozzina di pozzi in acque ultraprofonde destinati a raggiungere profondità di 1.500 metri o più, progetti che possono costare centinaia di milioni di dollari, secondo la società di analisi Rystad Energy. Anche nelle attività di esplorazione onshore, l’Africa è pronta a dominare. “Quello che stiamo osservando nel 2026 è un chiaro cambiamento nelle aree in cui gli operatori sono disposti a investire capitali”, ha scritto recentemente Aatisha Mahajan, responsabile dell’esplorazione e della ricerca su petrolio e gas di Rystad, in un rapporto. “L’Africa si distingue perché combina ancora il potenziale geologico con la prospettiva di grandi scoperte commercialmente significative”.

L‘Africa è destinata a rappresentare circa il 40% dei pozzi esplorativi ad alto impatto a livello mondiale, classificati come tali in base alle loro potenziali dimensioni e importanza. Secondo Rystad, questi pozzi si trovano principalmente lungo la costa atlantica, nell’Africa meridionale e nel Golfo di Guinea, ma anche l’Asia ne conta otto, con l’Indonesia in testa.

Prezzi in rialzo per petrolio, prodotti agricoli, alluminio. Ma altri sono al palo

Intanto il mancato accordo nel weekend tra Usa e Iran ha fatto schizzare di nuovo in alto il prezzo di tutti i prodotti che, in un modo o nell’altro, vengono danneggiati dalla prolungata chiusura dello stretto di Hormuz.

Il prezzo del Brent è balzato stamane di oltre il 7% tornando sopra 102 dollari al barile, dopo aver chiuso in ribasso dello 0,75% venerdì mentre sembrava accennarsi una possibilità di un cessate in fuoco in Meio orinet. Il brent ha guadagnato oltre il 40% da quando la guerra ha bloccato la navigazione nello Stretto di Hormuz. Il West Texas Intermediate (WTI) statunitense è aumentato dell’8,4%, a 104,69 dollari al barile, dopo una perdita dell’1,33% venerdì. In rialzo anche i prodotti agricoli, dalla soia, al cacao, al mais al cotone, tra l’1% e il 2% poichè si teme per un aumento dei prezzi dei fertilizzanti, legati all’aumento del prezzo del petrolio.

Sotto i riflettori sono anche i metalli, le cui quotazioni da una parte potrebbero essere messe sotto pressione da rischi di una domanda internazionale indebolita, dall’altra potrebbero salire per i timori del venir meno degli approvigionamenti. E’ il caso, quest’ultimo, dell’alluminio che ha visto stamane un’impennata ai massimi degli ultimi quattro anni a Londra, poiché il blocco dei porti iraniani imposto daTrump minaccia ulteriori interruzioni alle spedizioni provenienti dal Golfo Persico. Il metallo è salito fino al 2% sul London Metal Exchange.

Il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale di alluminio. Emirates Global Aluminium PJSC , il principale produttore della regione, ha invocato la clausola di forza maggiore su alcune consegne dopo che uno dei suoi impianti di fusione è stato messo fuori servizio da un attacco iraniano all’inizio di questo mese. Dall’inizio dell’anno, i prezzi dei futures sono aumentati di circa il 18%.

Stamane la maggior parte degli altri metalli di base è rimasta invece stabile o ha registrato un calo, poichè si teme un calo della domanda a causa del rallentamento economico mondiale in vista. Il rame è in rialzo di solo lo 0,4% a 12.892,50 dollari e lo zinco è salito dello 0,3%. I futures sul minerale di ferro sono aumentati dello 0,9% a Singapore. L‘oro è in calo di oltre l’1%, l’argento di quali il 3%.

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