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Pensioni, i nati nel 1952 rischiano di lavorare 5 anni in più

IN ALLEGATO IL TESTO INTEGRALE DELLA MANOVRA – Con le novità contenute nella manovra del governo Monti, chi compirà sessant’anni l’anno prossimo non potrà andare in pensione nel 2013 come progettato e rischia di rimanere in ufficio ancora a lungo – Si salvano invece i colleghi del 1951, purché abbiano almeno 36 anni di contributi.

Pensioni, i nati nel 1952 rischiano di lavorare 5 anni in più

I nati nel 1952 furono testimoni in fasce di avvenimenti memorabili: Nasser rovesciò la monarchia in Egitto, il Senato italiano varò la legge Scelba contro i movimentti neofascisti e la Rai iniziò le sue prime trasmissioni sperimentali. Oggi però chiunque abbia quella data scritta sui documenti ne farebbe volentieri a meno. La manovra varata domenica dal governo Monti gioca infatti un brutto scherzo a chi vide la luce in quell’anno. Il campo di battaglia è naturalmente quello più arroventato dalle polemiche degli ultimi giorni, le pensioni.

Fino alla settimana scorsa, chi compirà 60 anni nel 2012 era certo di poter lasciare il lavoro l’anno successivo. Bastava essere in regola con i contributi. Ora invece quella sicurezza è svanita. Migliaia di progetti di vita per la terza età vanno in fumo: i calcoli sono tutti da rifare. E per gli sventurati classe ’52 questo potrebbe voler dire ancora cinque anni in ufficio.



Gli uomini dovranno arrivare a 66 anni di età per il trattamento di vecchiaia e a 42 anni di contributi per quello anticipato. Dal 2018 anche per le donne la soglia per la vecchiaia salirà a 66 anni, mentre da subito saranno necessari 41 anni di contributi per la pensione anticipata.

Ben più fortunati i loro colleghi nati qualche mese o addirittura qualche giorno prima. I lavoratori che hanno spento sessanta candeline già quest’anno non solo potranno andare in pensione al più presto, ma potranno farlo alle condizioni attuali, vale a dire con l’intero assegno previdenziale calcolato con metodo retributivo. Ma anche per loro c’è un requisito da rispettare: devono aver iniziato a lavorare al massimo nel 1975. Dai 36 anni di contributi non si scappa.

Oltre allo sconforto di chi si ritroverà a faticare più del previsto, bisogna poi ricordare le proteste di molti lavoratori che, ormai in età avanzata, si ritrovano in mobilità, se non addirittura disoccupati. A loro oggi si richiede di pagare ancora diversi anni di contributi mai messi in conto fino ad ora. E le difficoltà materiali in molti casi sembrano insormontabili.

Se trovare lavoro è difficilissimo per un giovane, per chi ha ragigunto la terza età è in molti casi una missione impossibile. Rimarrebbe la strada della contribuzione volontaria, ma non è certamente aperta a tutti, considerando gli alti costi che comporta. Insomma, un ostacolo non da poco sul sentiero che dovrebbe condurre all’equità.


Allegati: Decreto.pdf

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