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Petrolio: a marzo i prezzi sono saliti di oltre il 50%, più che durante la prima guerra del Golfo

La guerra in Iran ha fatto impennare i prezzi del greggio, che lunedì hanno superato i 117 dollari per poi tornare in area 113. Per l’oro, dopo i forti rialzi del recente passato, marzo è il peggior mese dal 2008

Petrolio: a marzo i prezzi sono saliti di oltre il 50%, più che durante la prima guerra del Golfo

Ormai è ufficiale: nel mese di marzo il prezzo del petrolio ha registrato l’aumento mensile più elevato della sua storia. Neanche la prima guerra del Golfo, la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina avevano provocato un’impennata simile a quella vista dopo l’esplosione del conflitto in Medio Oriente.  

Petrolio: prezzo salito di oltre il 50% a marzo

Lunedì 2 marzo il prezzo del petrolio Brent era pari a 77,74 dollari al barile. Il 27 febbraio, prima che Stati Uniti e Israele cominciassero a bombardare l’Iran era a 72,48 dollari. Martedì 31 marzo siamo arrivati a 113,52 dollari, oltre 41 dollari in più, dopo aver superato i 117 dollari il 30 marzo a causa delle minacce di Donald Trump, che ha detto di voler “far saltare in aria” e “distruggere completamente” le centrali elettriche iraniane, i pozzi petroliferi e l’Isola di Kharg, se non fosse stato raggiunto un accordo.

A livello percentuale il greggio del Mare del Nord è salito nell’ultimo mese del 54%, secondo i dati Lseg, superando il precedente record mensile del 46% registrato nel settembre 1990, dopo che Saddam Hussein invase il Kuwait, dando origine alla prima guerra del Golfo. 

Non solo, il picco mensile di 119,50 dollari toccato il 19 marzo rappresenta il prezzo più alto raggiunto da giugno 2022, durante la crisi energetica innescata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. 

E che dire del Wti: il prezzo del West Texas Intermediate è salito a marzo di oltre il 50% sopra i 102 dollari al barile, registrando il rialzo percentuale più alto dal maggio 2020, in piena pandemia di Covid-19, quando l’Italia stava uscendo dal primo, durissimo, lockdown.

Petrolio: i motivi dell’impennata

Alla base di tutto ci sono la guerra in Iran e l’estensione del conflitto al Medio Oriente. Due i motivi principali: i Paesi del Golfo sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo e dallo Stretto di Hormuz, il corridoio di mare che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman ora quasi totalmente bloccato, passa una quota molto rilevante delle esportazioni di petrolio e gas globali. E a nulla è valso il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza annunciato l’11 marzo. I prezzi sono comunque lievitati. Non solo: cominciano a perdere appeal sui mercati anche i continui annunci di Trump. “All’inizio del mese, le affermazioni del presidente sui progressi nei negoziati avevano fatto scendere i prezzi del greggio, ma verso la fine di marzo la sua dichiarazione di una proroga di 10 giorni concessa all’Iran per riaprire lo stretto di Hormuz è stata seguita da un aumento dei prezzi del petrolio e da un calo dei mercati azionari”, fa notare il Guardian.

“Questo affievolirsi del ‘Taco trade’ non ha nulla di sorprendente. Gli investitori si stanno semplicemente rendendo conto di un fatto che sembra ancora sfuggire all’inquilino della Casa Bianca: a differenza dell’episodio dei dazi, egli non è più l’unico decisore in questa vicenda”, commenta Enguerrand Artaz, strategist di La Financière de l’Echiquier. “Mentre Donald Trump afferma che ‘i colloqui procedono molto bene’, l’Iran e Israele continuano a scambiarsi colpi di missili, la tensione si acuisce negli altri Paesi del Golfo e, soprattutto, lo Stretto di Hormuz rimane in buona parte impraticabile. Ora, qui sta il nocciolo della questione. Non importa quanto il presidente americano faccia marcia indietro rispetto alla sua minaccia alle infrastrutture iraniane e quanto assicuri che i negoziati procedano al meglio: solo una riapertura ufficiale dello Stretto di Hormuz potrà rassicurare i mercati”, conclude Artaz.

E se non succedesse? Ipek Ozkardeskaya, analista senior di Swissquote, ha dichiarato al Guardian: “Ci sono scommesse secondo cui il greggio potrebbe salire a 150 dollari e persino a 200 dollari al barile se la guerra non finirà rapidamente. Credo che la domanda verrebbe fortemente colpita se i prezzi arrivassero così in alto. Oltre i 120-130 dollari al barile, le probabilità di recessione globale prenderebbero il sopravvento e limiterebbero la pressione al rialzo.”

Oro: marzo è il peggior mese dal 2008

Mentre i prezzi del petrolio continuano a salire, quelli dell’oro registrano il loro peggior mese dal 2008 e il quinto calo mensile più grande degli ultimi 50 anni. Il mese di marzo si avvia a chiudersi con un ribasso di quasi il 15%. In cifre: il prezzo spot si aggira intorno ai 4.500 dollari l’oncia. Il 2 marzo era sopra i 5.300 dollari dopo aver toccato un picco superiore ai 5.500 spinto al rialzo dal blitz statunitense in Venezuela e dall’arresto dell’ex dittatore Nicolas Maduro.

Nell’ultima settimana, l’oro è stato inoltre sotto pressione a causa della vendita di circa 3 miliardi di dollari in lingotti da parte della banca centrale turca. L’istituto ha infatti ridotto le sue riserve di quasi 50 tonnellate, portandole a 772 tonnellate, per finanziare gli sforzi volti a stabilizzare la lira turca. 

“Dopo mesi in cui il metallo giallo aveva beneficiato di una forte domanda di protezione, il mercato sta tornando a prezzare con maggiore attenzione tre variabili fondamentali: il livello dei rendimenti reali, la forza del dollaro e l’intensità della domanda di copertura nei momenti di stress”, commenta Giacomo Calef, country head Italia, NS Partners, secondo cui ad incidere sull’andamento del metallo prezioso sono soprattutto i rendimenti reali in salita che rendono meno conveniente detenere oro, ma soprattutto la forza del dollaro, che rende molto più costo l’acquisto degli investitori che operano in altre valute, riducendo la domanda internazionale. Allo stesso tempo, un dollaro forte è spesso il segnale di condizioni finanziarie più restrittive a livello globale. Un elemento oggi in primo che amplifica “il movimento ribassista dell’oro, conclude il manager.

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