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Pensioni, ai Millennials conviene la previdenza integrativa: ecco perchè

Gli assegni di previdenza pubblica saranno sempre più bassi e sempre più lontani ed è per questo che occorre pensare per tempo a una pensione integrativa – Un orizzonte che interessa soprattutto le nuove generazioni – Il Tfr, le agevolazioni fiscali e il riscatto pensionistico: cosa c’è da sapere

Pensioni, ai Millennials conviene la previdenza integrativa: ecco perchè

La pensione è il grande dilemma del giorno d’oggi. Soprattutto per la generazione di Millennials, che dovrà lavorare più a lungo e avrà accesso a un trattamento previdenziale da parte dello Stato in molti casi esiguo. Ecco il perché della previdenza integrativa: sono sempre di più i fondi pensione che consentono ai lavoratori, in maniera libera e volontaria, di costruirsi una posizione pensionistica individuale, parallela a quella che mettono da parte attraverso i contributi pubblici. Molti si chiedono: ma come fare, concretamente? Quanto e come mettere soldi da parte, se spesso già i salari sono modesti? Ma le possibilità sono molto agili, e soprattutto convenienti sotto vari punti di vista, a incominciare da quello fiscale.

L’ammontare della futura pensione per così dire “auto-costruita” dipende ovviamente dagli accantonamenti periodici versati, ma anche dai rendimenti dell’investimento, oltre che da un contributo del datore di lavoro in caso di adesione collettiva nel contesto di un accordo aziendale e, infine, dal trattamento di fine rapporto, che conviene sin da subito versare nei fondi pensione. Anche e soprattutto in virtù delle agevolazioni fiscali, di cui altre forme di risparmio gestito non godono e che non riguardano solo il TFR. I vantaggi fiscali sono infatti triplici: innanzitutto, il contributo che si sceglie di versare periodicamente (che è assolutamente flessibile, può essere fisso o proporzionale al reddito ed è anche modificabile dopo l’adesione) viene detassato fino a 5.164,57 euro l’anno; poi i rendimenti saranno tassati al 20% e non al 26% come altre forme di risparmio gestito (ad esempio i fondi comuni di investimento); infine il capitale accumulato, esclusi i rendimenti finanziari già tassati in fase di accumulazione ma compreso il TFR se versato, è tassato da un massimo del 15% a un minimo del 9%, se l’adesione alla previdenza complementare raggiunge i 35 anni, anziché a un minimo del 23%.

Questo comporta notevoli vantaggi soprattutto nella gestione del trattamento di fine rapporto, che se lasciato in azienda fino alla fine del rapporto lavorativo viene tassato ad un’aliquota separata che è, appunto, riferita alla normativa corrente ma non inferiore al 23%. Per fare un esempio concreto, su un reddito lordo annuale di 25mila euro, dopo 10 anni il TFR maturato nel fondo pensione è di 19.532 euro, contro i 17.692 euro del TFR in azienda: quasi 2mila euro di differenza, che diventano oltre 10mila se si considerano gli altri contributi versati al fondo pensione e i rendimenti. Dopo 30 anni la simulazione dà un risultato ancora più evidente: 153mila euro accumulati con fondo pensione, 94.595 euro mantenendo il TFR in azienda. Il versamento del TFR permette dunque al lavoratore di far crescere più rapidamente la propria posizione pensionistica, senza però ridurre la propria capacita di spesa, perché il reddito non viene toccato. Ma non c’è solo quello fiscale tra i vantaggi: ad esempio, anche se la somma da mettere da parte è libera, se il lavoratore dipendente decide invece di aderire a un accordo aziendale, beneficerà anche del contributo del datore di lavoro.

Ma come funziona, concretamente, un fondo pensione? Innanzitutto c’è l’adesione, che come detto nei casi dei lavoratori dipendenti può anche essere collettiva, con contributo del datore di lavoro. L’adesione è libera, la somma da versare flessibile (tranne se appunto va rispettato un accordo aziendale) ed è possibile versare anche somme una tantum, oltre che recedere in qualsiasi momento, chiedendo riscatti e anticipazioni ma solo in specifici casi. Per accedere alla prestazione pensionistica serve infatti una iscrizione minima alla previdenza integrativa di 5 anni (anche mettendo insieme diversi fondi pensione ma con un ciclo di vita di almeno 2 anni in un singolo fondo), e ovviamente il raggiungimento dell’età pensionabile. A quel punto il risparmiatore ha diritto al bottino pieno e può scegliere di ricevere il 100% della rendita finanziaria, metà del capitale accumulato e metà della rendita, oppure tutto il capitale messo da parte.

L’anticipazione (rispetto all’età pensionabile e al minimo di 5 anni di previdenza integrativa) può avvenire in tre casi: spese sanitarie per malattie gravi, in qualsiasi momento, per il 75% del montante maturato e con l’imposta ridotta nella forbice 9-15%; acquisto e/o ristrutturazione della prima casa, sempre per il 75% del montante ma dopo almeno 8 anni (quindi per i fondi di durata medio-lunga, oltre i 5 anni minimi); esigenze senza obbligo di motivazione, ma solo dopo 8 anni e per il 30% del montante accumulato, con imposta classica del 23%. Il riscatto della prestazione pensionistica può invece avvenire in qualsiasi momento nei seguenti casi: si recupera metà della posizione maturata per cessazione dell’attività lavorativa o ricorso a procedure di mobilità (cassa integrazione, etc.); si recupera tutta la somma acquisita per invalidità permanente, cessazione dell’attività lavorativa con inoccupazione superiore a 48 mesi, decesso e, nei casi di accordo collettivo con l’azienda, perdita dei requisiti di partecipazione, per esempio nel caso di cambio di settore o di attività. Il trasferimento del fondo a un’altra forma pensionistica è consentito, ma dopo un ciclo di almeno due anni con la stessa formula.

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